10/04 2015

Expò 2015: il 1° maggio non può essere solo una festa o una liturgia

L'Expo' 2015, oltre a rivelarsi un fallimento sul piano strutturale e logistico, per la difficoltà di completare le opere per tempo, a tutt'ora solo il 9% dei lavori risulta completato, è lo strumento che introduce profondi cambiamenti nel modello di sviluppo del paese. Sancisce la piena sottomissione alle multinazionali del cibo che addirittura lo sponsorizzano, è una fiera che deve regolare i rapporti commerciali tra le imprese e che non a nulla a che vedere con la nutrizione del pianeta.

Anzi piega il bisogno di cibo agli interessi commerciali delle multinazionali. Costituisce la prima sperimentazione di massa su vasta scala del mercato del lavoro deregolamentato  e stravolto. Il lavoro gratuito, incostituzionale per il nostro paese, la flessibilità di orario e funzioni, nonché di salario se così si può chiamare la retribuzione erogata, la prestazione lavorativa completamente deregolamentata come condizione per l'accesso al mercato del lavoro che pone alla sua base la relazione personale e la concorrenza tra lavoratori, sono gli elementi strutturali della fiera. Ma non è tutto, l'Expo' costituisce una vetrina internazionale per il renzismo che apre il paese agli acquisti da parte delle multinazionali, la famosa attrazione di investimenti stranieri, chiedendo in cambio una posto per l'industria esportatrice di prodotti dell'agroalimentare nel famoso mercato globale e di servizi per il manifatturiero, sempre più esterno al paese. Una borghesia rampante, abbarbigata intorno al premier che chiede spazio nella più vasta nuova borghesia europea. Altro aspetto è la completa devastazione dell'indotto che oggi vive dell'Expo' ma che è destinato alla scomparsa non appena si concluderà l'evento. L'impatto dei visitatori, attesi in numero di milioni, non solo non porterà ad un miglioramento dei servizi pubblici, ma ad una loro compressione negandone, con un rinvio o una negazione delle prestazioni, l'uso ai cittadini. Non poteva mancare la negazione di ogni forma di relazione sindacale che non sia quella sottomessa e subordinata di cgil cisl uil. Infatti sembra che rinunceranno alla tradizionale manifestazione a Milano così come hanno rinunciato alla iniziativa che poteva mettere in discussione la rappresentazione della Turandot per l'inaugurazione dell'Expo'.  Altro elemento rivelatore è stata la reazione del premier che ha dichiarato che avrebbe garantito la rappresentazione anche a costo di cambiare la legge. Questo la dice lunga sull'ipotesi di legge sulla rappresentanza e rende strutturale l'accordo del 10 gennaio definito pomposamente Testo Unico sulla Rappresentanza Sindacale. Altro elemento, ma non secondario, è la questione della sicurezza, questo aspetto rende l'Expo' più simile ad un G8 che ad una esposizione universale per nutrire il mondo. La militarizzazione degli eventi è un processo ormai strutturale, una profonda ferita della democrazia, ma è un segnale chiaro ad ogni forma di opposizione sociale. Non c'è alcuno spazio per il dissenso e la rappresentazione dei diritti violati che l'opposizione sociale evidenzia nelle sue iniziative. L'Expo' non è un evento isolato, ma è interno ad un processo profondo di ridefinizione del modello di sviluppo, delle relazioni sindacali, dei rapporti tra le classi e dei rapporti di forza nel rapporto capitale - lavoro. Se ad esso accostiamo il jobs act e i suoi decreti delegati che sanciscono sul piano legislativo il nuovo mercato del lavoro, il def che si preannuncia come l'ennesima manovra di taglio di redditi e servizi, le manovre sule pensioni come ultimo atto dell'attacco al reddito da lavoro, si comprende come non  sia possibile limitarsi alla semplice manifestazione rituale in cui i movimenti cercano visibilità e spazio destinati a durare lo spazio di un mattino.
L'Expo' dura 6 mesi, questo consente di costruire un percorso di lotta e di opposizione sociale che individua problematiche di carattere generale, tali da diventare vere e proprie campagne destinate a durare nel tempo e tali da aggregare intorno ad esse consistenti settori sociali privati di diritti elementari. La manifestazione del 28 febbraio ha messo al centro dell'attenzione il problema del lavoro legato proprio all'Expo'. Può considerarsi il vero primo maggio di lotta contro l'Expo' e non si esaurisce con l'iniziativa di piazza, ma è interno ad un percorso di lotta contro il modello dell'Expo' e del jobs act. Il successivo esposto all'Ispettorato del Lavoro contro l'uso del lavoro gratuito, vietato per legge, è un passaggio formale e ripropone al centro dell'interesse la illegittimità degli atti che sono alla base dell'Expo', ed è bene ricordare che sono stati concordati con cgil cisl uil, comune e regione. Il coinvolgimento istituzionale dimostra come ci troviamo di fronte ad processo strutturale destinato ad assumere una lunga durata con la pretesa, non dichiarata, di essere irreversibile. Le iniziative che si stanno programmando per il 1° maggio hanno sicuramente un loro valore ma da sole non  sufficienti a modificare quanto si sta realizzando. È proprio il valore simbolico del 1° maggio che è temuto e lo dimostrano la campagna di stampa sulle possibili infiltrazioni e provocazioni, e il tentativo che va avanti da anni di trasformarlo dapprima in festa dei lavoratori e successivamente in festa commerciale. La battaglia che gli operatori del commercio e dei servizi portano avanti contro il lavoro forzato in questa ricorrenza sono anche a difesa del significato sacrale di questa giornata. Riappropriarsi del valore simbolico di questa giornata non vuol dire trasformarla in liturgia speculare, ma farla diventare il coagulo dell'opposizione sociale che la colloca all'interno di un percorso di lotte e nuove conquiste.

Nazareno Festuccia