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Repubblica Centrafricana: FSM denuncia l'intensificazione delle operazioni militari

La FSM, ribadendo il suo forte impegno per la sovranità e l'indipendenza della Repubblica Centrafricana così come la solidarietà con il suo popolo e i suoi lavoratori, esprime la profonda preoccupazione per gli sviluppi in corso e per il dispiegamento dell'ennesimo piano imperialista contro il popolo del paese dell'Africa centrale.

La FSM denuncia il ruolo dell'Unione europea e della NATO nel promuovere questa ulteriore operazione militare in Africa e per l'intensificazione delle operazioni condotte dalla Francia già dall'inizio del dicembre 2013.

La FSM denuncia nel modo più categorico gli estremisti e i mercenari che operano in Centrafrica e in altri paesi africani con il pretesto dell'opposizione a colpi di stato e regimi antidemocratici, la scusa più frequente utilizzata dalle forze imperialiste per dividere, invadere, saccheggiare, distruggere e dominare a spese del dolore e della sofferenza del popolo africano.

La FSM esprime inoltre la sua preoccupazione per lo sviluppo di forze militari speciali da parte di Stati africani, pronti ad operare sul terreno di stati fratelli seguendo l'agenda imperialista.

La Federazione Sindacale Mondiale continuerà a combattere in solidarietà con il movimento sindacale di classe in Africa fino a quando le popolazioni africane diventeranno padrone in "casa" propria e utilizzeranno la ricchezza dei loro paesi a beneficio di tutte le persone sofferenti, per soddisfare i loro bisogni primari e attuali, per creare prosperità, fraterna e reciproca cooperazione tra gli Stati africani, la fine dei conflitti razziali, etnici e religiosi che forniscono il pretesto alle grandi potenze imperialiste per imporre il loro controllo nel continente.

La storia della Repubblica Centrafricana, paese ricco di diamanti, oro, petrolio, uranio, risorse agricole e idriche, è contrassegnata da disordini fin dalla sua indipendenza dalla Francia nel 1960, principalmente istigati dagli ex governanti e da altri paesi imperialisti dominanti per mantenere il controllo della zona.

Più del 60% della popolazione sopravvive con meno di 2 dollari al giorno, 206.000 persone sono sfollate all'interno del paese, mentre più di 50.000 sono fuggite principalmente verso la Repubblica Democratica del Congo, il Camerun e il Ciad.

La drammatica mancanza di medicinali negli ospedali, i prezzi elevati e la mancanza di cibo, i seri problemi nell'approvvigionamento dell'energia elettrica e dell'acqua, impattano negativamente sulla vita di milioni di persone riducendo la speranza di vita sotto i 50 anni.

I conflitti interimperialisti per il controllo delle risorse naturali, in combinazione con le azioni e il colpo di stato militare delle forze armate "seleka", sostenuto dai mercenari stranieri stanno ulteriormente peggiorando le condizioni drammatiche della popolazione e creano le condizioni per un altro intervento imperialista nella zona.

E' emblematico che i governi di Stati Uniti e Francia abbiano, nel corso degli ultimi mesi, rafforzato le loro forze militari in Centrafrica, per proteggere gli interessi delle loro multinazionali che operano nel Paese (Total, Areva, France Telecom, Castel ecc.)

La Segreteria della FSM-WFTU

wftucentral.org 

gennaio, 2014

Scrivendo di Pete Seeger…

Scrivendo  di Pete Seeger, non potremo dire che “ha lasciato un vuoto incolmabile”, poiché sono così tante le sue canzoni entrate nella storia di vita e di lotta delle classi popolari  e così tanti i musicisti che le hanno riprese, ricantate e riarrangiate  che  l’”usignolo di Stalin”, come lo definirono malignamente i maccartisti negli anni cinquanta, sarà sempre con noi e parte di noi. Le canzoni di Pete Seeger e le sue rielaborazioni di canti  di tradizione orale, non solo degli Stati Uniti, sono state la colonna sonora di lotte in tutto il mondo e hanno dato voce musicale a identità culturali dimenticate. Basti pensare alla famosa Where have all the flowers gone, a Guantanamera, alla stessa We shall overcome, che nella versione di Seeger fu  un inno dei sindacati dei lavoratori afroamericani degli stati del sud degli USA o infine a If I had a hammer, diventata un inno dei movimenti dei neri. Ma anche alla sua spiritosa e irridente What did you learn in school today, in cui mette in ridicolo l’asservimento al potere della scuola, dove si pretende di insegnare quali siano le guerre giuste e quelle ingiuste e quanto siano buoni  i giudici e i poliziotti.

 Pete Seeger era nato in una famiglia di musicisti. Suo padre, Charles Seeger, fu uno dei più prestigiosi etnomusicologi americani e sua madre, Ruth Porter Crawford era compositrice e cantante. Nella famiglia, Pete non era il solo cantante poiché la stessa passione e lavoro sono stati condivisi dal fratello Mike e dalle sorelle Penny e Peggy (quest’ultima,  moglie, tra l’altro, di Evan Mc Coll). Tutti ebbero problemi con l’amministrazione e la giustizia degli USA. Il padre, Charles, fu accusato a più riprese di essere comunista e fu privato del passaporto. Nel 1953, dopo aver lavorato a lungo alla nascita dell’ International Society for Music Education (ISME) e averne steso il documento fondativo, Charles Seeger non poté partecipare al primo congresso dell’associazione, che si teneva a Bruxelles, proprio perché le autorità degli USA gli impedirono di lasciare il paese. Molti problemi li ebbe anche Peggy Seeger, che si trasferì in Gran Bretagna e solo negli anni novanta ricevette condiscendenza  dal governo. Quanto a Pete, la sua adesione al Partito Comunista gli costò una condanna a un anno di prigione, tardivamente  condonato nel 1962.  

         Questo anche grazie al fatto che dopo il XX congresso del PCUS, Pete Seeger non rinnovò l’iscrizione al Partito Comunista degli USA, che riteneva troppo legato all’URSS, senza tuttavia rinnegare il suo orientamento marxista.

Le origini familiari di Pete Seeger non sono estranee al suo percorso di formazione culturale. Infatti, proprio il lavoro di etnomusicologo del padre lo portò a entrare in contatto, nel 1940, con Woodie Guthrie, con il quale intraprese un lungo viaggio negli stati del Sud e del Mid West che gli permise di avere un contatto diretto con la cultura popolare di quei luoghi e con i loro abitanti.

Da questo viaggio e dai contatti che ne sortirono, nacque la passione di Seeger per quello che in seguito fu chiamato folk music revival, cioè la riproposizione, tel quel o rielaborata, dei canti di tradizione orale dei diversi stati americani.

Un interesse che Seeger realizzò con la costituzione di diversi complessi di musica folk revival e che trovò anche una sponda importante nella conoscenza dell’etnomusicologo Alan Lomax.

Alan Lomax lavorava già dagli anni trenta nella  ricerca sulla musica folk americana. Fu in seguito costretto a lasciare gli USA negli anni cinquanta perché accusato di essere comunista e, fortunatamente per il nostro paese, scelse l’Italia come luogo dove lavorare, contribuendo a fondarvi una scuola di ricerca scientifica.

Uno dei meriti culturali di Seeger, certamente musicale ma anche politico, è proprio quello di aver  saputo mettere in luce  il grande valore e anche l’eterogeneità della cultura orale americana, composta dalle diverse voci che concorrono a formarne  la musica folklorica, valorizzando anche  quelle che non fanno riferimento diretto alla matrice anglosassone. Tutto questo in tempi in cui la cultura orale non era affatto considerata nel suo pieno  valore e in cui molte delle sue espressioni  erano scarsamente considerate. Proprio la mescolanza delle culture che compongono gli USA, ma in particolare le classi popolari del paese appare anche come una delle grandi attenzioni di Seeger, che amava ricordare come tali diversità si ricomponessero poi nelle lotte dei lavoratori. Lotte a cui Pete Seeger ha saputo dare una voce musicale e una colonna sonora. Uomo coltissimo dal punto di vista musicale, cercava di  comporre canzoni e ballate che, anche se musicalmente belle, possono coinvolgere ed  essere facilmente cantate da tutti nei momenti di lotta.

Pete Seeger fu, quasi ovviamente, una delle voci forti che si opposero alla guerra nel sud est asiatico.  Durante una popolare trasmissione televisiva cantò una sua canzone che è una delle prime contro l’aggressione americana al Vietnam : Wast Deep in the Big Muddy. Fu uno scandalo che portò la regia televisiva a interrompere il programma.

Nella  sua lunga attività di cantante e ricercatore militante,  Seeger è stato un punto di contatto tra le radici della musica folklorica americana e i nuovi canti di protesta e di lotta che lui stesso ha saputo creare.

Ne testimonia il fatto  che, seppur con orientamenti ideologici anche diversi, molti dei più noti cantanti americani di impegno politico siano debitori a Seeger di canzoni o anche del suo stile musicale. Tra questi, Bob Dylan e Joan Baez. Anche una grande star della pop music, che tardivamente sembra riscoprire il senso sociale e politico della musica, come Bruce Springsteen, ha pensato di dedicare nel 2006, un CD a Pete Seeger.

La longevità, anche  musicale, di Pete Seeger gli ha permesso di attraversare in musica decenni di storia musicale e politica americana, dal new deal roosveltiano, alla seconda guerra mondiale, al Vietnam e alle lotte del 68 e dei neri sino a Occupy Wall Street, a cui espresse solidarietà e simpatia. Il suo ultimo concerto risale allo scorso mese di settembre.

Proprio per tutte queste ragioni, credo che se la forte presenza umana di Pete Seeger ci mancherà, egli sarà però con tutti noi in ogni situazione di lotta sindacale, politica, per la pace e contro ogni discriminazione e oppressione. 

Claudio Abbado e l’agire in musica

Ogni volta che scompare un artista prestigioso, che durante la sua vita abbia dimostrato sensibilità sociale e politica, la grande stampa s’impegna nel ripulirne la biografia dai fatti che possono essere fastidiosi per il potere. Questa operazione si articola in genere in due diverse direzioni: dapprima l’esaltazione degli aspetti artistici “geniali” e “immortali” del personaggio e la sua collocazione in un Olimpo di eletti al di fuori della storia e della società e subito dopo la cancellazione, appunto, di quanto può disturbare il potere borghese.

La maggior parte di quanto si è letto in questi ultimi giorni sulla figura di Claudio Abbado non si sottrae, purtroppo, a questa regola. Abbado è stato esaltato oltre ogni limite come grande direttore d’orchestra, che in effetti era, ma distorcendo e tacendo molti avvenimenti relativi alla sua vita e al suo stesso stile di direzione. E’ bene ricordare sempre che non solo ciò che si dirige è frutto di scelte culturali che sono anche politiche, ma anche come lo si dirige non sfugge alla storia e alle contraddizioni della società. Per esempio, sono  fuori luogo certe associazioni che hanno voluto collocare Claudio Abbado, nell’Olimpo degli eletti di cui accennavo, accanto a direttori del passato come Wilhelm Furtwängler e Herbert Von Karajan. Il primo di costoro, profondamente compromesso con il regime nazista, non si limitò a essere presente nei festival e nelle celebrazioni di regime, ma adottò uno stile di direzione che fece della musica uno dei collanti ideologici del nazismo e del controllo che esso esercitò sulle masse. Quanto al secondo, che detiene il non invidiabile primato di essersi iscritto per due volte al Partito Nazionalsocialista, continuò nel dopoguerra a seguire uno stile roboante, grandioso e divistico e costruì intorno a sé l’immagine del genio fuori della storia che tanto piace alla critica borghese. In questa chiarezza sul fatto che anche dirigere un’orchestra è un fatto politico, Abbado è stata una personalità ben diversa da molti altri direttori e non solo dai due esempi citati.

Pur rivestendo spesso incarichi in grandi istituzioni, l’interpretazione stessa, da parte di Abbado, del ruolo del musicista nella società, è stata diversa da quella di molti altri grandi personaggi.

Abbado giunse alla direzione della Scala nel 1968, quindi in un momento molto particolare della nostra storia, quando gli studenti contestavano a pennellate di minio sugli abiti da sera le prime del teatro milanese, chiuso alle innovazioni musicali quanto alla presenza delle classi popolari. Uno dei suoi primi atti fu l’organizzazione di concerti per studenti e lavoratori in collaborazione con i sindacati, ma non si trattò di concerti di stile “popolare”, bensì di una programmazione di alto livello, in cui furono inserite opere contemporanee, che avvicinavano tale  pubblico a una musica da cui era sempre stato escluso.

Negli  anni settanta, Claudio Abbado fu, con altri musicisti e musicologi, come Luigi Nono, Maurizio Pollini e Luigi Pestalozza, uno dei protagonisti delle esperienze emiliane, e soprattutto reggiane, che si proponevano di far uscire la musica dalle abituali torri d’avorio, organizzando concerti in luoghi non tradizionali, case del popolo, centri ricreativi, luoghi di lavoro. Occasioni in cui l’esecuzione della musica  era associata alla discussione di quanto si suonava, al ruolo dell’arte e del musicista nella società  con dibattiti che si protraevano sino a notte. Momenti in cui il pubblico non era solo spettatore, ma formulava osservazioni e diventava parte attiva dell’esperienza musicale. Non è un caso che in un’esperienza svoltasi a Prato gli stessi promotori che ho citato, avessero cercato la collaborazione musicale di musicisti amatoriali e delle bande musicali locali. La partecipazione a questi progetti si intrecciava, per Abbado, con il lavoro più istituzionale, spesso orientato alla collaborazione con compositori e musicisti di grande impegno, come accadde, per esempio, nel 1975, con la prima messa in scena mondiale, per la Scala, ma nella sede del  Teatro Lirico di Milano, di Al gran sole carico d’amore, opera che Luigi Nono dedicò proprio ad Abbado e Pollini. Un’opera che non mancò di scatenare le critiche di coloro che non sopportavano di vedere rappresentata sul palco scaligero un’opera rivoluzionaria, con testi di Brecht, Marx, Che Guevara, Haidé Santamaria  e molti altri esponenti del mondo comunista e antimperialista.  Proprio la stretta collaborazione con Luigi Nono è stata uno degli elementi chiave della carriera artistica di Abbado. 

Non mancano, nella carriera di Abbado, anche posizioni elegantemente provocatorie, come fu quella di chiedere come cachet per un concerto alla Scala che la giunta di Letizia Moratti mettesse a dimora novantamila alberi nella provincia  di Milano, per migliorarne aspetto e clima.

Sempre molto interessato al valore che l’arte e in particolare la musica possono avere per il riscatto del classi popolari, Abbado aveva rivolto la sua attenzione, nel nuovo secolo, all’educazione musicale dei giovani, compiendo viaggi a Cuba e in Venezuela, per promuovere e dirigere  orchestre giovanili, in particolare legate, in quest’ultimo paese, al “Sistema” Abreu. Ipotizzò anche un adattamento al nostro paese di quest’ultimo “sistema”.

Per quanto riguarda la produzione artistica destinata all’educazione musicale, è stata molto ricordata, in questi giorni, la brillante e divertente incisione di Pierino e il lupo che Abbado realizzò con Roberto Benigni e con l’Orchestra Mozart, recentemente sciolta nell’indifferenza istituzionale e privata per mancanza di fondi. Si tratta di una bella incisione, ma è singolare che praticamente nessun giornale abbia ricordato un altro lavoro di Abbado destinato alle scuole. Si tratta di un importante DVD alla cui produzione Abbado aderì con entusiasmo, coinvolgendovi i Berliner Philarmoniker, di cui era diventato direttore per scelta degli orchestrali dopo la lunga gestione di Von Karajan. In tale DVD le note de Il canto sospeso di Luigi Nono s’intrecciano con immagini della seconda guerra mondiale e  dei lager, con quadri di Picasso, Goya e altri pittori. Si tratta di un DVD prodotto in Germania, anche in versione italiana, che ha avuto però scarsa diffusione nel nostro paese. L’intenzione è quella di far conoscere in modo efficace e appassionante Il canto sospeso di Nono ai giovani. E’ noto che quest’opera di Nono, scritta a metà degli anni cinquanta, si avvale, come testo, di lettere di condannati e condannate a morte della Resistenza europea, tra cui alcuni dei paesi dell’Europa orientale. Questo creò infinite difficoltà alla messa in scena del lavoro, negli anni della guerra fredda e della restaurazione democristiana, tanto che la prima avvenne in Germania. Si tratta di un’opera che più d’ogni altra indica ai giovani quali siano le basi su cui avrebbe dovuto fondarsi un’Europa rinata dall’orrore del nazismo, del fascismo e della seconda guerra mondiale. Ancora una volta, quindi, la ricostruzione dell’opera di Abbado è stata amputata di un passaggio scomodo al potere.

E’ evidente che nella lunga carriera professionale di Abbado si potrebbero trovare forse  anche momenti di incoerenza, ma questo non scalfisce il carattere generale della sua opera che è e resta quella di un musicista consapevole del fatto che la musica è nella storia e la storia è nella musica, e che essa non deve avere come fine né quello di “mettere al passo” le masse popolari né di celare le contraddizioni che agitano la società, ma piuttosto di agire sulle coscienze per  demistificarle ed evidenziarle. 

Rompere l’Unione Europea! Manifestazione nazionale in primavera

Qualcosa si muove sotto la crosta di ghiaccio in cui cercano di contenere l’insofferenza sociale per le politiche di “austerità”. Il 18 e 19 ottobre questo qualcosa è emerso con decisione e ha continuato a crescere in determinazione e consapevolezza. Ma non basta avvertire il peso negativo dell’austerity – tagli al welfare e ai servizi, precarietà, licenziamenti, disoccupazione crescente, sfratti, pensioni, ecc – e ribellarsi. Va individuato con la massima chiarezza l’ingegnere e il pilota “automatico” di questa macchina infernale che va schiacciando quasi tutte le figure sociali “deboli” d’Europa, a partire dal lavoro dipendente. Politiche che stanno facendo risorgere i fantasmi nazionalisti, razzisti, fascisti o comunque di destra, che proprio l’Unione Europea pretendeva di cancellare per sempre.

Va dunque individuata l’Unione Europea, abbozzo di nuova macchina statale che assume competenze e funzioni fino a poco tempo fa delegate ai singoli Stati nazionali, come avversario comune dei popoli d’Europa, a partire ovviamente da quelli colpiti per primi e con più durezza.

Una macchina che da decenni si va formando al riparo e contro la sovranità popolare, in un processo tecnocratico privo di ogni legittimazione democratica tale da esser definito – persino da uno dei suoi artefici – “un meccanismo di “dispotismo illuminato”.

Noi pensiamo che questo meccanismo sia cieco e niente affatto illuminato, obbediente com’è agli interessi del capitale finanziario continentale e alle principali filiere produttive del continente. Ma soprattutto riteniamo che sia inaccettabile perché dispotico.

Per questo, nei giorni scorsi, Ross@ ha invitato rappresentanti dei movimenti sociali e territoriali, del sindacalismo conflittuale, dei partiti della sinistra radicale, delle varie soggettività anticapitaliste, a valutare insieme la necessità di una grande manifestazione nazionale di massa in primavera e a ridosso del vertice a Roma dell’Unione Europea sulla disoccupazione, una manifestazione esplicitamente mirante alla “ROTTURA DELL’UNIONE EUROPEA”.

Ogni espressione di resistenza alle politiche di austerità, infatti – dalle lotte per l’abitare al conflitto sui osti di lavoro, dai vari movimento contro Tav, Muos, Corridoio, fino …. – si trova di fatto a scontrarsi con l’identico “nemico”: i tecnoburocrati della troika: Unione Europea, Bce, Fondo Monetario Internazionale.

La risposta a questa sollecitazione è stata complessivamente positiva, unitaria negli scopi e articolata nelle motivazioni. Come si può constatare anche dall’appello prodotto dai Movimenti Sociali Contro la Precarietà e l’Austerity.

Per questo, dunque, Ross@ sarà presente all’Assemblea nazionale convocata a Roma domenica 9 febbraio – ore 10, università La Sapienza – e vi porterà il proprio contributo.

Per la rottura dell’Unione Europea!

Contro le politiche di austerità!

Contro la disoccupazione di massa e la precarizzazione generale che l’Unione Europea vuole imporci come sistema di vita!

ROSS@ – Movimento anticapitalista e libertario

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