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La scuola secondo il contratto legastellato

 

Il veto di Mattarella, dell'Unione Europea e dei mercati nei confronti di un euroscettico come Savona ha fatto per ora saltare il tentativo da parte di Lega e Cinque Stelle di formare un governo gialloverde, rivelando quanto stringenti siano i vincoli imposti dalla gabbia europea alla democrazia formale e al tempo stesso la scaltrezza di un Salvini che potrà presentarsi davanti all'elettorato come difensore della sovranità popolare.

Vale tuttavia la pena mostrare, specie a coloro che credono nel vento “rivoluzionario” legastellato, la continuità sostanziale tra l’idea di scuola proposta nel contratto e quella  delle controriforme succedutesi negli ultimi decenni. Il contratto siglato tra M5s e Lega, con riferimento specifico al comparto scuola, senza tanti giri di parole, rappresenta il manifesto della mediocrità. Il documento, generico e ambiguo, è un calderone di intenti non meglio specificati che, pur criticando, peraltro in modo superficiale, la Buona scuola, ne lascia sussistere l’intero impianto strutturale con tutta la sua curvatura aziendalistica.

Accanto all’unica affermazione realmente degna di nota, quella riguardante l’abolizione della chiamata diretta da parte del dirigente scolastico, assieme a un rapido accenno al problema delle maestre diplomate a rischio licenziamento, tale contratto non sfiora nemmeno lontanamente la ratio complessiva della legge 107.

 E’ un documento che gira a vuoto, alimentando un mero parlottare sulla scuola, sintetizzabile in affermazioni del tipo:” La buona qualità dell’insegnamento, fin dai primi anni, rappresenta una condizione indispensabile per la corretta formazione dei nostri ragazzi. La nostra scuola dovrà essere in grado di fornire gli strumenti adeguati per affrontare il futuro con fiducia”. Continuando sulla falsariga delle banalità che rendono quasi impossibile un’analisi seria, il documento prosegue sostenendo che

La cultura rappresenta un mondo in continua evoluzione. È necessario che anche i nostri studenti rimangano sempre al passo con le evoluzioni culturali e scientifiche, per una formazione che rappresenti uno strumento essenziale ad affrontare con fiducia il domani “.

Se nei documenti ufficiali della 107 affiora in maniera chiara ed esplicita la cabina di regia ordoliberista, i cui diktat si concretizzano nella scuola delle competenze al servizio del mercato, nel contratto di governo legastellato il problema della formazione sembra essere tracciato “per caso”: poche banali indicazioni, gettate su un fondo di assoluta opacità, di non detti e di assenza pressoché totale di una visione che possa essere critica o alternativa a quella della scuola autoritaria di mercato.

Se il sistema PD aveva la sfrontatezza di dichiarare apertamente la sudditanza del sistema formativo alle esigenze del profitto, considerando la scuola quale fucina nella quale produrre “capitale umano” a basso costo e stringendo sempre più il legame tra sistema produttivo e sistema formativo, nel suddetto contratto non c’è alcun riferimento al business e all’intreccio tra poli produttivi e pubblica istruzione.

Da due forze che si definivano euroscettiche, sia pure a corrente alternata, a seconda dell’opportunità e della particolare contingenza politica, ci saremmo aspettati un testo meno surrettizio. D’altronde da due leader che sono andati a rassicurare i poteri forti nelle sedi deputate (vedi Cernobbio o City di Londra), ottenendo la benedizione del capitale transazionale, non potevamo aspettarci altro.

L’ambiguità del contratto diventa sommamente esplicita nel passaggio riguardante l’alternanza scuola-lavoro: “La c.d. “Buona Scuola” ha ampliato in maniera considerevole le ore obbligatorie di alternanza scuola-lavoro. Tuttavia, quello che avrebbe dovuto rappresentare un efficace strumento di formazione dello studente si è presto trasformato in un sistema inefficace, con studenti impegnati in attività che nulla hanno a che fare con l’apprendimento. Uno strumento così delicato che non preveda alcun controllo né sulla qualità delle attività svolte né sull’attitudine che queste hanno con il ciclo di studi dello studente, non può che considerarsi dannoso”. Senza bisogno di fare particolari sforzi di ermeneutica, il definire l’alternanza scuola lavoro “un efficace strumento di formazione dello studente“ ne disvela l’intero impianto ideologico, evidentemente ancillare a quello del grande capitale che ha individuato nella scuola il partner ideale per instillare nei giovani in formazione la logica dell’occupabilità,  tanto cara al neoliberismo e alla UE.

Perché due movimenti che hanno costruito la loro fortuna attraverso la critica al sistema PD sono stati così laconici e generici nella critica al sistema scuola devastato dalle controriforme degli ultimi anni?

Da un lato i pentastellati rappresentano, oltre a un diffuso voto di protesta delle classi popolari, soprattutto gli interessi di quella piccola e media borghesia delle professioni che ha elaborato un’ideologia profondamente ambigua che, dichiarandosi né di destra né di sinistra, rimane de facto tutta impastoiata nelle logiche di mercato; dall’altro la Lega di Salvini, che attraverso la xenofobia riesce a ottenere un consenso diffuso, rappresenta gli interessi di quella piccola e media imprenditoria che esce perdente dal confronto con la grande impresa transazionale monopolistica.

Questo contratto suggella un matrimonio di interessi tra classi sociali perdenti nel confronto con la grande borghesia. Si tratta della sindrome di Stoccolma di un ceto sociale che tira la corda di fronte al grande capitale solo per raccoglierne le briciole attraverso riforme che pretendono di rendere più equo il sistema di mercato, senza mettere in discussione il neoliberismo (lo sfruttamento dei lavoratori fa comodo anche alle piccole e medie imprese), ma cercando piuttosto di accomodarsi meglio al suo interno e di ritagliarsi il suo piccolo spazio al sole, in nome di una millantata sovranità, di fatto desovranizzata.

Il mantenimento, nel contratto di governo, dell’alternanza scuola lavoro ha una sua logica: è una formula che garantisce lavoro gratuito e manodopera a basso costo e in fondo fa comodo sia al professionista sia alla piccola e media impresa che per reggere la concorrenza deve abbattere i salari e quindi i costi di produzione.

Cominciare a destrutturare la storytelling, che vede nei due contraenti l’espressione dell’alternativa al sistema, è un’operazione imprescindibile per riavviare una vera lotta di classe dal basso. Non saranno i due leader di turno a destabilizzare il sistema neoliberista della UE, ma solo la ripresa e l’organizzazione della lotta delle classi popolari potrà rovesciare il sistema di sfruttamento del quale la scuola offre una “privilegiata” rappresentazione.

 

Di Patrizia Buffa (Rete dei Comunisti)

 

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