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Fermiamo la scuola dello sfruttamento!

Molto si è scritto sulla legge 107 (Buona scuola), sulle forme di aziendalizzazione dell’educazione e della formazione che essa comporta, sull’introduzione del lavoro gratuito tra i banchi di scuola mediante l’alternanza scuola – lavoro, sulla curvatura sempre più manageriale e autoritaria dovuta al potenziamento della figura del preside, ormai compiutamente trasformato in dirigente e manager.

Un aspetto che però ancora va indagato e che completa organicamente il quadro della controriforma renziana della scuola è il nuovo sistema di reclutamento dei docenti, il cosiddetto percorso FIT (Formazione Iniziale e Tirocinio). Il nuovo percorso per accedere all’insegnamento è previsto dalla legge 107, dal Dlgs 59/2017 e dall’atto n. 377 del governo. Tali norme stabiliscono l’indizione di concorsi da tenersi su base regionale o interregionale, con cadenza biennale, superati i quali, i vincitori possono accedere a tre anni di formazione e tirocinio. Durante i primi due anni del percorso il tirocinante percepisce una retribuzione – si fa per dire – ridotta. Terminati con esito positivo i tre anni stabiliti dal FIT, è prevista l’assunzione in ruolo a tempo indeterminato.

Il candidato dovrà in primo luogo superare un concorso, consistente in una prima prova scritta disciplinare, in una seconda di natura didattica e, infine, in una prova orale disciplinare e linguistica. Potrà quindi accedere a una sorta di tirocinio di tre anni, durante il quale avrà praticamente gli stessi doveri di un lavoratore, ma non gli stessi diritti. In realtà, quella del FIT è una formula che, oltre a sfruttare i futuri insegnanti per due anni e a sottoporli a un vero e proprio fuoco di fila di valutazioni in itinere, non assicura nemmeno l’assunzione alla fine del percorso. Infatti, anche una volta superato il concorso e dopo aver stipulano un contratto triennale di formazione iniziale e tirocinio (FIT) con l’Ufficio Scolastico Regionale di competenza, non c’è alcuna garanzia di passare il tirocinio, in quanto il percorso FIT ha carattere selettivo.

Accanto alla vera e propria corsa a ostacoli rappresentata dal sistema combinato concorso – tirocinio, va sottolineato l’aspetto economico connesso a questa nuova forma di reclutamento escogitata dal Miur. Mentre con i vecchi metodi di assunzione (concorsi ordinari e riservati, immissione dalle graduatorie provinciali, Ssis, ecc.) il neoassunto entrava in cattedra con la retribuzione base di un insegnante già durante lo svolgimento dell’anno di prova, con il FIT si assiste a una forma di inserimento nella scuola tramite una sorta di contratto a tutele crescenti: il pieno diritto a essere retribuito conformemente allo stipendio base di un insegnate scatta infatti solo al terzo anno di tirocinio.

Una volta superato il concorso regionale, i tirocinanti stipulano un contratto secondo le modalità stabilite dal Dgls 59/2017: “I vincitori del concorso […] sottoscrivono un contratto triennale retribuito di formazione iniziale, tirocinio e inserimento, di seguito denominato contratto FIT, con l’Ufficio scolastico regionale a cui afferisce l’ambito territoriale scelto ai sensi dell’articolo 7 […] Le condizioni normative ed economiche dei primi due anni del contratto FIT sono definite in sede di contrattazione collettiva nazionale. La contrattazione collettiva è svolta nel limite delle risorse disponibili nel Fondo di cui all’articolo 19, comma 1, nonché delle risorse corrispondenti alle supplenze brevi effettivamente svolte nel secondo anno di contratto. […] Il terzo anno del contratto FIT prevede le medesimecondizioni normative ed economiche del contratto di supplenza annuale”.    

La normativa prevede che il tirocinante che svolge tutta una serie di attività all’interno della scuola (supplenze comprese) venga retribuito, durante il primo biennio, con una cifra che, secondo le stime circolanti nel mondo sindacale e universitario, si aggirerebbe intorno ai 400/600 euro lordi al mese. Si tratta di un compenso inferiore a un assegno sociale. A ciò si deve aggiungere che i neoassunti verranno immessi in ruolo su ambito, cosicché la loro conferma su scuola dipenderà, come stabilito dalla legge 107, dal beneplacito dei dirigenti scolastici. Come se non bastasse, la maggior parte dei tirocinanti FIT non avrà il posto assicurato, perché la quasi totalità dei posti disponibili rimarranno appannaggio dei neoassunti che negli anni scorsi sono stati reclutati attraverso altri canali (Tfa, Pas o Ssis).

Messe in fila norme e condizioni che regoleranno il reclutamento e l’assunzione dei nuovi insegnanti, non è difficile tirare una serie di conclusioni su ciò che la scuola italiana sta diventando. Si tratta ormai di un gigantesco laboratorio sociale nel quale si sperimentano forme inedite di sfruttamento a cascata che abbracciano generazioni diverse di insegnanti e studenti. Il lavoro, pressoché gratuito, al quale sono obbligati per due anni i tirocinanti FIT che non hanno nemmeno la certezza dell’assunzione a fine percorso, l’istituto dell’alternanza scuola – lavoro al quale vengono obbligati a sottostare gli studenti se si vogliono diplomare, la lotta tra poveri scatenata attraverso la sovrapposizione tra vecchi e nuovi canali di reclutamento, sono tutti tasselli di uno stesso disegno. Al di là delle differenze e delle specificità dei fenomeni citati, è ormai chiaro che i principi che si devono imparare, insegnare e praticare nella “Buona scuola” sono l’asservimento, lo svilimento e la svalutazione del lavoro e del lavoratore.

Nella scuola autoritaria progettata dalla legge 107, in piena conformità con gli interessi del mercato, studenti e insegnanti sono soggetti alle stesse logiche. Ciò che si richiede loro è la mera esecutività e l’asservimento agli interessi del profitto, ormai compiutamente istituzionalizzati e incorporati sia nelle forme della didattica sia nei rapporti di lavoro all’interno della scuola. Oltre al palese sfruttamento messo in atto dall’alternanza scuola – lavoro e dal FIT, non va sottovalutato l’aspetto ideologico e culturale di tali istituti. Studenti e insegnanti inseriti in questi percorsi “imparano” a percepire se stessi non come soggetti che rivendicano diritti, ma sempre e solo come soggetti sottoposti a valutazione dei livelli di performance che possono e, soprattutto, debbono raggiungere.  

Contro questo laboratorio che progetta una futura società senza diritti e priva di ogni dimensione critica, è necessario mobilitarsi a ogni livello per fermare la deriva autoritaria in atto. Dobbiamo prendere esempio da ciò che sta accadendo in Francia dove, come cinquant’anni fa, studenti e lavoratori stanno scendendo in piazza assieme per opporsi alle controriforme neoliberiste di Macron.

Dobbiamo combattere la cultura della repressione istituzionalizzata dall’attuale società di mercato. Deve essere una lotta senza quartiere in grado di unire tutte le rivendicazioni, da quelle per i diritti sociali e per il diritto al lavoro, al salario e alla dignità, a quelle per l’abolizione delle controriforme della scuola. Questa lotta dovrà essere sistematica se vorrà diventare sistemica.

 

di Giorgio Lonardi (Rete dei Comunisti)

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