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Italia e Spagna: chi perde e chi vince nella lotta per il controllo della logistica

 

 

 

Negli ultimi mesi, sia nei porti del Mezzogiorno d’Italia, a Gioia Tauro, che in Spagna, a livello nazionale, ci sono state ondate di scioperi a singhiozzo, blocchi e significativi rallentamenti nelle operazioni di carico e scarico. In entrambi i casi, l’adesione dei lavoratori alle proteste è stata massiccia, le gru sono rimaste ferme, i porti bloccati e le compagnie di navigazione hanno dovuto in tutta fretta usare altri scali[1].

Il malcontento dei portuali riguardava le questioni della riduzione generale delle garanzie contrattuali, la contrazione drastica del numero dei lavoratori a tempo indeterminato, e il passaggio a forme d’ingaggio precarie[2].

Tuttavia, i due casi hanno origini ed esiti diversi. In Spagna si cercava di contrastare l’approvazione della nuova legge di riforma dei porti a livello nazionale; nel caso italiano, ovvero per il porto di Gioia Tauro, invece, le lotte dei portuali avevano l’obiettivo di impedire all’impresa terminalista, Medcenter, di licenziare un terzo dei lavoratori, ben 442 persone[3].  Alla fine, dopo vari mesi, sono stati licenziati 377 portuali; la loro sorte dovrebbe prevedere il collocamento, per altro incerto, tramite l’azione congiunta della nuova Agenzia del Lavoro e della ‘malfamata’ ZES (Zona Economica Speciale) [4]– un altro progetto fumoso e pericoloso in termini d’impatto su un territorio fortemente segnato dalla presenza di industrie fantasma che più che creare occupazione sono servite ad incassare i soldi dei finanziamenti pubblici; per poi lasciare, sul territorio della Piana, scheletri di cemento vuoti, simboli del saccheggio portato nel Mezzogiorno dalle imprese italiane e straniere.

In Spagna, invece, dove lo scontro è stato innescato dall’imposizione di un decreto legge capestro – inteso a riformare radicalmente il mercato del lavoro facendolo sprofondare nel mare del neo liberalismo più sfrenato, così come dettato dall’Unione europea – si è continuato a combattere; sicché alla fine, nei maggiori porti, il management ha dovuto accettare le condizioni dettate dal sindacato[5].

La determinazione degli spagnoli è mancata a Gioia Tauro, dove i sindacati e il ceto politico regionale, fin dall’inizio, hanno avuto un atteggiamento più incline alla resa che alla lotta.  In sintesi, nel caso del porto calabrese, quello che in termini di unità, consenso territoriale, antagonismo di classe si accumulava nel corso delle lotte – dalla chiusura delle banchine al blocco dell’intero porto per poi ostruire le strade della Piana – veniva poi pressoché interamente dissipato nelle estenuanti trattative ai tavoli della solita concertazione e ancor più nei ‘pellegrinaggi’ a Roma al ministero dei trasporti o agli uffici centrali dei molteplici sindacati.

Nel caso dei porti spagnoli, come già segnalato in altri articoli[6], si lottava contro l’adozione della normativa europea e del decreto di riforma partorito dal governo conservatore di Mariano Rajoy -decreto prima bocciato a marzo e poi passato a maggio di quest’anno per una manciata di voti in Parlamento. 

Così, a primavera, in Spagna, la svolta neoliberista imposta dall’Unione europea – vero cavallo di Troia, sul modello della politica della Thatcher di qualche decennio prima, per ridurre all’osso i diritti dei lavoratori portuali, aumentare il potere del padronato e annichilire quello del sindacato – sembrava aver vinto nonostante le resistenze, la solidarietà diffusa, la capacità dell’organizzazione informale operaia nel sostenere ed alimentare il conflitto rispondendo colpo su colpo agli attacchi della massiccia campagna mediatica contro i portuali; ai quali, particolare curioso, si imputava, niente meno, la colpa di essere dei privilegiati e quindi complici rispetto alle indecenti condizioni salariali e di lavoro che caratterizzavano altri settori lavorativi, come, ad esempio, i call center.

Per mesi, stampa, telegiornali, talk show, hanno sostenuto una campagna di delegittimazione tesa a minare e indebolire la lotta dei portuali cercando di farli apparire non solo come una sorta di aristocrazia operaia favorita da alti salari, ma anche come degli scansafatiche, degli irresponsabili capaci di mandare a picco l’economia della nazione; e questo sia per la multa multimilionaria – oltre 15 milioni di euro poi ridotti, di fatto, a pochi milioni- che la Spagna avrebbe dovuto pagare per il mancato adeguamento alla normativa europea, sia per gli effetti dei blocchi dei porti sull’economia nazionale.

Alcuni giornali sono arrivati al punto di dipingerli come mafiosi, solo perché risultavano poco inclini ad aprire le loro assemblee alla presenza dei giornalisti[7].  A queste accuse i portuali hanno risposto colpo su colpo, con una vivace campagna di controinformazione mediatica[8], ribadendo che l’unico privilegio che si riconoscevano era quello di essere capaci di difendere collettivamente le proprie conquiste; e proponendo di scartare la via pauperistica volta al ribasso generalizzato dei salari; ed imboccare risolutamente quella di una estensione dei diritti acquisiti dai portuali ad altre categorie di lavoratori.

Ebbene, proprio quando il governo spagnolo, il padronato ed il management, a seguito dell’approvazione del decreto, pensavano di avere la vittoria in tasca – quando ormai si discuteva del numero dei portuali da licenziare, delle riduzioni salariali e più in generale di come peggiorare le condizioni normative, smantellando il reclutamento attraverso le Sociedades anónimas de gestión de trabajadores portuarios (SAGEP)[9]. -, dal fronte dei porti è arrivato il colpo d’uncino che ha di nuovo modificato i rapporti di forza tra imprese e lavoratori.

Così, una volta approvato il decreto, a fronte  del rifiuto un po’ arrogante dell’associazione degli imprenditori (Anesco) a non trattare, a giugno, si è levata un’ondata di scioperi; e con il supporto dell’IDC (International Dockworkers Council) la protesta ha guadagnato la solidarietà di molti altri portuali tanto in Spagna che a livello internazionale[10].

Ecco allora che, dopo lunghi mesi di aspro scontro sociale, il fronte degli imprenditori si è spaccato: fino al punto che alcuni sono usciti dall’associazione Anesco e hanno iniziato a trattare nei singoli porti. Questo ha fatto sì che nei maggiori porti spagnoli -– Algeciras, Valencia, Barcellona- i portuali siano tornati a movimentare le merci, mentre restavano bloccati gli altri porti in cui non si era ancora trovato un accordo.

Una storia, quindi, del tutto diversa da quella di Goia Tauro: qui la lotta, isolata a livello locale, oscurata dai media a livello nazionale, ha scontato pesantemente la debolezza dei sindacati, ed è stata soffocata infine dalla mancata solidarietà sia degli altri porti italiani sia di quelli internazionali.

Certo, anche a Gioia, nonostante l’isolamento e la passerella di qualche politico, ci sono stati blocchi totali della movimentazione e lunghi scioperi; e questi hanno poi costretto l’azienda a riaprire la trattativa; infatti, come già notato, all’inizio i portuali licenziati erano 420; poi la MCT ha concesso, dopo il blocco del porto, una piccola riduzione a 400 e infine la partita si è chiusa a 377.

Per cui, per concludere possiamo dire che a Gioia Tauro la sconfitta operaia è avvenuta non tanto per una certa indolenza di massa degli scioperanti quanto per mancanza di solidarietà del territorio e soprattutto per la fiducia mal riposta nella burocrazia sindacale – quest’ultimo errore di valutazione fatale che sempre, nella lotta come nella vita, comporta un costo alto.

Che cosa accadrà ai 377 portuali licenziati è difficile da predire, si naviga in un mare di incertezze. A questo bisogna aggiungere che sono poco chiari anche i criteri con cui sono stati scelti i portuali da licenziare mentre le promesse sul reintegro attraverso l’Agenzia del Lavoro – finanziata per tre anni con una valanga di milioni di euro, circa 40 – appaiono improbabili mentre è sicuro che un eventuale ingaggio comporterà un peggioramento delle condizioni di lavoro.

Così, anche se verranno riassunti, questi  lavoratori, spiegava un portuale, non avranno più gli stessi diritti degli altri. Di fatto saranno, per mesi se non per anni, sospesi nel nulla delle dichiarazioni retoriche sullo sviluppo del Mezzogiorno e sul rilancio di un porto, malgrado che più di un esperto governativo considera fra quelli seriamente in declino.

Tutto questo, non certo per colpa dei portuali di Gioia Tauro che per anni hanno movimentato container a ritmo sostenuto e per tempi prolungati, ma piuttosto per una mancanza politico-manageriale di ‘visione strategica’. Infatti, anche sul piano operativo, l’argomentazione usata per giustificare i licenziamenti ‘’il porto è in crisi e l’azienda è costretta a licenziare’’ dal punto di vista dei portuali suona come una comoda scusa utile per alleggerire il bilancio dell’azienda rispetto alle spese per la forza lavoro ed esternalizzare i costi di gestione con i soldi pubblici piuttosto che immaginare un diverso uso del porto che è ora per lo più dedicato al transhipment.

Nelle lotte spagnole, invece, determinazione e solidarietà racchiuse nei motti ‘’no un paso atras’’ non un passo indietro e ‘’nunca caminaremos solos’’ o tutti o nessuno ‘’todos o ningunos’ ricordano che lo scontro sociale si vince quando si è solidali e risoluti; e se non tutto è andato perso è anche perché non erano solo slogan, ma prassi antagonistiche, cioè abitudini collettive di lotta

 

 

 

Venezuela. Una analisi-inchiesta di classe sulla congiuntura politica ed economica con la nuova Costituente

Per approfondire la dinamica degli attacchi e delle manipolazioni mediatiche contro il governo bolivariano, il Capitolo Italiano della Rete degli Intellettuali, Artisti e Movimenti Sociali in Difesa dell’Umanità(REDH.it) ha realizzato un incontro con il professor Luciano Vasapollo e il giornalista Achille Lollo che hanno risposto alle domande di ADIATV; Contrapunto Internacional, Rivista Nuestra America e l’Ufficio Studi REDH.it 

ADIATV – A mezzogiorno di domenica 6 agosto le principali agenzie stampa divulgavano un video dicendo che in Venezuela era in corso un colpo di stato. Poi si correggevano dicendo che invece c’era stata una ribellione militare nella città di Valencia. La sera smentivano tutto per dire che la “Operacion David Carabobo” era fallita. Ci potrebbe dire perché questo atto terroristico volutamente chiamato a fini propagandistici da questo gruppetto di fascisti “tentativo di golpe ” sarebbe cominciato a Valencia e non a Caracas?

Luciano Vasapollo: “L’azione militare è cominciata alle 3,00 del mattino quando il gruppo di venti persone armate e con uniformi della FAB, guidato dal capitano Juan Cagauripano, entrava nella caserma Fuerte Paramacay con l’obbiettivo di appropriarsi dei carri armati, dei blindati e dei mortai, per poi iniziare nella città di Valencia una rivolta popolare contro il governo di Nicolas Maduro. Però, per fare questo era necessario mobilitare  i soldati, i sottoufficiali e gli ufficiali della 42° Brigata corazzata, poiché nel gruppo dei venti ribelli, c’era solo un sergente che aveva vaghe nozioni di come funziona un carro armato. Gli altri erano tutti civili provenienti dagli stati di Zulia, Lara e Yaracuy, che erano stati contrattati (in dollari) da vari intermediari, di alcuni legati ai partiti dell’opposizione. Pur non esistendo prove dirette, tutti sospettano che si tratta dei paramilitari che integrano la rete clandestina di “Voluntad Popular” e quella della frazione estremista di “Primero Justicia” legata a Julio Borges.

 

Perché Valencia e non Caracas? Innanzitutto perché Caracas è una piazza d’armi formata da 320.000 militari chavisti, fedeli al governo bolivariano e alla nuova Assemblea Costituente. Mentre Valencia, capitale dello stato di Carabobo, è la capitale industriale del Venezuela dove l’opposizione ha eletto 8 deputati, mentre il PSUV ne ha appena 2. Cioè, a livello politico, Valencia è una roccaforte storica dei partiti della Mesa da Unidad Democràtica (MUD). E’ anche la capitale del centro nord dove si concentra l’industria petrochimica, con i due enormi complessi (Moron e Pequiven), l’industria alimentare, quella tessile, la metalmeccanica, oltre alla grande raffineria “El Palito”, che ogni giorno raffina 140.000 barili di petrolio.

 

Quindi, per chi vuole tentare di mettere in moto una ribellione a livello nazionale contro il governo, Valencia è l’obbiettivo strategico determinante. Quello che la stampa ha omesso è che alle 3,50 i militari di Fuerte Paramacay reagivano con armi in pugno, per poi alle 5,00 aver finalmente messo in fuga il gruppo dei 20 ribelli, di cui la metà è stato arrestato. Secondo alcune fonti questo gruppo si è disperso all’interno dello stato di Carabobo, mentre il capitano Juan Cagauripano starebbe cercando di raggiungere la frontiera della Colombia.

L’idea di far scoppiare una ribellione nella 42a Brigata corazzata per poi trasformarla in insurrezione popolare a Valencia segue una logica sovversiva coerente, tipica degli strateghi della CIA. Infatti, le antenne del Freedom2 non hanno sbagliato la programmazione tecnica. Hanno, invece commesso due errori politici: 1°) quello di sottovalutare la preparazione politica dei militari della 42a Brigata corazzata; 2°)l quello di essere convinti che dopo la vittoria elettorale del 30 luglio il Sebin (Servizio segreto venezuelano) e il CEOFAN (Stato Maggiore delle FAB) avessero allentato la guardia”.

Ufficio Studi REDH.itDopo il fallimento della ribellione, i media hanno presentato il capitano Juan Cagauripano come un cretino pagliaccione che nel 2014 fu espulso dall’esercito per motivi disciplinari, rifugiandosi poi negli Stati Uniti. Questo identikit non le sembra troppo semplice?

Achille Lollo: Infatti, l’etichetta di “coglionastro ” serve solo a coprire l’ennesimo insuccesso della CIA e quindi del plano eversivo Freedom2. Dico questo perché Juan Cagauripano nel 2014 era stato protagonista di un’altra fallita ribellione militare, per questa ragione il Tribunale Militare lo condannò, ma lui già si era rifugiato a Miami. Dagli USA appoggiò l’operazione “La Salida”, che Leopoldo Lopez e Carlos Alfredo Vecchio De Mari – quest’ultimo coordinatore dell’organizzazione del partito – lanciarono in aprile del 2014 provocando la morte di 43 persone e più di 300 feriti. Ebbene, fu proprio il capitano Cagauripano che, in seguito, avrebbe coordinato la fuga di Carlos Vecchio e la sua entrata trionfale a Miami dove, oggi, il partito “Voluntad Popular” raccoglie consensi (e dollari) non solo dalla comunità cubana in esilio e dagli industriali venezuelani che operano negli USA, ma anche dai senatori del partito repubblicano, Marco Rubio e Bob Menendéz. Cioè i due senatori che stanno organizzando un lobby nel Congresso per poter far votare una legge di sanzioni economiche contro il Venezuela, uguale o forse peggio del “Bloqueo” contro Cuba.

E’ chiaro che poi, nel 2015, sia Carlos Vecchio che Juan Cagauripano sono diventati “consulenti” della CIA che, in quel periodo stava cercando di definire in che modo la guerra economica avrebbe potuto sviluppare ribellioni popolari nel paese e quindi avviare un processo di guerra civile con la frammentazione politica delle Forze Armate Bolivariana. Infatti, Cagauripano non è un coglionastro, ma un individuo responsabile che prima di partire per la missione ha preparato con l’equipe della giornalista Patricia Poleo la versione mediatica di “Operacion David Carabobo”.

ADIATV – Scusa se ti interrompo, ma qual è il nesso tra Cagauripano, Carlos Vecchio e Patricia Poleo nella “Operacion David Carabobo?

Achille Lollo: “Innanzitutto Patricia Poleo, è un cosiddetto “Pezzo da 90” dell’opposizione violenta venezuelana, che nel 2005 dovette rifugiarsi negli USA, nel dorato esilio di Miami, poiché era stata accusata di complicità nell’assassinato del Pubblico Ministero, Danilo Anderson. Un giudice che, nel 2004, aveva accusato 400 personalità dell’opposizione per complicità negli esecuzioni che furono realizzate nelle 72 ore in cui il golpista Carmona, si autoproclamò presidente della Repubblica.

A Miami tutti sanno che Patricia Poleo, insieme al marito, Nixon Moreno (un altro pezzo da 90 dell’opposizione che, nel 2008, ottenne asilo politico dal Vaticano per aver tentato di assassinare una poliziotta) lavorano per la CIA. Ugualmente è notorio che furono loro che prepararono le riunioni di Leopoldo Lopez con i funzionari del Dipartimento di Stato, da cui poi nacque il partito “Voluntad Popular”. Per cui in questo triangolo eversivo, vale a dire Vecchio/Cagauripano/Poleo, di casuale e di coglioneria c’è ben poco! “.

Rivista Nuestra America – Comunque la “Operacion David Carabobo” è stata preceduta dalla fuga in nell’ambasciata cilena del giudice supplente del TSJ, Luis Marcano Salazar e poi da quella del giudice supremo, la “Fiscal General” Luisa Ortega Diaz, accusata e condannata il 4 agosto dal TSJ per alto tradimento e altri reati comuni relazionati con le attività del marito e della figliastra.  Ci potrebbe dire perché il TSJ ha condannato Luisa Ortega Diaz, che adesso è diventata la vittima simbolica della repressione bolivariana?

Luciano Vasapollo: “A dir la verità i rifugiati nell’ambasciata del Chile sono sei. Infatti la fuga di Luis Marcano Salazar è stata preceduta da quella di altri quattro giudici (Zuleima Del Valle Gonzàlez, Beatriz Ruiz, José Fernando Nunez e Elenis Del Valle), insieme a quella del presidente del partito dell’opposizione COPEI, Roberto Enriquez. Il motivo della fuga è legato al programma di inchieste della Commissione della Verità. Questa indagherà non solo gli assassinati e gli attentati commessi dai “Guarimbas”, ma, anche, i livelli di complicità. Soprattutto di quei giudici che hanno insabbiato le inchieste della polizia giudiziaria, hanno minimizzato le confessioni e le chiamate di correo che avrebbero fatto arrestare lider politici dell’opposizione. Uno fra questi, per l’appunto, è Roberto Enriquez che non potendo fuggire negli USA si è rifugiato nell’ambasciata del Chile, nella speranza di ottenere un passaporto diplomatico con cui viaggiare per Miami.

Per quanto riguarda la Fiscal General, le accuse sono molteplici e la più grave è quella di alto tradimento per essersi associata all’opposizione assumendo posizioni inverosimili a partire dal 2016, quando il marito, Germàn Ferrer, deputato del PSUV, si alleò ai partiti della Mesa da Unidad Democràtica (MUD).

Fu, appunto, a partire dal 2016 che la Fiscal General cominciò a sostenere pubblicamente le tesi dell’opposizione, diventando un’icona dei media che attaccavano il governo bolivariano. Per esempio, Luisa Ortega Diaz prese una posizione assurda dicendo che le nuove operazioni di polizia giudiziaria contro il crime organizzato (Operacion de Liberacion del Pueblo), in realtà erano una forma per abituare la società al terrorismo di stato con cui il governo bolivariano pretendeva massacrare l’opposizione. Dichiarazioni che ferirono l’opinione pubblica e soprattutto i chavisti, poiché i Narcos, le gangues giovanili, e i differenti clan mafiosi legati all’Ndrangueta, a Cosa Nostra e ai Marsigliesi avevano trasformato Caracas nella città più pericolosa del mondo, dove per rubarti una catenina d’ora i delinquenti ti sparano in bocca.

Nello stesso tempo, Luisa Ortega Diaz si scontrò con l’esercito e la polizia con l’inchiesta sulla morte del manifestante Juan Pernalete, che secondo la Fiscal General sarebbe stato ucciso da un lacrimogeno sparato dalla polizia. Mentre poi risultò che fu colpito da un colpo di pistola sparato da uno degli stessi manifestanti per coprirsi la fuga. Il caso Pernalete fu, quindi, la goccia che fece traboccare il vaso, perché quando i “Guarimbas”, in una settimana assassinarono 8 chavisti, di cui due imprigionati nei copertoni e poi dati a fuoco, Luisa Ortega Diaz fece finta di niente. A questo punto, il 16 luglio il deputato Pedro Carreno sollecitava al TSJ un processo di sospensione di Luisa Ortega Diaz per”…la continua ripetizione di errori gravi nell’esercizio delle sue funzioni…” Infatti dal 2016, tutto quello che il governo faceva o proponeva, lei disapprovava, per poi convocare la stampa dove contraddiceva, smentiva e soprattutto offendeva il presidente Maduro chiamandolo di dittatore, repressore e via dicendo. E’ chiaro che Luisa Ortega Diaz e il marito German Ferrer divennero subito gli idoli dell’opposizione, dei media e dell’amministrazione Trump!”

Contrapunto Internacional – Perché la Fiscal General e il marito da antichi “chavisti” passano all’opposizione solo nel 2016?

Achille Lollo: “Analizzando i documenti del Panama Papers si capisce il motivo di questo cambiamento politico che, in realtà, divenne radicale quando la figliastra Geraly Ferrer Brito, dopo aver registrato la società fantasma Mipadisma Corporation a Panamà, fu misteriosamente sequestrata e poi rilasciata. Fonti di Caracas dicono che la Fiscal General, Luisa Ortega Diaz sospetta che fu il Sebin (il servizio segreto venezuelano) a realizzare il sequestro per minacciare lei e il marito. Invece altre fonti dicono che il sequestro fu un avvertimento dei mafiosi per la figlia e il padre che avevano fatto sparire vari milioni di dollari invece di depositarli nel conto corrente della sua impresa fantasma a Panama. Vorrei ricordare che quest’impresa fu creata appositamente per mascherare la fuga di capitali dal Venezuela.

E’ chiaro che quando scoppiò lo scandalo dei Panama Papers ,risultò evidente che la Fiscal General, Luisa Ortega Diaz, era a conoscenza dei loschi traffici che, da vari anni, il marito e la figlia facevano a Caracas con l’impresa Publicidad y Promociones lga e poi con la Mipadisma Corporation registrata a Panama. Una brutta storia di corruzione per chi aveva l’incarico morale e giuridico di combattere la corruzione!”

Ufficio Studi REDH.it – Come è possibile che una chavista di vecchio stampo, che ha anche cavalcato l’estrema sinistra, copra operazioni di corruzione fatte dai suoi familiari e nello stesso tempo diventa là icone, per conservare tutti i privilegi che l’incarico di Fiscal General gli garantiva?

Achille Lollo :”Tra i vari privilegi quello di un aereo che, nel 2014, aveva fatto confiscare a un’impresa e che era utilizzato dal marito e dalla figliastra! Comunque è necessario ricordare che Luisa Ortega Diaz, ha un ricco passato di sinistra, avendo partecipato, durante un breve periodo, nel movimento guerrigliero capitanato da Douglas Bravo. Da cui ne uscì su posizioni estreme, palesemente influenzate dal dibattito introdotto da Teodoro Pektoff e da altri che poi aderirono ai vari partiti trotskisti del Venezuela. Diciamo che Luisa Ortega Diaz a poco a poco, ha sofferto una grande trasformazione comportandosi da militante chavista dentro le istallazioni della Fiscalia, per poi indossare la tunica del radical chic a casa sua con il marito. Costui, secondo alcuni avrebbe stimolato questa trasformazione. Infatti, pur essendo un deputato del PSUV chavista, German Ferrer era molto legato agli ambienti dell’opposizione. Al punto di essere l’unico deputato del PSUV che aveva un programma esclusivo (“Criterios”) nella televisione “Globovision”. Cioè quella che ebbe un ruolo determinante nel colpo di stato del 2002 contro Chávez.

Per questo il politologo di sinistra Nicmer Evans, che ha sempre manifestato posizioni critiche nei confronti del chavismo, quando la nuova Assemblea Costituente ha legittimato la decisione del TSJ di esautorare Luisa Ortega Diaz dall’incarico di Fiscal General disse ai microfoni della BBC Mondo :…Il suo passato di sinistra non potrà certamente impedire che il governo la giudichi come traditora e dire che è stata pagata dalla CIA!!!”

Purtroppo in Venezuela molti gruppi di sinistra che nel 1999 manifestavano appena una posizione critica nei confronto di Hugo Chávez, a poco a poco, si sono allineati con la destra, integrando, addirittura la Mesa da Unidad Democràtica (MUD). Non mi riferisco solo a gruppi ideologicamente legati al trotskismo o al maoismo. Parlo di individui come Teodoro Tektoff, il numero due del movimento guerrigliero, fondatore del MAS, che a partire dal 2002, ha sempre attaccato Hugo Chávez e il programma chavista con il suo giornale digitale “TALQUAL”, finanziato con molti “annunci pubblicitari” di industriali legati alla destra.

Isaia Rodriguez, che come primo Fiscal General indicò Luisa Ortega Diaz come suo successore oggi commenta rammaricato “…Le crisi politiche si approfondiscono proprio perché sorgono da posizioni come quelle di Luisa Ortega Diaz, a cui io ho manifestato sempre molto affetto, purtroppo adesso è caduta nella rete dei controrivoluzionari e deve star bruciando internamente, perché la Fiscalia non è un’istituzione che può essere portata avanti con la candelina, bisogna far luce su tutto!”

Ufficio Studi REDH – Come reagirà il governo di Nicolas Maduro alla decisione del Mercosur di sospendere il Venezuela usando la clausola sulla rottura dell’ordine democratico?

Luciano Vasapollo: “Una delle parole d’ordine della campagna elettorale dell’argentino Mauricio Macri, che più piacque alle eccellenze della Casa Bianca, fu appunto il compromesso di cacciare il Venezuela dal Mercosur. Infatti, dopo una burrascosa sessione in cui la ministra venezuelana degli esteri, Delcy Rodriguez fu aggredita dai poliziotti federali argentini, che volevano impedire che lei entrasse nel salone dove si erano riuniti i rappresentanti degli altri paesi, ci fu il “fattaccio” del Ras di Buenos Aires, cioè Mauricio Macri. Questi, con la complicità del segretario dell’OAS, Luis Almagro, riuscì a strappare l’adesione dell’Uruguay per proporre nel passato mese di dicembre la sospensione del Venezuela per motivi commerciali, molto legati alla situazione di crisi che il paese stava vivendo a causa dell’abbassamento dei prezzi del petrolio.

Nello stesso tempo Macri e il brasiliano Michel Temer riuscirono a sabotare lo sviluppo del “Banco del Sur”, di cui nessun giornale o televisione ne parlano, permettendo, quindi al FMI di tornare a spadroneggiare nell’America Latina. E’ opportuno ricordare che il “Banco del Sur “fu un’iniziativa di Hugo Chávez proprio per ridurre la dipendenza dei paesi latino-americani dalle politiche nefaste del Fondo Monetario Internazionale, monopolizzato dagli USA e dai banchieri di Wall Street.

Infatti, oltre all’espulsione, il presidente argentino Macri e quello brasiliano Temer, per far piacere alla Casa Bianca, vorrebbero usare il Protocollo di Ushuaia per imporre al Venezuela “…sanzioni , incluso quelle economiche e commerciali…”. Cioè Macri e Temer si preparano per fare il lavoro sporco che gli USA, difficilmente riuscirebbero a legittimare nelle Nazioni Unite, poiché la maggioranza dei paesi rappresentati nell’Assemblea Generale dell’ONU ha sempre votato contro i blocchi economici, come da anni succede nelle votazioni sul mantenimento del blocco statunitense a Cuba. Per questo il presidente Maduro ha reagito rivendicando la presidenza del Mercosur per poi ricordare”…Nessuno può cacciare il Venezuela dal Mercosul. Sarebbe come se ci cancellassero dalla carta geografica dell’America Latina. Noi siamo Mercosur di anima, cuore e vita vissuta. Le oligarchie del Brasile e quelle miserabili che oggi governano l’Argentina potranno tentare di fare questa mostruosità per mille volte, ma noi resteremo sempre qui e non ci allontaneremo dal Mercosur ! “.

Rivista Nuestra America – Perché i media hanno detto, molto rapidamente che Papa Francesco, solo il 4 agosto e non il 29 luglio, chiedeva al presidente Maduro di sospendere l’Assemblea Nazionale Costituente?

Luciano Vasapollo: “ Innanzitutto, voglio precisare, che il documento non è di Papa Francesco, ma del direttore della Segreteria di Stato del Vaticano, cardinale Pietro Parolin, che cita le preoccupazioni del Papa. Infatti, nel mese di giugno e poi quello di luglio, il Papa si manifestò sulla situazione interna del Venezuela, per questo l’opposizione reagì pesantemente, facendo pressione sul direttore della Segreteria di Stato del Vaticano, cardinale Pietro Parolin, (ex nunzio apostolico in Venezuela dal 2009 al 2013), affinché informasse la Curia sul ruolo anti-chavista dalla Mesa da Unidad Democràtica (MUD).

Infatti, tutti sanno che le alte sfere della chiesa cattolica del Venezuela hanno sempre osteggiato il progetto rivoluzionario di Hugo Chávez, nonostante il governo bolivariano abbia sempre rispettato la chiesa e soprattutto le sue proprietà. Basta ricordare che nel 2002, immediatamente dopo il colpo di stato, il nunzio apostolico, André Dupuy e il presidente della Conferenza Episcopale Venezuelana, cardinale Ignacio Velasco, legittimarono con la sua presenza la nomina a presidente del golpista Pedro Carmona Estanga. Per questo, Lilian Tintori, la moglie del lider di “Voluntad Popular” Leopoldo Lopez, reagì volgarmente nei confronti del Papa Francesco. Da non dimenticare che la Conferenza Episcopale Venezuelana ha sempre fatto pressione affinché il direttore della Segreteria di Stato del Vaticano convincesse Papa Francesco a emettere una condanna nei confronti del regime bolivariano.

Comunque, il fatto che il documento di condanna sia firmato dal direttore della Segreteria di Stato del Vaticano e non dal Papa, fa capire che questa è, soltanto, la posizione del poderoso cardinale Pietro Parolin. Infatti, Papa Francesco, nella sua omelia prega e continua preoccupato con il futuro del popolo del Venezuela, però non cavalca le tesi dell’opposizione.

Altra questione importante è che il documento del direttore della segreteria di Stato del Vaticano, cardinale Pietro Parolin è stato divulgato solo il 4 agosto, cioè dopo le elezioni e nel momento in cui i costituenti entravano nel Salon Eliptico del Palacio Federal Legislativo. Secondo alcuni giornalisti vaticanisti, questo ritardo riguarderebbe l’intenso dibattito che si è sviluppato all’interno della stessa Curia con molti pro e contro il documento redatto dal cardinale Pietro Parolin. Per altri, invece si tratterebbe di una scappatoia diplomatica. Infatti se il documento del cardinale Pietro Parolin , il 29 luglio, avesse chiesto di non realizzare le elezioni, il Vaticano poteva essere accusato dal governo bolivariano d’ingerenza negli affari interni di uno stato sovrano. Si spera, quindi, che i vescovi della Conferenza Episcopale Venezuelana –vista la simpatia che hanno nei confronti dei partiti dell’opposizione –non utilizzino il documento del direttore della Segreteria di Stato del Vaticano per appoggiare la disobbedienza civile, che poi e ‘ terrorismo a varie tinte ,  nei confronti del governo di Nicolas Maduro!

Contrapunto Internacional – Negli Stati Uniti c’è un’impresa petrolifera chiamato COGIT, di cui laPDVSA venezuelana è il proprietario maggioritario, insieme al gruppo russo Rosneff. Con un eventuale embargo cosa succederà alla COGIT?

Luciano Vasapollo : “In realtà è una situazione complicata perché se la raffineria COGITt, a causa dell’embargo, dovrebbe essere obbligata a comprare il “crude” nel mercato spot da fornitori africani, Angola per esempio, o dai paesi arabi del golfo, in ambedue i casi dovrebbe aumentare i prezzi di vendita di tutti i prodotti raffinati, correndo il rischio di perdere una parte dei suoi tradizionali clienti statunitensi. A causa di ciò il gruppo COGIT, come pure altre imprese petrolifere statunitensi, potrebbero denunciare il governo di Donald Trump in base alle norme del MAI (Multilateral Agreement on Investments – Accordo Multilaterale sugli Investimenti) e “…portare il governo (statunitense ndr.) davanti a un Collegio arbitrale internazionale per ottenere risarcimenti per tutte le opportunità di profitto perdute per effetto di leggi e norme nazionali….”. Un processo che per la Casa Bianca sarebbe estremamente distruttivo dal punto di vista politico, poiché distruggerebbe l’immagine di Trump come estremo difensore del mercato statunitense”.

ADIATV – In risposta all’eventuale embargo petrolifero da parte degli USA, il governo bolivariano potrebbe reagire annullando i pagamenti del suo debito esterno?

Luciano Vasapollo: “L’attuale guerra economica nei confronti del Venezuela e, soprattutto, la riconversione politica del governo argentino, di quello brasiliano e quello del Paraguay hanno praticamente ridimensionato il progetto della Banca del Sud. Un progetto voluto da Hugo Chávez che, fino al 2015, è stato un importante tentativo nell’ambito dell’UNASUL, per ridurre la dipendenza finanziaria dal FMI. Vale a dire un potenziale patrimonio di 20 miliardi di dollari che è sfumato grazie all’intransigenza di Macri, Temer e soprattutto della Casa Bianca.

Nello stesso tempo, nonostante il Banco Centrale di Venezuela avesse pagato tutte le rate dei “Bolero Bond”, il rating del Venezuela, oggi, è stato declassato a un Triplice C. Una decisione che più che un’azione finanziaria preventiva sembra una vendetta politica dei banchieri di Wall Street nei confronti del governo bolivariano, già in difficoltà finanziarie dopo la caduta del prezzo del barile del petrolio. Quindi, se la Casa Bianca e i banchieri di Wall Street insisteranno nel voler usare le combinazioni dell’alta finanza per strozzare l’economia del Venezuela è molto probabile che il governo di Maduro non accetterà più in silenzio questa situazione.

Inizialmente, la risposta potrebbe essere la sospensione del pagamento del debito estero, pari a 160 miliardi di dollari, o eventualmente congelarlo per un anno fin tanto che non ci sarà una revisione dei criteri con cui, nel 2016 e nel 2017, sono stati ribassati tutti i titoli venezuelani. Eventualmente sussiste anche l’ipotesi di una moratoria per equiparare il debito esterno al valore del tasso di sconto usato per ribassare tutti i titoli venezuelani.

Una situazione che, comunque, è molto discussa nei brokers di Wall Street, perché il Venezuela oltre ad essere la quarta economia dell’America Latina è quella che detiene la maggior riserva mondiale di petrolio e di gas, un grandissimo potenziale di oro, la cui futura esplorazione è pari al doppio dell’attuale produzione mondiale, oltre che a una consistente produzione di diamanti, ferro, alluminio e i cosiddetti metalli rari e strategici. Per questo motivo, la banca di investimenti statunitense, Goldman Sachs, nel mese di luglio, disinteressandosi delle minacce dell’opposizione, ha comprato i titoli di PDVSA emessi nel 2014 con scadenza per il 2022, pagando solo 865 milioni di dollari grazie allo sconto del 69%. Titoli che originariamente erano quotati 2.800 milioni di dollari! Un vero affare che la direzione di Goldman Sachs ha così commentato sulle pagine del “Wall Street Journal” “…Abbiamo comprato i titoli della PDVSA perché siamo convinti che la situazione venezuelana sia destinata a migliorare!”

ADIATV – Allo stesso tempo  la posizione espressa dal governo italiano in questi giorni e la partecipazione del senatore Casini al lato dell’opposizione potrà pregiudicare l’ENI?

Achille Lollo: “In un certo senso sì perché oggi, il problema che si pone con l’ENI è che essendo un’impresa pubblica e statale, rappresenta anche lo stato italiano. Cioè, il suo vincolo politico con il governo Gentiloni è evidente. Per cui se il governo italiano non riconosce la legittimità della nuova Assemblea Costituente e se il primo ministro Gentiloni afferma che il governo di Nicolas Maduro è dittatoriale per quali motivi queste due istituzioni bolivariane dovrebbero concedere e ratificare la concessione di uno o più blocchi petroliferi della fascia dell’Orinoco all’ENI?

Purtroppo Gentiloni, Renzi e Paduan, a causa dei concetti arroganti dell’eurocentrismo che predominano nella loro formazione ideologica e nella rispettiva attuazione politica, avrebbero dimenticato che la questione della sovranità è una delle principali questioni del governo bolivariano. Infatti, se il primo ministro Paolo Gentiloni e il Ministro Alfano avessero consultato il notiziario della BBC (in inglese), avrebbero scoperto perché il potenziale petrolifero venezuelano e di grandissima importanza. Forse per questo le loro dichiarazioni avrebbero dovuto seguire un maggior rigore diplomatico.

Per questo voglio ricordare cosa dice uno dei due principali esperti mondiali della produzione petrolifera venezuelana ,Alejandro Grisanti”…Le riserve petrolifere scoperte in Venezuela oltre ad essere immense e superiori a quelle dell’Arabia Saudita, hanno costi di produzione bassissimi perché l’estrazione è fatta a profondità minime. Inoltre l’infrastruttura per il trasporto del crude e del gas verso le raffinerie e i porti del paese è efficiente, anche se anziana…”. Da parte sua l’economista Asdrubal Oliveros ribatte “…In Medio Oriente c’è sempre la minaccia di una guerra, qui invece la situazione è tranquilla. D’altra parte nei prossimi anni il prezzo del petrolio aumenterà, per questo tutte le multinazionali stanno qui in Venezuela, pronte a investire nella prospezione della fascia dell’Orinoco, aspettando che il governo porti a termine i nuovi contratti e le licenze di produzione associata alla PDVSA”. Elementi e nozioni di geo-strategia economica che, forse per essere scritte in inglese, non hanno meritato l’attenzione dei membri del governo del PD!”

Ufficio Studi REDH.it – La questione delle elezioni in Venezuela ha riacceso lo spettro di una seconda Guerra Fredda. Potrebbe dirci se la questione venezuelana s’inserisce nello scontro tra USA e Russia e come reagiranno la Cina e l’India, che sono importanti alleati e clienti del Venezuela?

Luciano Vasapollo: “Il presidente Putin ha già mandato un messaggio a Donald Trump sull’inopportunità di ampliare la dinamica della violenza nei confronti del governo di Nicolas Maduro. In questo modo, Putin ha fatto capire che mai e poi mai la Russia permetterà e appoggerà nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU una proposta di intervento armato.

Per chi conosce la metodologia della diplomazia della Cina e dell’India, sa benissimo che quando questi governi tacciono è perché non approvano il comportamento dello stato attaccante, cioè gli USA, nei confronti del Venezuela. Infatti, la nazione bolivariana oltre ad essere un alleato politico della Cina e dell’India a livello di Movimento dei paesi Non-Allineati è soprattutto il principale fornitore di petrolio.

La Cina, per esempio, mensilmente compra 12.000.000 di barili di petrolio. D’altra parte se Donald Trump proibirà l’acquisto del petrolio venezuelano, farà un grande favore alle industrie chimiche, farmaceutiche e metallurgiche di Cina, India e Russia che, grazie alla presenza in Venezuela delle rispettive imprese petrolifere (CNPC, ONGC e Rosnof), saranno sempre più favorite nella definizione di nuovi contratti di import-export.

Infatti, se l’acquisto dei 750.000 barili di petrolio, che gli USA comprano ogni giorno, dovranno essere sostituiti con contratti con la China e con l’India, è chiaro che ci sarà una compensazione importando maggiori prodotti dalle industrie cinesi e indiane. Un contesto che fa capire perché le imprese cinesi, indiane e russe risulteranno preferite a quelle occidentali nei futuri progetti di sfruttamento e di trasformazione industriale dei giacimenti di oro, di ferro, di manganese e soprattutto dei metalli rari e strategici, di cui la Cina ha raggiunto il 93% della produzione mondiale”.

Contrapunto Internacional – Perché il presidente Nicoas Maduro ha nominato Jorge Alberto Arreaza Monserrat nuovo ministro degli esteri?

Luciano Vasapollo: “Innanzitutto approfitto per congratularmi di questa decisione del presidente Maduro, perché Jorge Arreaza è il quadro politico che in questo momento deve prendere le redini della politica estera, che nei prossimi mesi giocherà un ruolo fondamentale. Infatti e, senza voler ribassare Samuel Moncada, il problema è che oggi lo scontro a livello internazionale è entrato in un’altra dinamica. Cioè, lo scontro con l’imperialismo statunitense e i suoi associati, oltre a dibattere le questioni diplomatiche, toccherà fortemente le questioni commerciali, quelle di pianificazione strategica, economica, energetica e finanziaria, oltre alle questioni legate alla politica degli investimenti stranieri per la costruzione dei nuovi poli di sviluppo industriale.

Quindi, visto che Jorge Arreaza durante i governi di Hugo Chávez è stato nominato viceministro per lo Sviluppo Scientifico e Tecnologico e Vice-Presidente Esecutivo e poi nella prima gestione di Nicolas Maduro, subito dopo la morte di Chávez, fu promosso Ministro continuando ad accumulare l’incarico di Vice-Presidente della Repubblica, per poi ricoprire altri incarichi ministeriali (Ministro per l’Istruzione Universitaria, lo Sviluppo Scientifico e Tecnologico) accumulando fino a gennaio del 2017 l’incarico di Vicepresidente per lo Sviluppo Sociale e la Rivoluzione delle Missioni. In seguito fu nominato Ministro del Potere Popolare per lo Sviluppo Minerario ed Ecologico.

Con questa nomina si capisce perché il 20 luglio il presidente Maduro disse “…”Nel nostro Venezuela è necessario fare una rivoluzione economica!  Infatti, è finalmente giunto il momento di, non solo correggere gli errori, ma di cominciare a fissare le nuove linee per la costruzione effettiva del Socialismo del XXI Secolo!”. E Jorge Arreaza è il quadro politico chavista, anti-imperialista e con profonda formazione marxista, di cui Maduro aveva bisogno”.

Contrapunto Internacional – L’entrata trionfale con i quadri di Bolivar e di Chávez e la nomina di Delcy Rodriguez come presidente della nuova Assemblea Costituente, come deve essere interpretata?

Achille Lollo:Forse pochi sanno, ma il primo emendamento che l’opposizione fece subito dopo aver vinto le elezioni legislative nel 2015, fu quello di ordinare che tutti i quadri e i busti marmorei di Bolivar e di Chávez fossero messi in cantina. Per cui vedere in televisione questi 167 deputati costituenti che entrano nel Parlamento e occupano il Salone Ellittico con centinaia di foto e di quadri di Bolivar e di Chávez, è stato un qualcosa che ha commosso la maggior parte dei venezuelani. Quest’omaggio ai due principali lider storici del Venezuela, dimostra la consistenza politica del movimento bolivariano, che oggi rappresenta la maggioranza del popolo venezuelano.

Per quanto riguarda la scelta di Delcy Rodriguez, vorrei ricordare che la stessa è stata presentata dallo Diosdado Cabello, e questo è un elemento determinante per la ritrovata unità del movimento chavista. Un contesto che cancella le indecisioni che affiorarono nel PSUV subito dopo la morte di Chávez e, in particolare, nelle elezioni presidenziali, in cui il candidato era, appunto, Nicolas Maduro. Oggi, o meglio il 30 luglio, le tanto chiacchierate divisioni e incompatibilità tra Maduro e Diosdato tornano a essere, appena, “ciarlas”, cioè parole slegate dalla realtà”.

Ufficio Studi REDH – La nomina di Isaia Rodriguez dimostra che la vecchia guardia chavista ha ricomposto l’unità del movimento al lato del presidente Maduro

Luciano Vasapollo: “ Senza dubbio, poiché l’elezione di Julian Isaia Rodriguez Dias a vice-presidente dell’Assemblea Costituente è un altro tassello di questo nuovo processo politico, in cui tutti i dirigenti del PSUV hanno contribuito alla ricostruzione unitaria del movimento chavista. Infatti, quando si parla del caro Isaia è difficile dimenticare l’immagine di quel lontano 2002, quando il popolo lo liberò dalla prigionia dei golpisti. Il compagno rivoluzionario Isaia è rimasto nel cuore dei venezuelani come il primo “Fiscal General de la Republica” che ebbe il coraggio di portare in giudizio gli uomini che in passato avevano trasformato la Repubblica in uno stato mafioso. E ‘ per questo che facciamo gli auguri politici militanti e con tutto il cuore e le ragioni politiche accompagneremo con grande partecipazione attiva il duro lavoro del nostro caro ambasciatore . D’altra parte la sua formazione di giurista sarà fondamentale per complementare il lavoro del presidente dell’Assemblea Costituente, Delcy Rodriguez, conosciuta anche per “Canciller de la Dignità” (Ministro degli Esteri della Dignità). Un attributo più che qualificato a causa delle continue battaglie che questa giovane preparatissima compagna rivoluzionaria ha saputo e voluto combattere contro i “mostri sacri” della diplomazia imperiale.

Infatti vorrei sottolineare che la nomina di Delcy Rodriguez alla presidenza dell’Assemblea Costituente , non dipende solo dalla sua fermezza politica, dimostrata in tutti i governi di Hugo Chávez, dove lei ha avuto differenti incarichi, tra cui il delicato Ministerio del Despacho del Presidente, cioè una specie di Segretaria di Stato per l’attività della presidenza. Si può dire che la sua nomina dipende, soprattutto dalla sua capacità di affrontare e risolvere le scottanti questioni della politica internazionale ed anche dalla sua formazione accademica di avvocata, specializzata in Diritto del Lavoro. Un bagaglio assolutamente necessario per dirigere non solo l’Assemblea Costituente ma anche la Commissione della Verità, poiché il popolo venezuelano, adesso, vuole sapere il perché dei 124 morti, dei 756 feriti e degli attentati a istituzioni pubbliche, la cui distruzione supera i 3 miliardi di Euro”.

ADIATV – Perché il PD e i partiti europei di centro-sinistra stanno cavalcando le posizioni dell’opposizione venezuelana che in realtà è formata da partiti di destra vagamente fascistoidi e pro-imperialisti?

Achille Lollo: “Per risponder voglio ricorrere a Norberto Bobbio che nel suo compendio “Gramsci e il concetto di società civile” per spiegare lo stravolgimento delle posizioni ideologiche di alcuni partiti della sinistra e del centro-sinistra, ma anche della destra, sottolineava “…il potere , attraverso l’attrazione parlamentare, irrimediabilmente attrae i partiti della sinistra verso il centro, dove si concentrano i poteri dello stato …”. Oggi sono in molti a dire che il PD, non è più un partito di centro-sinistra e che dimostra, sempre più, di volersi allontanare persino dalle posizioni storiche della socialdemocrazia, che motivarono la formazione dell’Ulivo, del PDS e infine dello stesso PD. Secondo me, il PD renziano, che ancora non può chiamarsi Partito della Nazione, rimane un succedaneo moderno dell’antica Democrazia Cristiana, evidentemente con l’attributo di progressista.

Altri dicono che il PD sarebbe diventato il partito “di centro-sinistra” del mercato, a causa della grande capacità di comunicazione del suo lider, Matteo Renzi. Anche se poi questa grande , funzione mediatica ed elettorale è risultata una maledizione per i lavoratori, i pensionati e soprattutto i giovani. ….Forse è per questo che il social-liberale-clintoniano, Walter Veltroni ha preferito dedicarsi definitivamente ai documentari storici!!!”

Rivista Nuestra America – Anche nella sinistra radicale, rivoluzionaria, extra-parlamentare, e alternativa, la questione del Venezuela ha smascherato la definizione di nuove posizioni ideologiche che rimanevano coperte da  etichette storiche. Potrebbe spiegare il perché di tutto ciò?

Achille Lollo : ” Uno dei difetti storici della sinistra, PCI incluso, è che a partire dagli anni sessanta ha praticamente perso la battaglia dell’informazione. Da parte sua la sinistra cosiddetta alternativa non è mai riuscita a mantenere in vita un organo di stampa di massa, unitario, informativo e formativo, capace di far fronte alle manipolazioni che giornali ,riviste, radio e soprattutto le televisioni vomitavano, creando n questo modo una cultura di massa consumista, fondamentalmente anti-comunista, anti-proletaria e avversa a tutti quelli che difendevano la lotta di classe. Prendiamo Il Manifesto, che tuttora nella sua manchette usa il logotipo di ”giornale comunista”. Oggi, questo giornale ha censurato la sua giornalista Geraldina Collotti  perché difendeva il governo bolivariano, mentre la direzione del giornale si è avvicinata alle posizioni della “grande stampa”. Qualcuno dice che lo avrebbe fatto per vendere qualche copia in più, poiché a sinistra quasi nessuno compra Il Manifesto. Qualcun’altro dice che questo giornale sta vivendo lo stesso dramma de L’Unità che, per assurdo che sembri, difende i giochi di potere del PD di Renzi, pur mantenendo il logotipo “giornale fondato da Antonio Gramsci”!

Purtroppo, questa è l’evoluzione di una sinistra che si è piegata alla logica del mercato e ha accettato i principi dell’eurocentrismo, per poi essere trasformata in elemento portante della globalizzazione. Il prodotto più visibile di questa sinistra eurocentrica è appunto Federica Mogherini che, da accesa militante della FGCI dalemiana, che nel Forum Europeo della Gioventù difendeva la sovranità nazionale e la solidarietà, poi fu promossa vicepresidente della “Fondazione Italia USA”, partecipando nel quartier generale della NATO a Bruxelles alle riunioni di questo organismo controllato dall’imperialismo!

Rivista Nuestra America – Perché i gruppi e i partiti della sinistra rivoluzionaria sono critici nei confronti di Chávez e molto ostili con Maduro?

Luciano Vasapollo: “E’ vero, abbiamo una sinistra radicale avventurista che critica aspramente Hugo Chávez e, attacca soprattutto, Nicolas Maduro per essere troppo comprensivo, con la borghesia, con le multinazionali, con gli USA e con i media e per non aver  imposto il Socialismo del Secolo XXI con una rivoluzione permanente, anche se, in parte riconoscono le trasformazioni socio-economiche e culturali che i governi bolivariani hanno proporzionato al popolo lavoratore del Venezuela. Per ultimo abbiamo un’altra sinistra critica che è molto influente perché è legata alle teorie del trotskismo morenista argentino, che ha sempre attaccato Chávez per essere un militare (… bonapartista…), nazional-stalinista (per avere strette relazioni con Fidel) e populista (per aver inventato le “Misiones” e il “Governo de la Calle”).

Come in Argentina e in Brasile, anche qui in Italia ci sono compagni che attaccano l’esperienza bolivariana al punto di associarsi alla destra dimenticando che per evitare la vittoria dell’imperialismo in Venezuela, soprattutto dopo la vittoria di Macri in Argentina e di due Impeachment in Brasile e in Paraguay, in questo momento è necessario difendere lo stato e il governo bolivariano. Comunque lascio questa polemica al teorico argentino Claudio Katz, secondo cui”…Davanti all’imminenza di una politica sovversiva e golpista come quella che il Venezuela sta soffrendo, i nostri principali nemici sono la Destra e l’Imperialismo e contrastarli è sempre una priorità. Questo principio elementare deve essere riaffermato soprattutto in questi momenti critici. Noi abbiamo formulato critiche a Salvador Allende, però il fulcro centrale della nostra battaglia era Pinochet! Allo stesso modo, oggi in Venezuela si dovrebbe costruire un’azione comune contro l’escalation golpista della destra. Maduro ha commesso vari errori, però i colpevoli del deterioramento della situazione sono i stati i capitalisti. Per cui, davanti alla prospettiva della “golpeada” imperialista bisogna saper distinguere e saper reagire!…

Ufficio Studi REDH – Il comunicato del Movimento 5 Stelle è un retromarcia ideologico o è una presa di posizione per allinearsi agli altri partiti?

Achille Lollo: “Nel 2015, prima delle elezioni, il Movimento 5 Stelle infiammò i cuori infranti della sinistra attaccando la NATO, facendo credere che un governo penta stellato avrebbe rivisto questa servitù geostrategica, manipolata dagli Stati Uniti. Poi, mi pare che il rigore di Di Maio fece capire che nel M5S nessuno aveva intenzione di fare battaglie contra la NATO e i suoi padroni, cioè gli USA. In seguito, l’M5S organizzò un Seminario nel Parlamento sull’ALBA, in cui il deputato Di Battista citava il Venezuela come esempio di democrazia diretta, facendo moltiplicare i consensi per il M5S nella sinistra alternativa. Però quando Maduro aprì lo scontro di classe con la destra per l’Assemblea Costituente nel movimento penta stellato calò un silenzio tombale. Infine quando “La Stampa”, “Il Messaggero” e “Il Tempo” montarono una provocazione mediatica contro “L’Anti Diplomatico” per questi essere un giornale digitale del M5S troppo simpatico con la Russia di Putin, si chiusero silenziosamente in un angolo abbozzando il tiepido sorriso di chi in silenzio dice “…scusate non lo faccio più!”. Per questo motivo i contenuti del comunicato non mi hanno né stupito e nemmeno scandalizzato!”

Ufficio Studi REDH – Il primo ministro Gentiloni e il PD, insieme alla destra spagnola, avrebbero praticamente sposato la causa dell’opposizione venezuelana. Altri governi europei hanno preso posizioni più o meno simili a quella di Trump. Lei pensa che ci saranno ritorsioni da parte del governo bolivariano nei confronti delle imprese multinazionali e delle banche straniere che operano in Venezuela, come per esempio l’ENI?

Luciano Vasapollo : “Questa domanda dovrebbe essere rivolta al signor Gentiloni o al suo ministro degli Esteri, signor Angelino Alfano, poiché dovrebbero sapere perché l’ENI e le altre grandi imprese italiane stanno in Venezuela! Comunque, è chiaro che il PD si è definitivamente allineato sulle posizioni reazionarie di Donald Trump. Purtroppo Renzi e Gentiloni, danno lezioni di antifascismo per recuperare qualche consenso a sinistra e guadagnare un po’ di spazio nei media, però, restano in silenzio nel momento in cui le relazioni equivoche con la Francia di Macron, con la Libia di Haftar e con la stessa Unione Europea dimostrano la totale mancanza di una leadership, oltre a mettere in evidenza che gli obiettivi geo-strategici da raggiungere sono più che vaghi.

Per quanto riguarda la situazione delle multinazionali in Venezuela bisogna fare un distinguo, tra imprese pubbliche e quelle private. Infatti, il governo bolivariano non responsabilizzerà i gruppi privati per le posizioni politiche assunte dai suoi governi. A meno che non partecipino nella cospirazione, come è, per esempio il caso della Conoco Phillips.

Comunque, la posizione delle imprese petrolifere statali potrà complicarsi, nel caso i rispettivi governi non riconosceranno l’elezione della nuova Assemblea Nazionale Costituente e se appoggeranno il progetto di rottura istituzionale voluto dall’opposizione con il supporto degli USA. Purtroppo, il primo ministro Paolo Gentiloni, per guadagnare un po’ di spazio nei media italiani e stranieri ha praticamente pregiudicato la posizione dell’ENI, che insieme alla spagnola REPOSOL, la statunitense Exxon Mobil, l’indiana ONGC, la cinese CNPC e la russa Rosnof, vale a dire il top dei gruppi petroliferi internazionali, stanno aspettando che il governo disciplini i contratti per iniziare lo sfruttamento delle immense riserve di petrolio e di gas, localizzate nella fascia dell’Orinoco”.

 

Venezuela. La CIA e la controrivoluzione in Venezuela

Che le destre e i governi neoliberisti dell’America Latina, degli USA e dell’UE da tempo stiano cercando di delegittimare con ogni mezzo il governo di Nicolas Maduro, è ormai fin troppo evidente.

Altrettanto evidente è che la vera questione centrale sia sempre quella del controllo delle enormi risorse petrolifere di cui dispone il Venezuela, la sua ricchezza e la sua dannazione, come ben diceva il grande Eduardo Galeano (“Las venas abiertas de America Latina”).

Più che certo è che la CIA non si sia fatta mai sfuggire un’occasione per recuperare il terreno perduto nel suo “patio trasero” sottratto negli ultimi 15 anni al dominio imperialista dai governi progressisti e socialisti di Correa, Cristina Kirchner, Evo Morales e Chavez.

Meno comprensibile è invece come alcuni settori delle “sinistre” e persino compagni, che in qualche modo fanno riferimento a un futuro mondo migliore che mira a una società socialista/comunista, possano avere le idee poco chiare su quello che dovrebbe essere un assioma in tutta la vicenda legata oggi al Venezuela, come l’altro ieri al Cile e ieri/oggi alla Siria e alla Libia: la contraddizione principale in cui inserirsi e combattere senza se e senza ma è l’imperialismo, non il pelo che sicuramente c’è nell’uovo del governo Maduro!

Questo articolo di Atilio Boron, pur se scritto alcuni giorni fa (il 26 luglio), quindi prima del grande successo di partecipazione del popolo venezuelano (pur in mezzo a mille difficoltà) al processo costituente che porterà (non senza ulteriori sgambetti e atti criminali tesi ad intralciarlo) ad un avanzamento verso la strada della giustizia sociale in Venezuela, merita di essere letto con attenzione anche e soprattutto oggi, dopo le elezioni, perché coglie e mette a nudo i limiti di alcune forze politiche dalle quali ci si dovrebbe attendere un supporto incondizionato ai titanici sforzi che il governo Maduro fa per mantenere e progredire sulla strada del socialismo e non banalmente per uscire da una crisi politico/governativa come potrebbe sembrare ad un analista poco attento.

Consigliamo quindi questa lettura che, oltre a dare alcuni elementi di storia della CIA che potrebbero essere già acquisiti dalla maggioranza dei nostri lettori, ci sembra utile per arricchire il dibattito che anche qui da noi è già aperto in questo senso.

È probabile che dopo le votazioni di domenica non torni “la pace” in Venezuela, ma questo sarà una grossa e grave responsabilità di chi ancora non ha perso le speranze di creare le condizioni di frammentazione già sperimentate in Medio Oriente e Nord Africa riproponendo un nuovo Plan Condor per tentare di impedire il consolidarsi delle condizioni che permettono la crescita di un vero e concreto processo socialista oltre a quello ormai consolidato di Cuba.

 

La società capitalista ha come uno dei suoi tratti principali l’opacità. Se nei vecchi modi di produzione precapitalista l’oppressione e lo sfruttamento dei los popoli  saltava all’occhio e persino acquisiva un’espressine formale e instituzionale in gerarchie e poteri,  nel capitalismo prevale la’oscurità e, con quella, lol sconcerto e la confusione. Fu Marx che con la scoperta del plusavalore ha stracciato il velo che nascondeva lo sfruttamento a cui erano sottoposti i lavoratori “liberi”, emancipati dal giogo medioevale. Ed è stato sempre lui a denunciare il feticismo delle merci in una societàndove tutto diventa merce e quindi tutto si presenta fantasmagoricamente davanti agli occhi della popolazione.

Quanto detto sopra rientra nella negazione del ruolo della CIA nella vita politica dei paesi latinoamericani, ma non solo di quelli. Il suo permanente attivismo è inevitabile e non può passare inosservato ad un occhio minimamente attento. Parlando della crisi in Venezuela –per fare l’esempio che ora ci preoccupa- e le minacce che incombono su questo paese fratello, non si nomina mai l’“Agenzia”, salvo in poche e isolate eccezioni.  La confusione che la sociedad capitalista genera con la sua opacità e il suo feticismo fa nuove vittime  nel campo della sinistra. Non dovrebbe sorprendere che la destra incoraggi questa copertura della CIA. La stampa egemone –in realtà, la stampa corrotta e canaglia- non la nomina mai. È un tema tabú per questi impostori seriali. Nè lei, la CIA, nè alcuna delle altre quindici agenzie che costituiscono l’insieme che negli Stati Uniti amablemente sono denominate “comunità di inteligence”. Eufemismis a parte, è un temibile conglomerato di sedici bande criminali finaniate con fondi del Congresso degli Stati Uniti e la cui missione è duplice: raccogliere e analizzare informazionie, soprattutto,  intervenire attivamente nei diversi scenari nazionales con una gamma di azioni che vanno dalla manipolazione dell’informaazione e il controllo dei mass media fino  al reclutamento di leader sociali, funzionari e politici, la creazione di organizzazioni schermo dissimulate come innocentis e insospettabili ONG dedite a inobiettabili cause umanitarie fino all’assassinio di leader sociali e politici fastidiosi e l’infiltrazione e la distruzione di ogni tipo di organizzazione popolare. Vari pentiti e schifati ex agenti della CIA hanno descritto quanto sopra fin nei dettagli, con nomi e date, perciò non insisto su questo argomento.[1]

Che la destra sia complice della copertura del protagonismo degli apparati d’intelligence degli Stati Uniti è comprensibile. Sono dalla stessa parte e proteggono con un muro di silenzio i loro compari e sicari. Quello che è assolutamente incomprensibile è che rappresentanti di alcuni settori della sinistra –specificamente  il troskismo-, il progressismo e certa intellettualità intrappolata nei vapori inebrianti del postmodernismo, rientrino in questo negazionismo dove non solo la CIA scompare dall’orizzonte di visibilità ma persino l’imperialismo. Queste due parole, CIA e imperialismo,  neanche per caso entrano nei numerosi testi scritti da personaggi di quelle correnti sul dramma che oggi si svolge in Venezuela e che, ai loro occhi, sembra avere come unico responsabile il governo bolivariano.  Chi rientra in quella erronea – insanabilemente erronea- prospettiva d’interpretazione si dimentica pure della lotta di classe, che brilla per assenza soprattutto nelle analisi di supposti  marxisti che altro non sono che “marxologi”, proprio così, colti dottori ubriachi di parole, come a volte diceva Trotsky, però che non capiscono la teoria e meno ancora il metodo dell’analisi marxista e per questo davanti agli attacchi che subisce la rivoluzione bolivariana esibiscono una gelida indifferenza che, di fatto, diventa compiacenza nei confronti dei piani reazionari dell’impero. 

Tutta questa orribile confusione, stimolata come dicevamo all’inizio dalla stessa natura della società capitalista, si dissipa quando si ricorda l’infinità d’interventi criminali che la CIA ha portato a termine in America Latina (e ovunque fosse necessario) per destabilizzare processi rieformisti o rievoluzionari.   Una sommaria enumerazione a voelo d’uccello, inevitabilemente incompleta, sottolineerebbe il sinistro ruoloo svolto dall’ “Agencia” in Guatemala, nel 1954, rovesciando il governo di Jacobo Arbenz organizzando un’invasione guidata da un colonnello mercenario, Carlos Castillo Armas, che dopo aver fatto quello che gli era stato ordinato sarebbe stato assassinato tre anni dopo nel Palazzo Presidenziale. Continuiamo:  Haiti, nel 1959, sostenendo l’allora minacciato regime di François Duvallier e garantendo la perpetuità e l’appoggio a quella criminale dinastia fino al 1986. Non parliamo poi dell’intenso coinvolgimento dell’“Agencia” ena Cuba, fin dall’inizio della Rivoluzione Cubana, attività che continua fino ad oggi e che registra come una delle sue tappe principali l’invasione di Playa Girón nel 1961; o in Brasile, 1964, assumendo un attivissimo ruolo nel golpe militare che rovesciò il governo di Joao Goulart e ha immerso quel paese sudamericano in una dittatura brutale che durò per due decenni; a Santo Domingo, Repubblica Dominicana, nel 1965, appoggiando l’intervento dei marines in lotta contro i patrioti diretti dal Colonnello Francisco Caamaño Deño; in Bolivia, ne 1967, organizzando la cattura del Che e ordinando la sua vigliacca esecuione una volta che era caduto ferito e catturato in combattimento. La CIA è rimasta sul campo e di fronte alla radicalizzazione politica che stava prendendo piede in Bolivia ha conspirato per rovescire il governo popolare di Juan J. Torres nel 1971. In Uruguay, nel 1969, quando la CIA ha inviato Dan Mitrione,  uno specialista in tecniche di tortura, per addestrare i militari e la polizia per estorcere confessioni ai Tupamaros. Mitrione fu da questi giustiiato nel 1970, ma la dittatura installata dall’“ambasciata” dal 1969 è durata fino al 1985; in Chile, dagli inizi degli anni sessanta intensificando la sua azione con la complicità del governo democristiano di Eduardo Frei. La stessa notte in cui Salvador Allende vinceva le elezioni presidenziali del 4 Settembre 1970 il presidente Richard Nixon convocò d’urgenza il Consiglio Nazionale di Sicurezza e ordinò alla CIA che impedisse con ogni mezzo l’insediamento del leader cileno e, in caso ciò non fosse possibile, non risparmiasse sforzi nè denaro per rovesciarlo. “Né una vite né un dado per il Cile” disse quello zoticone prima di essere sloggiato dalla casa Bianca a seguito di un giudizio politico. In Argentina, nel 1976, la CIA y l’ambasciata furono attivi collaboratori della dittatura genocida del generale Jorge R. Videla, contando pure sullo scoperto aiuto e consiglio dell’allora Segretario di Stato Henry Kissinger;  in Nicaragua, sostenendo contro tutto e contro tutti la dittatura somozista e, a partire dal trionfo del sandinismo, organizzando la “contra” facendo appello pure al traffico illegale di armi e droga dalla stessa Casa Bianca per raggiungere i propri obiettivi; nel Salvador, dal 1980, per contenere l’avanzare della guerrilla del Fronte Farabundo Martí di Liberazione Nazionale, inserendosi attivamente durante i dodici anni che durò la guerra civile che lasciò un saldo di oltre 75.000 morti. A Granada, liquidando il governo marxista di Maurice Bishop. A Panamá, 1989, invasione orchesrtata dalla CIA per rovesciare Manuel Noriega, un ex agente che che aveva pensato di potersi rendere indipendente dai suoi capi,  causando almeno 3.000 moerti nella popolazione. In Perú, a partire dal 1990, la CIA ha collaborato con il presidente Alberto Fujimori e il suo capo del Servizio d’Intelligence, Vladimiro Montesinos per organizzare forze paramilitari per combattere Sendero Luminoso e, visto che ci si trovava, pure qualcuno della sinistra che capitava a tiro, lasciando un saldo di lutti che si misura in migliaia di vittime. Dati questi precedenti, qualcuno potrebbe pensare che la CIA è rimasta con la braccia conserte di fronte alla presena delle FARC-EP  e del ELN in Colombia, dove gli Stati Uniti contano sette basi militari per il dispiegamento delle loro forze? O che non agisce sistematicamente per corrodere le basi che sostengono governi come quelli di Evo Morales e, a suo tempo, di Rafael Correa e oggi di Lenin Moreno? O che si è messa a riposo e ha smesso di in Argentina, Brasile,  e in tutta questa immensa regione costituita da America Latina e Caraibi, considerata giustamente come la riserva strategica dell’impero? Solo un’ostentata ignoranza o ingenuità potrebbe pensare così.

Può, quindi, qualcuno sorprendersi del protagonismo che la CIA sta avendo oggi in Venezuela, il “punto caldo”, dell’emisfero occidentale? Può la dirigenza nordamericana –la reale, il “deep state” come dicono i suoi più lucidi osservatori, non la maschere di prua che mandano dalla Casa Bianca – essere così tanto, ma così tanto inetti da disinteressarsi della sorte che possa avere la lotta messa in campo contro la Rivoluzione Bolivariana nel paese che conta le maggiori riserve provate di petrolio del mondo? Può essere che, per il  trotzkismo latinoamericano e altre correnti egualmente deviate nella stratosfera politica, la MUD e il chavismo “siano la stessa cosa” e che non provochi in quelle correnti altra cosa che una suicida indifferenza. Però per gli amministratori imperialis, che sanno cosa c’è in gioco, sono coscienti che l’unica opzione che hanno per impossessasi del petrolio venezuelano –obiettivo non dichiarato di Washington- è frla finita con il governo di Nicolás Maduro lasciando da parte qualsiasi scrupolo pur di ottenere quel risultato,  dal bruciare vive le persone a incendiare ospedali e asili nido. Sanno pure che il “cambiamento di regime” in Venezuela sarebbe un trionfo straordinario dell’imperialismo nordamericano perchè, istallando a Caracas i loro peones e lacchè, che sono orgogliosi della loro condizione di leccapiedi dell’impero, quel paese diventerebbe di fatto un protettorato nordamericano, montando una farsa pseudodemocratica     –come quella che già c’è in vari paesi della regione- che solo una nueva ondata rivoluzionaria potrebbe arrivare a interrompere.  E di fronte aa questa opzione, impero contro chavismo, non c’è neutralità che tenga. Non è la stessa cosa! Non possiamo pensare che sia la stessa cosa! Perchè per quanti difetti, errori e deformazioni che possa aver subito il processo iniciato da Chávez nel 1999; per quante  responsabilità possa avere il presidente Nicolás Maduro nell’evitare la destabilizzazione del suo governo, i risultati storici del chavismo superano ampiamente i suoi errori e metterlo in salvo dall’aggressine nordamericana e dei suoi servi è un obbligo morale e politico ineludibile per coloro che dicono di defendere il socialismo, l’autodeterminazione nazionale e la rivoluzione anticapitalista. Questo, nient’altro che questo, è ciò che è in gioco nei prossimi giorni nella terra di Bolívar e Chávez, e in questo crocevia nessuno può appellarsi alla neutralità o all’indifferenza. Sarebbe bene ricordare l’avvertimento che Dante mise all’ingresso del Settimo Girone dell’Inferno: “questo luogo, il più orrendo e ardente dell’Inferno, è riservato a coloro che in tempi di crisi morale hanno optato per la neutralità.” Prendere nota.

 


[1] Vedi John Perkins, Confesiones de un gángster económico. La cara oculta del imperialismo norteamericano (Barcelona: Ediciones Urano, 2005). Edizione originale: Titolo originale: Confessions of an Economic Hit Man First published by Berrett-Koehler Publishers, Inc., San Francisco, CA, USA. Vedi anche il testo pioniero di Philip Agee, del 1975, Inside the company, e pubblicato in Argentina col titolo La CIA por dentro. Diario de un espía   (Buenos Aires: Editorial Sudamericana 1987)

  Di Atilio A. Borón/ Resumen Latinoamericano/ 26 luglio 2017.-

Cosa sta accadendo in Venezuela? Un approfondimento

Un incontro Stampa organizzata da ADIATV, Radio Città Aperta, Contrapunto Internacional e Rivista Nuestra America, con la partecipazione del professore dell’università Sapienza di Roma, Luciano Vasapollo e del giornalista Achille Lollo, profondi conoscitori del contesto latino americano, fa il punto sulla situazione in Venezela.

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