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Pisa. Ucraina 2014: La Rete dei Comunisti con Giulietto Chiesa e Andrea Martocchia, contro il nazifascismo di ieri e oggi, sempre al servizio del capitale.

Oltre settanta persone hanno riempito la sera del 23 aprile la sala riunioni del dopolavoro ferroviario di Pisa per partecipare all'iniziativa promossa dalla Rete dei Comunisti, a due giorni dal 25 Aprile e a pochi giorni dal 15mo anniversario dei bombardamenti sulla Jugoslavia, per discutere insieme ad Andrea Martocchia del Coordinamento nazionale per la Jugoslavia e a Giulietto Chiesa, dell'evoluzione degli avvenimenti in Ucraina, occasione per ricordare il ruolo che i nazifascisti continuano a svolgere come braccio armato e volto feroce del capitalismo nelle sue fasi imperialiste. Nell'introduzione è stato evidenziato come le ambizioni neocoloniali del polo imperialista europeo in costruzione, a braccetto con USA e NATO, non esitino ad usare per i propri scopi le forze più reazionarie, dagli estremisti islamici in Libia e Siria, ai nazifascisti di Svoboda, Udar e Pravj Sektor in Ucraina, così come vennero usati i talebani in Afghanistan e gli Ustascia croati nella ex Jugoslavia. Ed è proprio con la riunificazione della Germania, la costruzione dell'Europolo e il ruolo di quest'ultimo nello smembramento della Jugoslavia, come ha ricordato Andrea Martocchia a 15 anni dai bombardamenti Nato in Serbia, che si sono poste le basi per l'attuale fase di competizione globale tra poli imperialisti. > L'intervento di Giulietto Chiesa ha ripercorso gli avvenimenti degli ultimi mesi in Ucraina, fornendo una chiave di lettura differente, che ha messo in secondo piano il ruolo dell'Europolo per evidenziare lo scontro frontale tra gli USA, impero alla vigilia del collasso finanziari, che da tempo aveva pianificato l'attacco all'Ucraina per colpire la Russia di Putin. Diversi sono stati gli interventi del pubblico, che hanno consentito ai relatori di approfondire le proprie posizioni; nel corso della serata è stato presentato l'opuscolo "Antifascisti sempre", prodotto dalla Rete dei Comunisti, che inquadra il fenomeno fascista all'interno di una lettura che vede nell'Unione Europea il nemico delle classi lavoratrici del continente, e la necessità della parola d'ordine della rottura di questo nuovo polo imperialista, al fine di contrastare l'offensiva padronale, dei banchieri e della grande finanza, attraverso la mano armata delle forze fasciste, nazionaliste e xenofobe. L'iniziativa è stata molto partecipata e seguita attentamente dai presenti, a dimostrazione del fatto che sui temi proposti al confronto esiste uno enorme spazio vuoto, da riempire sia con una corretta informazione sui drammatici eventi che rischiano di distruggere un altro stato sovrano sull'altare degli interessi imperialistici, sia da una assenza impressionante di analisi indipendente, di classe, sui meccanismi che portano, di nuovo, l'intero continente europeo sull'orlo di una guerra potenzialmente devastante.

Rete dei Comunisti - Pisa

Dare identità al nostro blocco sociale e un volto al nemico. Oltre il 12 aprile

Abbiamo scelto di “far abbassare la polvere” dopo la manifestazione, gli scontri e l’acceso dibattito che c’è stato sul 12 Aprile per fare una valutazione della situazione più oggettiva, più distaccata. La scelta nasce dall’esigenza di gettare uno sguardo più lungo e più profondo sugli eventi che attraversiamo, altrimenti si corre il rischio di seguire la via indicataci dalla cultura egemone, la quale basa tutto sugli eventi e la loro rappresentazione, ma che il giorno dopo rapidamente vengono dimenticati e rimpiazzati da altri eventi che seguiranno esattamente la stessa parabola e conclusione.

Per fare questa operazione di “cultura” politica non si può prescindere dalla dinamica di come si è arrivati al 12 Aprile. Balza agli occhi di tutti e si impone nelle valutazioni politiche il confronto con le giornate del 18 e del 19 Ottobre, ma non possiamo fare questo confronto se si prescinde da come si sono prodotte quelle giornate e quali conseguenze hanno avuto già dal giorno dopo.

Quelle giornate sono state l’effetto di almeno cinque mesi di confronti e relazioni che sono sfociate in due manifestazioni separate temporalmente ma unite politicamente dall’accampata a San Giovanni fatta tra il 18 al 19, in cui tutte le espressioni di classe e antagoniste, politiche, sociali e sindacali nazionali, si sono sentite in “dovere” di intervenire nei dibattiti e nei diversi momenti di confronto organizzati.

Bisogna dirla tutta per capire come stanno effettivamente le cose e perciò va detto che le due giornate, e non a caso una sola giornata, erano il riflesso di una difficoltà, in parte obiettiva, data dalle condizioni sociali diversificate, ed in parte soggettiva data dalle diverse valutazioni che però, visto l’esito politico delle mobilitazioni, apparivano più come difficoltà da superare. Difficoltà forse inevitabili viste le variegate espressioni, ma difficoltà, appunto, da superare. Senza l’equilibrio raggiunto in quelle giornate e senza l’aspettativa verso un processo positivo di ricomposizione del conflitto politico e sociale i risultati sarebbero stati ben diversi.

Il risultato ottenuto è stato dunque prodotto da un lavoro certosino e paziente che ha visto il contributo di tutti. Ma poi c’è stato anche un post manifestazione che non può essere dimenticato. Il riferimento è  all’assemblea che si è tenuta alla facoltà di lettere alla Sapienza il 9 Novembre, dove in modo inspiegabile negli interventi veniva rimosso del tutto lo sciopero del 18, tranne che in quelli dei sindacati di base che avevano promosso quello sciopero. Una rimozione che è continuata nei numerosi interventi fatti in rete o altrove dal “movimento” e dove è proseguita nelle settimane successive. Quella rimozione aveva un carattere politico, mai espresso in modo chiaro, ed ha mostrato già allora quello che sarebbe potuto accadere e che è poi realmente è accaduto con la manifestazione del 12 Aprile, ovvero la scomposizione di quella “coalizione” che il 18 e 19 ottobre aveva convinto a partecipare decine di migliaia di persone.

E’ inutile parlare del 12 Aprile se non si portano alla luce i nodi che hanno segnato i comportamenti politici. Non c’è ne offesa ne scandalo in una divergenza politica, ma la cosa peggiore sarebbe non fare piena luce sui motivi reali che hanno portato all’attuale situazione.

Ci assumiamo la responsabilità di dare una lettura in questo senso. Una prima interpretazione dei comportamenti può essere legata alla necessità di affermare l’egemonia di organizzazioni che intendono avere una funzione di direzione nel movimento antagonista. Questo elemento certamente c’è stato ed ha agito e può essere anche legittimamente perseguito, ma a questo punto si dovrebbe prendere atto che tale capacità è apparsa quantomeno ridotta. Pensare che sarebbe bastato dettare i termini della manifestazione in un susseguirsi di assemblee recintate per farla divenire un riferimento generale obbligato, è stato certamente un serio errore e mostra una classica e monotona modalità di fare politica che, sotto la mitica copertura del “movimento”, in realtà viene praticata comunque e dovunque dalle organizzazioni politiche.

Fin qui possiamo dire che siamo nella normalità di un comportamento politico che a sinistra rasenta la coazione a ripetere automatica. In realtà dietro questo automatismo c’è un vuoto che è legato proprio alla conoscenza assai superficiale dei settori sociali che si voglio difendere e rappresentare e alla loro rappresentazione ideologica. Nel promuovere il conflitto politico e sociale bisogna avere ben presente alcune questioni di fondo che non sono rimuovibili con il volontarismo o a “spinta”:

  • La disgregazione produttiva e sociale che vive la forza lavoro ed il blocco sociale non è un dato transitorio o politico, ma è un dato permanente prodotto dall’assetto attuale dell’economia e, in ultima analisi, dallo sviluppo delle Forze Produttive complessivamente intese.

  • Questa condizione non ha solo effetti sovrastrutturali, cioè sulle forze politiche e sociali organizzate, ma ha ribaltato i rapporti di forza tra le classi che è il vero convitato di pietra delle lotte e mobilitazioni con cui siamo chiamati a fare i conti. In questo senso le classi subalterne del nostro paese sanno benissimo di essere deboli ed i loro comportamenti politici sono conseguenti a questa concreta coscienza “della classe”.

  • Questo non porta alla scomparsa dei conflitti ma alla passività politica lì dove il conflitto che si afferma è quello specifico, diretto, dove sembra o si spera, erroneamente, che sia possibile incidere sulle proprie condizioni e necessità. Al massimo la propria rabbia viene espressa in un impotente voto elettorale di protesta, magari votando Grillo in quanto è quello che più la rappresenta.

  • In queste condizioni storiche, piuttosto che gli “eventi”, è strategicamente centrale la questione della soggettività ovvero la nostra maturità politica e capacità progettuale verso la ricomposizione di un blocco sociale antagonista.

Per questo dopo e nonostante lo “strappo” fatto il 9 Novembre (va detto per inciso che in altri tempi ed in altre condizioni una tale situazione avrebbe portato a polemiche e divergenze ben peggiori), si è comunque ripreso a lavorare per la ricomposizione del fronte che aveva dato vita alle giornate di Ottobre. Tant’è che le relazioni e il confronto ha prodotto una nuova assemblea convocata unitariamente per il 9 Febbraio nell’aula di fisica a Roma, assemblea buona dal punto di vista del dibattito ma che si è conclusa con un nulla di fatto, perché alla fine c'è stato il rifiuto da parte di alcuni settori di movimento di produrre un comunicato unitario che avviasse da subito in modo chiaro il percorso verso il 12 Aprile. 

In conclusione parlare dell’andamento della manifestazione o delle cariche della polizia (forse qualcuno metteva in dubbio che gli apparati di sicurezza lavorano, e non solo in piazza, per spezzare ogni ipotesi di ricomposizione del movimento di classe?) è importante ma non può oscurare i veri nodi che stanno dietro gli eventi, che vengono rimossi da una insulsa competizione.

Ma anche su questi vogliamo esprimere molto chiaramente la nostra valutazione.

La questione principale che abbiamo di fronte è quella della costruzione politica del blocco sociale antagonista, una costruzione che si deve misurare non solo con i cambiamenti intervenuti ed in atto, ma anche con le forme dell’organizzazione adeguata a dare vita a questo blocco sociale, forme per molti aspetti ancora da capire, progettare e sperimentare. Torna il nodo della rappresentanza politica intesa come identità del blocco sociale, come individuazione di interessi, valori, obiettivi che danno corpo e sostanza a questo blocco sociale. Questo è un nodo decisivo al quale rispondere, altrimenti lasciamo spazio ai vari grillini o ai vari Le Pen e Albe Dorate in giro per l’Europa. Non funziona più il giochetto diffamatorio in cui la rappresentanza politica equivale a quella istituzionale; l’identità che dobbiamo dare al conflitto di classe è uno scontro di egemonia vero - non nel movimento - ma contro le forze reazionarie che si presentano furbescamente in veste antieuropea.

E qui viene la seconda questione rilevante, almeno quanto la prima, ovvero avere la chiarezza necessaria sulla questione della Unione Europea. La convocazione del 12 Aprile su questo è stata molto reticente, ma sappiamo che questo è un nodo che attraversa la sinistra e tutto il movimento di classe. Certamente per noi non è pregiudiziale, ma vogliamo dire con tutta la forza possibile che una modifica dei rapporti di forza in Europa tra le classi oggi passa attraverso la rottura della Unione Europea. L’Unione Europea non è l’Europa, ma è una costruzione statuale a carattere imperialista che va contrastata con la costruzione di un movimento politico di massa che ha la propria base materiale sulle laceranti contraddizioni che questa costruzione delle borghesie europee stanno producendo. Su questo molto abbiamo prodotto contributi ed elaborazioni che non stiamo qui a riassumere, ma di fronte alla scadenza elettorale europea di Maggio ed al semestre europeo gestito dal governo Renzi riteniamo che vada bandita ogni ambiguità, reticenza e timidezza rilanciando l’iniziativa.

Per questo non intendiamo fermarci. Per questo pensiamo acquisti importanza l’appuntamento dell'assemblea di Roma del 23 Aprile dove si discuterà e si lancerà il controsemestre europeo che passerà dentro il vertice sull’occupazione giovanile convocato da Renzi a Torino per l’11 Luglio, ma che dovrà far vivere la sua iniziativa di lotta per tutti i mesi della presidenza italiana della Unione Europea. 

* Segreteria Nazionale Rete dei Comunisti

Basta repressione! Solidarietà ai movimenti per la casa

La Rete dei Comunisti esprime la propria totale solidarietà alle 200 famiglie violentemente sgomberate ieri dall’occupazione abitativa nel quartiere di Montagnola a Roma, e a tutti gli attivisti e le attiviste picchiate dalla polizia mentre tentavano di impedire le cariche contro gli occupanti. Molti di coloro che sono stati malmenati e manganellati, come ad esempio Paolo Di Vetta, stavano semplicemente cercando di intavolare una trattativa con i dirigenti della Questura che, evidentemente, hanno preferito l’uso della violenza per risolvere un problema che è di natura politica – la mancanza di una politica che assicuri un tetto a decine di migliaia di famiglie che non riescono ad accedere alle condizioni di mercato – considerandolo un semplice problema di ordine pubblico.
In piazza ieri abbiamo visto contro i manifestanti pacifici una violenza ingiustificata: persone inermi manganellate a freddo, altre picchiate quando erano già a terra, altre inseguite e prese a botte quando il presidio di protesta contro lo sgombero era già stato disperso. Comportamenti inaccettabili da parte delle forze dell’ordine già visti sabato nel centro della capitale e che sempre più spesso caratterizzano l’intervento delle Questure e delle Prefetture non solo contro chi occupa una casa, ma anche contro i disoccupati, gli studenti, i lavoratori che alzano la testa.
Segno che le regole di ingaggio impartite agli operatori di polizia e la sempre più totale impunità – giudiziaria, politica e ideologica - concessa dalle autorità a chi ‘esagera’ stanno producendo un aumento esponenziale della violenza esercitata dallo stato contro i settori sociali che difendono i propri diritti di fronte ad un attacco senza precedenti che ha una dimensione sovranazionale e che è conseguenza del rafforzamento delle strutture coercitive dell’Unione Europea.

Partire e tornare insieme. Una proposta di lotta

Il 12 aprile è ormai alle nostre spalle, e così anche – ci auguriamo – le logiche divisive che qualcuno improvvidamente ancora teorizza.

Abbiamo davanti una situazione complicata: i vincoli imposti dall'Unione Europea sono stati costruiti e vengono scientificamente usati per realizzare la più imponente “controrivoluzione sociale” che si sia mai vista nell'Europa del dopoguerra. E non sarebbe possibile imporla senza una contemporanea “controrivoluzione politica”, che rovesci come un guanto le Costituzioni antifasciste, quelle stigmatizzate in un ormai famoso report di JpMorgan.

Questo il nemico contro cui ci battiamo. Tutti, anche chi nemmeno riesce ancora a capirlo.

Austerità, jobs act, spending review, governo Renzi, repressione poliziesca, progetti di abolizione del diritto di sciopero, ecc, sono tutti strumenti temporanei o braccia di una macchina micidiale e ostile che occorre cogliere nel suo insieme per poterla affrontare e battere.

Questa macchina si chiama Unione Europea e non ha nulla a che vedere con l'Europa dei popoli. È uno Stato in costruzione, e i suoi architetti lo hanno disegnato ormai da un ventennio come un apparato inattaccabile dalla volontà popolare. È una macchina con velleità imperiali che da tempo crescono sotto il mantello retorico dell'”intervento umanitario”. Una macchina animata da un pensiero unico che sembra aver contagiato in modo irrecuperabile anche la cosiddetta “sinistra radicale” (quella che apre a un “intervento delle truppe di pace” in Ucraina) e persino qualche “antagonista” così miope da non saper distinguere le piazze rivoluzionarie da quelle naziste.

Non è insomma quello “spazio comune” sovranazionale e pacifico dipinto dalla propaganda. Soprattutto, non è una macchina riformabile. Tantomeno per via elettorale (il Parlamento europeo che verrà eletto il 25 maggio è privo del potere legislativo; è poco più di un ente di consultazione post factum).

L'opposizione sociale e politica a questa macchina infernale non è mai stata così debole e frammentata come oggi. Ogni soggetto “alternativo” è ancora talmente inadeguato, rispetto alla sfida, che nessuno può seriamente pensarsi come il “piccolo motore” capace prima o poi di innescarne uno molto più grande. Ma qualsiasi sommatoria di pulviscoli residuati da altre storie e progetti sarebbe una pura perdita di tempo ed energie.

Il 18 e 19 ottobre avevano fatto apparire un “nuovo soggetto”, un'alleanza pratica tra soggetti sociali e politici, dotata di un'embrione di logica comune. C'è chi ha colto con preoccupazione questa emersione (ad esempio gli apparati del nemico di classe), c'è chi se n'è spaventato temendo di vedersi ridurre il margine di “autorappresentazione”, e c'è anche chi non l'ha nemmeno capito.

Inutile rimpiangere quel che non è stato. Il problema da risolvere resta intatto: la ricomposizione di un blocco sociale in grado di difendere efficacemente i propri interessi, di collegarsi ai processi di mobilitazione-ricomposizione in corso in altri paesi del Continente, e quindi – proprio per questo – di inceppare, imballare, rompere il motore reazionario dell'Unione Europea.

Su un punto dobbiamo essere estremamente chiari: si ricompone un blocco sociale a partire dalle figure centrali nel processo produttivo, quelle anche dimensionalmente maggioritarie. Ovvero il mondo del lavoro (a sua volta scientificamente frammentato tra ex-stabilizzati e precari, disoccupati e pseudo “autonomi”, pensionati e cassintegrati, ecc). Per quanto difficile e frustrante possa a volte apparire. Ma non ci sono scorciatoie, se non immaginarie.

Si ricompone ovviamente insieme alle figure più attive. Ci sembra quasi inutile ancora una volta elencare i movimenti che sono stati un faro per tutti in questi ultimi anni, come i No Tav, No Muos, le lotte per la casa, ecc; ma proprio la storia di questo quasi eroico attivismo dimostra quanto sia difficile “ricomporre” un movimento generale a partire dalle particolarità, per quante inossidabili ragioni abbiano.

Quel che ci sembra francamente stupido è immaginare che esistano “forme” del conflitto capaci di per sé di “sostanziare” un soggetto. C'è chi purtroppo lo teorizza, forse senza neppure rendersi conto di quel che dice:

la rottura dei divieti di polizia è l’unica pratica concreta e immediata in grado di ricomporre i soggetti sociali sul piano della mobilitazione nello spazio metropolitano contemporaneo”.

Chi ha una certa “praticaccia” di conflitto ha già sentito queste parole e ne ha visto gli esiti pratici: sullo sfondo i problemi e gli interessi sociali, in primo piano gli scontri, la mostrificazione del conflitto. Erano parole inefficaci e divisive contro uno Stato “solo” nazionale, incapaci di comunicare con un “blocco sociale” ben più coeso e politicamente motivato di quanto oggi non sia. Non c'è bisogno di lunghi discorsi per capire come – oggi – siano un modo di “fare ben poco facendo mostra di essere un sacco indaffarati”. 

C'è un'altra strada e proviamo fin da subito a praticarla. Il “semestre europeo” che vedrà l'italietta renziana alla guida – si fa per dire – dell'Unione Europea, deve diventare il banco di prova della capacità collettiva di ricomporre un'opposizione sociale all'altezza. La seconda metà dell'anno si caratterizzerà per l'attacco al lavoro, alle sue residue tutele, ai contratti e agli ammortizzatori sociali. È tutto dichiarato, scritto e sottoscritto.

Vogliamo produrre – come in Spagna e in Grecia – una mobilitazione continua, dal basso, articolata nella difesa di interessi e riunificata dal riconoscimento del comune “nemico”. Che non è l'astratta “austerità” - persino Napolitano, Confindustria e Renzi non ne possono più – ma il soggetto che l'ha progettata e imposta: l'Unione Europea.

Vogliamo e dobbiamo farlo per dare una prospettiva praticabile “ai nostri”, al nostro blocco sociale. A donne e uomini che capiscono benissimo, al contrario di tanti compagni “un sacco antagonisti”, che la propria condizione di vita peggiora giorno dopo giorno a causa di quella macchina infernale guidata da Bruxelles e dalla Troika. Donne e uomini che, in mancanza di una soggettività rivoluzionaria e credibile, rischiano di subire la fascinazione semplificatoria della destra reazionaria.

Noi cominciamo con l'assemblea convocata per il 23 aprile, a Roma per confrontare idee e proposte di mobilitazione prima e durante il semestre europeo guidato da Renzi. Cominciamo insieme al sindacalismo conflittuale, alla parte di movimento che comprende la posta in gioco, ai gruppi politici capaci di mettersi finalmente in discussione.

Ci sembra questo l'unico modo per “partire e tornare insieme”. Ovunque.

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