Intormativa

Questo sito utilizza cookie e tecnologie simili, anche di terze parti, per il corretto funzionamento e per migliorare la tua esperienza. Chiudendo questo banner, acconsenti all’uso dei cookie. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie vai alla sezione 'Cookie Policy'

Approvo

Fermiamo la strage in Ucraina, basta complicità coi golpisti

Grandi città assediate, edifici e convogli bombardati in maniera indiscriminata da elicotteri e caccia da combattimento, civili falciati dai cecchini, soldati sostituiti dalle bande di neonazisti e tagliagole di Pravyi Sektor. Da alcuni giorni ormai milioni di abitanti delle repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk sono sottoposti a continui e sanguinosi attacchi da parte delle forze fedeli alla giunta golpista di Kiev, nel pieno silenzio dei media e in un clima di complicità e di cooperazione dei governi occidentali con gli esponenti dei partiti nazionalisti e di estrema destra che si sono impadroniti del potere, lo scorso febbraio, attraverso un golpe reso possibile da una strage in piazza Maidan i cui autori vanno ricercati all’interno stesso delle forze filoccidentali.
Il nuovo presidente, l’oligarca stramiliardario Petro Poroshenko, durante la campagna elettorale che lo ha visto scontato trionfatore aveva promesso il dialogo con le popolazioni del Donetsk e una trasformazione federalista del paese. Ma appena chiuse le urne e incassato il risultato si è dimostrato spietato e violento al pari degli altri leader golpisti che, almeno, non avevano mai tenuto basse le proprie propensioni oltranziste.

In queste ore il mondo sta assistendo distrattamente al massacro di centinaia di cittadini e di combattenti antigolpisti nelle città dell’Ucraina sud-orientale, mentre i mandanti dei bombardamenti vengono ricevuti con tutti gli onori dalle cancellerie occidentali fiere di aver imposto al paese un governo subalterno ai propri interessi. E’ ora che le armi tacciano, che le rivendicazioni di chi si oppone a un colpo di stato illegale e pericoloso vengano ascoltate e supportate dalla comunità internazionale, che i numerosi feriti bloccati nelle località assediate vengano curati e i civili inermi – donne e bambini - evacuati. E’ soprattutto ora che cessi ogni forma di sostegno, delle diplomazione occidentali e dei governi dell’Unione Europea in particolare, nei confronti del governo golpista di Kiev e delle bande di Settore Destro che seminano il terrore nell’Ucraina orientale e non solo. L’assedio criminale contro le popolazioni di Donetsk e Slaviansk deve cessare, così come devono cessare immediatamente il silenzio e la disinformazione della grande stampa e delle tv rispetto a quanto di gravissimo sta accadendo in quel quadrante del pianeta. E’ inaccettabile che mezzi di informazione pubblici, sostenuti e finanziati dai soldi dei lavoratori, come Rainews 24 e i canali Rai in genere, possano permettersi di diventare gli altoparlanti di una campagna di odio e bugie alimentata da un regime autoritario che si regge sul potere degli oligarchi e delle bande neonaziste.

"Chi non fa inchiesta non ha diritto di parola". In ricordo di Vittorio Rieser

E’ venuto a mancare il compagno Vittorio Rieser. Vittorio come Romano Alquati e come tanti altri compagni, ricercatori e studiosi – tutti, a vario titolo, ascrivibili alla scuola della composizione di classe – era un serio marxista che non si accontentava di declamare in maniera sclerotica ed ossificata, le glosse filologiche dei classici di Marx. A differenza di quanti si accontentavano di ripetere dogmaticamente la letteratura di Marx ed Engels il compagno Rieser, invece, utilizzava il marxismo rivoluzionario come una scienza per la comprensione e la trasformazione.

Vittorio, e molti come lui, a contatto concreto con le diversificate fenomenologie della lotta di classe, a partire dai primi anni ’60, in pieno boom economico e nei cosiddetti punti alti dello sviluppo capitalistico, iniziò un rigoroso lavoro di scandagliamento e di cartografia delle forme e delle modalità del conflitto operaio.

Un lavoro collettivo e multidisciplinare che non è mai giunto a conclusioni definitive ed inamovibili. Anzi questa con/ricerca ha seguito il corso storico della crisi, le sue ripercussioni dentro ed oltre la classe e nell’insieme della società.

Un lavoro ricco e documentato che, di volta in volta, ha affrontato le varie sfaccettature con cui il capitale, nei suoi continui cicli di ristrutturazione/riconversione a scala globale, trasformando se stesso ha modificato (senza assolutamente superarle) le forme dello sfruttamento e del comando politico e sociale sulla classe operaia ed il proletariato tutto.

Questa enorme intrapresa, spesso condotta assieme a gruppi di studio, collettivi di lavoratori, facoltà universitarie, riviste ed organi della comunicazione antagonista, fondava il suo motore propulsore sul metodo dell’Inchiesta

Tale metodologia scaturiva dalle prime sperimentazioni sul campo che Raniero Panzieri aveva avviato precedentemente e che squadernava agli occhi dei militanti, specie quelli non subalterni al riformismo, una complessità economica e sociale la quale era una caratteristica costitutiva, e per molti aspetti inedita, del moderno sfruttamento/dominio della forza lavoro in un paese a capitalismo maturo.

Una complessità che costituiva un problema – un autentico rompicapo teorico - da affrontare adeguatamente per quanti aspiravano ad una positiva e più avanzata funzione espansiva nel gorgo delle lotte e dei conflitti e non erano appiattiti o alla mera battaglia tradeunionistica o, peggio, alle dinamiche elettoraliste.

Infatti non è un caso che solo coloro i quali hanno mutuato il metodo dell’Inchiesta, le lezioni teoriche e culturali della scuola della composizione di classe hanno potuto assolvere, seppur in parte, ad una attitudine di militanza a tutto tondo, politica o sindacale che sia, non astratta dalla realtà. E' il caso del gruppo di lavoro che produsse nel Duemila "La coscienza di Cipputi" (edizioni Mediaprint) con i risultati di una inchiesta condotta sulla base di centinaia di questionari e interviste tra i lavoratori su tutto il territorio nazionale.

Naturalmente, poi, come tutte le interpretazioni anche il concetto di composizione di classe ha conosciuto, nel movimento ed oltre, una infinità di declinazioni, teorico-politiche, fino ad alcune inaccettabili (almeno a parere di chi scrive) distorsioni che hanno snaturato l’elemento classista a favore di categorie universalistiche post/moderne le quali alludono, al di là del loro evanescente involucro ideologico, all’eterna vigenza di questi maledetti rapporti sociali capitalistici.

I contributi teorici di Vittorio Rieser sono ampiamente disponibili in rete, su libri e riviste e costituiscono, senza ombra di dubbio, utili utensili per quella cassetta degli attrezzi alla quale una qualificata soggettività comunista e/o anticapitalista deve ricorrere continuamente pena lo scadimento in una inutile parodia caricaturale e parossistica del proprio agire.

Siamo quindi debitori politicamente verso Vittorio, come verso tanti altri compagni, ma siamo convinti che il suo lavoro e la sua militanza sono sempre stati informati ad una logica collettiva ed al servizio della lotta per la trasformazione della società.

Ciao Vittorio, che la terra ti sia lieve!

* Rete dei Comunisti, Napoli

Torino: rottura dell'Unione Europea e Alba euro-mediterranea

Anche a Torino è stata presentata ieri la proposta della Rete dei Comunisti per la rottura dell’Unione europea e la creazione di una cooperazione internazionale euro-afro-mediterranea su ispirazione dell’ALBA latinoamericana. Ne abbiamo discusso con collettivi studenteschi, il sindacato USB, la Coalizione sans papiers e migranti, Gianni Vattimo e Luciano Vasapollo.

Bisogna ammetterlo. Tra tutte le svariate e sfaccettate ipotesi (o pseudo-ipotesi) per fuoriuscire dalla crisi e per cambiare il volto del vecchio continente, la proposta della Rete dei Comunisti per la rottura del polo imperialista europeo e per la creazione di un’area solidale euro-afro-mediterranea è certamente la più difficile, la meno conciliabile con il senso comune (dei militanti e dei politicizzati, più che della classe), quella che più mette in discussione modi di pensare e rappresentarsi la realtà che sono patrimonio da decenni del modo di fare politica nel nostro paese (e se ne vedono i risultati…).

È la più difficile per varie ragioni. La prima – che dichiariamo serenamente – è che essa non è all’ordine del giorno e dunque non può avvicinare chi vive la politica come somma di giorni o elenco di scadenze e non come intervento nel presente ma in una prospettiva. La seconda, che essa individua chiaramente un nemico sovranazionale e rompe definitivamente con l’ipotesi di compatibilità con il proprio imperialismo e con il proprio inconscio eurocentrismo. Terzo, che essa dice agli ancora tanti e sempre più confusi e disorientati militanti delle organizzazioni della sinistra che il terreno elettorale – prima di avere ricreato un rapporto con il proprio blocco sociale – è non solo improponibile, ma addirittura dannoso e distruttivo di ogni altra possibile ricomposizione, soprattutto se si esprime nelle forme altamente compatibili di un impossibile riformismo.

Perché quello che è venuto fuori dalla discussione che abbiamo organizzato ieri a Palazzo Nuovo, a Torino, è che tutto può succedere (fascismi, guerre, fallimenti, in un contesto di massacro sociale) in Europa fuorché un’ipotesi di riforma in senso sociale di una costruzione statuale intrinsecamente antidemocratica e antipopolare. Questa proposta viene da una lunga e ampia ricerca condatta a partire dalla fine degli anni Novanta e recentemente discussa in un convegno internazioonale tenutosi a Roma il 30 ottobre e 1 novembre 2013 e i cui atti sono raccolti nell’ultimo numero della rivista Contropiano, presentato anche qui a Torino in questa giornata.

Nell’intervento introduttivo della Rete dei Comunisti di Torino si sono dunque messe in relazione le dinamiche che portano dalla crisi di accumulazione alla competizione globale sempre più strutturata per grandi aree (poli). L’Unione europea, da questo punto di vista, accelera processi iniziati tempo prima con il mercato comune. Che la sua esigenza fosse primariamente economica lo dimostra la natura affatto democratica dell’UE che si pone, unico caso al mondo tra le democrazie liberali, come sovrastato a-democratico (non essendo il governo espressione della volontà popolare rappresentata al parlamento). Ma la ragione neoliberista dell’Unione europea si estrinseca grazie anche alla novità di questa sua natura politica, dalla quale non va disgiunta la sua sempre più evidente natura militare (vedi Libia, Siria, la presenza nei Paesi dell’Africa centro-occidentale o il caso Ucraina).

Queste dinamiche hanno delle ricadute anche nel campo dell’istruzione e della formazione, affrontate nella relazione di Andrea Gozzelino degli Studenti Indipendenti, che si è confrontato con la proposta del collettivo Noi restiamo, il quale da qualche tempo sta portando in giro la sua proposta per riattivare le lotte degli studenti universitari contro questi meccanismi di ristrutturazione della formazione e della precarizzazione del lavoro altamente formato imposti soprattutto nelle periferie del sud della UE.

I due interventi centrali dell’iniziativa, quelli di Gianni Vattimo e Luciano Vasapollo, hanno posto con estrema lucidità il nodo di questioni che occorre affrontare quando si parla di Unione Europea e della sua rottura.

Gianni Vattimo, in uno stile apparentemente dimesso, ma con la capacità tutta filosofica di individuare le questioni generali (e le ricadute particolari), ha voluto raccontare le sue esperienze di europarlamentare, mettendo in luce e ribadendo l’inutilità di quella istituzione, ma soprattutto ponendo le domande di chi si interroga sulla direzione che individui, classi e società stanno prendendo. È stato un intervento di alto livello sugli scenari, sulla necessità di una prospettiva strategica comunista, non astratta rivendicazione di un ideale, ma teorizzazione delle strade possibili del socialismo del XXI secolo. Costante il riferimento all’ALBA, di cui il filosofo torinese e profondo e partecipe conoscitore. Ultimi due riferimenti che ci piace riportare del suo ragionamento. Il primo a Gramsci teorico del Risorgimento, con una lettura dell’unificazione nazionale come colonizzazione e subordinazione delle possibilità di sviluppo del meridione d’Italia alle esigenze della borghesia settentrionale, letto in parallelo con la condizione dei paesi PIGS (o dei paesi dell’Est o del Nord Africa) rispetto alla centralità tedesca nella costruzione del megastato europeo. Possibile che nessuno dei gramsciani sostenitori di Tsipras colga questo dato? Possibile che non ne sappia trarre nessuna conseguenza politica? Secondo riferimento, classico. Per Lenin il socialismo è soviet+elettrificazione del paese. Il che significa due cose. Citando Gallino e i suoi studi sul declino dell’Italia industriale (declino relativo) si è fatto riferimento ancora alla subordinazione produttiva dei PIGS, legandola però alla questione del potere popolare. Come si crea il consenso? Come si esce dall’impotenza individuale (e dei piccoli gruppi)?

A queste domande ha cercato di rispondere Luciano Vasapollo nel suo intervento. Secondo la sua analisi qualcosa di nuovo si sta verificando con questa nuvoa crisi. Non si tratta più di una crisi ciclica, né semplicemente di una crisi strutturale alla quale porre rimedio tramite un sempre più impobabile intervento pubblico. La natura della crisi è sistemica perché investe l’intero sistema produttivo capitalistico. La crisi finanziaria ha solo reso evidente ciò che era in corso almeno dalla fine degli accordi Bretton Woods. Le politiche europee di austerity, in questo senso, sono la logica conseguenze di queste tendenze in atto.

Il predominio del capitale finanziario pertanto si configura come la risposta transnazionale alla crisi di profittabilià, cioè alla caduta del tasso medio di profitto. I grandi gruppi (da qui il sorgere di una borghesia europea a dominanza tedesca contro le piccole borghesie di piccole e medie imprese) si organizzano e competono a livello globale alimentando guerre sociali e militari (è sintomatica l’indignazione europea per lo spionaggio americano). I processi messi in atto attraverso i vari trattati (privattizzazioni, precarizzazione e smantellamento dello stato sociale) sono gli effetti della risposta europea alla competizione globale.

Ne viene che l’euro, all’interno di queste dinamiche, si configura come strumento per la creazione di un mercato di sbocco per le merci tedesche, in cui i Paesi della periferia europea (PIGS) comprono quei beni che non producono più, grazie allo smantellamento del tessuto industriale. In questo quadro, i PIGS sono fornitori di semilavorati a basso valore aggiunto, che, una volta finiti nei Paesi centrali, ritornano nei mercati periferici.

Tutte queste ragioni, sostiene Vasapollo, inducono a vedere nell’UE un polo imperialista (verso l’esterno e l’interno), e non soltanto un’espressione monetaria, la cui rottura non può che portare bene alle classi lavoratrici europee e non solo. Ma questa rottura richiede “contemporaneamente” la costituzione di una nuova area di scambio cooperativo che metta insiema gli anelli deboli di questa catena di sfruttamento internazionale. Senza la creazione di quest’area, ipotizzata a partire dall’esempio delll’ALBA, si rischia la semplice devastazione ad opera dei grandi poteri speculatori.

Se questo risulta vero, secondo Vasapollo la crisi non ha soluzioni in termini economici ma solo politici (compresa ovviamente la guerra, continuazione della politica con altri mezzi). Da qui la necessità dell’ALBA euro-afro-mediterranea. Vasapollo ha infine affrontato il problema della costruzione dell’intervento nel blocco sociale e del possibile blocco storico, attraverso un lavoro che tenga insieme le mille forme della conflittualità sociale, sindacale, territoriale, ambientale con una prospettiva politica generale. Si tratta di ridare un ampio respiro alle nostre rivendicazioni, di rimettere in piedi un protagonismo popolare che affronti i nodi della transizione a un nuovo modello di sviluppo altrimenti impossibile all’interno dell’Unione europea. Non si tratta solo di invidividuare il nemico nell’assetto neoliberista dell’UE, a cui si potrebbe porre rimedio con una sua maggiore democratizzazione, ma di riconoscere che la risposta europea alla crisi è conseguente (altre non ce ne sono) alle dinamiche messe in moto dalla crisi sistemica a livello globale e che pertanto fuori dalla sua rottura non si danno reali prospettive di vittoria delle classi lavoratrici.

Aboubakar Soumahoro, dell’Usb Piemonte, ha invece voluto nel suo intervento ribaltare la prospettiva, dal punto di vista spesso molto più chiaro ed essenziale di tanti europei, di chi l’Europa la subisce nella duplice veste di soggetto di un rinnovato e consistente intervento militare in Africa, dall’altra nelle bestiali e disumane politiche europee di accoglienza della forza lavoro migrante.

 

Non meno interessante il dibattito che ne è nato, a partire da alcune domande circa la dichiarata assenza di un centro unitario (di un nemico ben individualizzabile) contro cui scagliarsi. Le risposte che ne sono venute fuori dai relatori, ha tentato di trarre le logiche conseguenze dal ragionamento fin qui svolto, riconoscendo sicuramente la molteplicità dei centri, ma sottolineando che, almeno per noi, il vero centro è costituito dall’Unione Europea.

Pure molto pertinente l’osservazione di chi chiedeva come considerare la condizione di quei figli di migranti che pure nascono o crescono qui, studiano e si formano, ma poi sono costretti ad andare via se non trovano lavoro. Dal che si capisce che il problema della “fuga dei cervelli” è né più né meno che il problema più generale della migrazione come condizione lavorativa nell’area periferica dell’UE.

Una discussione insomma laboriosa ma senz’altro utile, che intendiamo riportare con impegno nella costruzione del controsemestre europeo, a partire dalla manifestazione del 28 giugno a Roma, dall’appuntamento dell’11 luglio a Torino, passando attraverso lo sciopero del pubblico impiego convocato per il 19 giugno da Usb e dall’auspicabile ripresa dell’attività di Ross@, superata questa scadenza elettorale. La varietà dei fronti, le diversità dei soggetti, la forza del nemico che abbiamo di fronte richiede a tutti un difficile cambio di passo. Urge conflittualità politica e sociale. Seria, lungimirante, di massa, determinata, consapevole. C’è tanto da lavorare, per tutti.

Elezioni: l'Unione Europea è il problema, non la soluzione

I deliri del ‘Truman Show’ elettorale

Assistiamo in questi giorni alla recrudescenza di uno scontro polemico tra diversi blocchi politici diretto a convincere l’opinione pubblica della necessità di votare, alle elezioni europee del 25 maggio, questo o quel partito. Come se dai risultati delle votazioni di domenica prossima dipendessero le sorti dei popoli di un’Unione Europea che, al contrario, è regolata dagli interessi e dalle necessità di una borghesia europea in via di costituzione attorno al nucleo tedesco, sempre più vorace e aggressiva.

Si sprecano gli appelli da parte del Partito Democratico e del presidente Napolitano - vero garante dell’ordine targato ‘Ue’ nel nostro paese – affinché il 25 maggio gli elettori vadano a votare e “votino Europa”. Il pericolo, si racconta, è che nelle urne svuotate dall’astensionismo prevalgano i movimenti xenofobi, populisti ed euroscettici, categoria quest’ultima che include tutte le critiche nei confronti dell’UE e delle sue politiche, siano esse provenienti dalla sinistra piuttosto che dalla destra estrema. E’ davvero paradossale – e inaccettabile – che forze politiche, governi e personaggi che tollerano o sostengono il colpo di stato nazionalista e l’uso dei fascisti a Kiev per il perseguimento degli interessi strategici del polo imperialista europeo chiamino ora gli elettori al voto per “porre freno all’avanzata del fascismo” all’interno dei confini continentali.

Così come sono paradossali la pantomima sull’elezione del presidente della Commissione Europea e lo scontro al cardiopalma sulla composizione di un Parlamento Europeo che non ha alcun potere concreto, visto che ogni decisione è demandata da organismi di tipo oligarchico e tecnocratico completamente svincolati dalla sovranità popolare e che si impongono attraverso meccanismi coercitivi e autoritari.

Le elezioni europee non hanno quindi alcun valore, se non quello di inscenare una simulazione della democrazia e della partecipazione allo scopo di convincere l’elettorato a legittimare, attraverso un processo di costruzione ideologica, una struttura burocratica, profondamente antidemocratica e antipopolare quale è l’Unione Europea.

Per attirare consensi un Partito Democratico sempre più esplicitamente espressione dei poteri forti nazionali e internazionali, continua da una parte a produrre misure propagandistiche ad hoc, e dall’altra ad agitare l’ormai spuntato argomento dell’antiberlusconismo. Da parte sua il centrodestra di Berlusconi – quello che per anni è stato descritto a ‘sinistra’ come l’anticamera del fascismo in procinto di imporsi – sembra boccheggiare in crisi di identità e di idee.

La vera sfida, all’interno di questo vero e proprio “Truman Show” dove ogni battuta è costruita e dove anche il colore delle cravatte dei candidati è studiato a tavolino dagli esperti di marketing, è tra un Renzi berlusconiano e un Beppe Grillo che continua a miscelare critiche sacrosante a parole d’ordine decisamente moderate. Se il messaggio del Movimento 5 Stelle appare destabilizzante e dirompente – e indubbiamente l’emersione di questo terzo polo ha il merito di sparigliare le carte di un bipolarismo imposto – in realtà la presenza nelle istituzioni dei parlamentari grillini non ha messo in questi mesi mai a rischio le compatibilità del sistema. 

Occorre segnalare che anche questa volta le sinistre moderate e radicali riunite nella Lista Tsipras - con il placet del partito de "La Repubblica" -  hanno mancato l’occasione di porre, seriamente e concretamente, il problema della rottura dell’Unione Europea e del suo sistema di dominio. Continuare a denunciare gli effetti dell’integrazione europea – austerity, tagli, regressione democratica - come fanno giustamente i candidati della Lista Tsipras senza attaccare frontalmente il meccanismo che li genera e li impone, cioè l’Unione Europea, significa agitarsi invano e sbagliare bersaglio. D’altro canto molti candidati di sinistra hanno utilizzato la campagna elettorale per chiedere ‘più Europa’, dimostrandosi subalterni ad una logica tutta interna e non contrapposta all’Unione Europea ed al complesso dei suoi dispositivi ideologici, economici e statuali.

E’ fuori dalla gabbia dell’Unione Europea che i popoli e i lavoratori di questo continente devono cercare una via d’uscita alla gestione autoritaria e antipopolare della crisi capitalista, lavorando alla creazione di un’altra integrazione tra paesi, democratica, solidale, di rottura con i diktat della Banca Centrale e del Fondo Monetario.

Su questa linea siamo impegnati a costruire, fin dalle prossime settimane, i primi appuntamenti di mobilitazione e di lotta cominciando dalla contestazione al semestre italiano di presidenza dell’UE.

Perché l’Unione Europea è il problema, non la soluzione.


Segreteria Nazionale della Rete dei Comunisti – 21 maggio 2014

I nostri contatti

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

I nostri tweet