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La cancellazione della Storia. La posta in gioco

A partire dall’homo sapiens la costituzione di un apparato della memoria sociale domina tutti i problemi dell’evoluzione umana1.

La memoria è un sistema di potere.Partire da questa lapidaria affermazione significa fare una scelta di campo che implica un’immediata distinzione tra storia e memoria. Tale operazione è utile a decostruire l’espressione “memoria storica”, frequentemente utilizzata e, al tempo stesso, impropria in quanto appiattisce due termini, storia e memoria, aventi campi semantici decisamente differenti. Altro è la costruzione della memoria collettiva che nelle società odierne domina fortemente la scena pubblica e che spesso si traduce in esuberanza della memoria rispetto alla storia, con tutte le ambiguità e i rischi che questo comporta, altro è il lavoro scientifico dello storico.

Dire che la memoria è un sistema di potere significa riconoscere innanzitutto che la “memoria è oblio”. Sarebbe sufficiente chiedere a uno studente di scrivere in dieci righe la propria autobiografia per renderlo consapevole delle operazioni di manipolazione della memoria individuale, messe in atto più o meno consapevolmente. Ognuno, infatti, si racconta solo parzialmente per meccanismi psicologici individuali di selezione. I dati che affiorano richiedono necessariamente un’operazione di rimozione di altri contenuti. In questo caso parliamo di manipolazioni della memoria individuale. Se non ci fosse selezione a livello individuale, si finirebbe schiacciati dal peso dei ricordi come accade all’uruguaiano Ireneo Funes, protagonista del racconto di Borges, Funes o della memoria, condannato alla sofferenza dalla tirannia di una memoria elefantiaca: “Cadendo perdette i sensi, quando li riacquistò, il presente era quasi intollerabile tanto era ricco e nitido, e così pure i ricordi più antichi e banali”2.

È anche chiaro che quando si affronta il tema della costruzione della memoria pubblica la posta in gioco è ben diversa poiché riguarda la dialettica che contrappone classi dominanti e classi dominate. Possiamo ben comprendere quali operazioni di manipolazione, in questo caso rigorosamente consapevoli, sottendano i processi di rimemorazione e commemorazione, le rielaborazioni o le cancellazioni.

L’evoluzione delle società nella seconda metà del XX secolo rischiara l’importanza della posta in gioco rappresentata dalla memoria collettiva. Esorbitando dalla storia intesa come scienza e come culto pubblico – a monte in quanto serbatoio (mobile) della storia, ricco di archivi e di documenti/monumenti, e al contempo a valle, eco sonora (e viva) del lavoro storico –, la memoria collettiva è uno degli elementi più importanti delle società sviluppate e delle società in via di sviluppo, delle classi dominanti e delle classi dominate, tutte in lotta per il potere o per la vita, per sopravvivere e per avanzare”3.

La storia, invece, pur attingendo spesso alla memoria, produce una narrazione fattuale in grado di cogliere le origini di un evento o di un processo, di collocarne l’insorgenza all’interno di una sequenzialità causa-effetto, di comprenderne il carattere dialettico. Occuparsi di storia significa cogliere il complesso dei rapporti di classe, l’interazione tra struttura e sovrastruttura e soprattutto sentirsi appartenente a quel flusso fatto di “uomini viventi e tutto ciò che riguarda gli uomini”, uomini e donne fatti di carne e di sangue, uomini e donne palpitanti che si organizzano e che lottano, così efficacemente descritti in questa lettera di Antonio Gramsci al figlio Delio:

Carissimo Delio,

mi sento un po’ stanco e non posso scriverti molto. Tu scrivimi sempre e di tutto ciò che ti interessa nella scuola. Io penso che la storia ti piace, come piaceva a me quando avevo la tua età, perché riguarda gli uomini viventi e tutto ciò che riguarda gli uomini, quanti più uomini è possibile, tutti gli uomini del mondo in quanto si uniscono tra loro in società e lavorano e lottano e migliorano se stessi non può non piacerti più di ogni altra cosa. Ma è così?

Ti abbraccio.

Antonio4

 

L’esclusione dai grandi flussi della storia conduce all’isolamento, all’atomizzazione, alla disumanizzazione e quindi all’adattabilità e alla riducibilità delle azioni umane a fattori meramente tecnici. È un’espunzione che diventa inesorabilmente esclusione dallo sviluppo storico reale e sottomissione al senso comune. Espunta la storia, rimane la memoria, ovviamente quella costruita ad hoc dalle classi dominanti. In tal modo finisce col venir meno l’elaborazione autonoma della memoria da parte delle classi subalterne che, private di strumenti conoscitivi e critici, vengono sussunte nell’unico orizzonte di senso possibile, quello della memoria ufficiale imposta dalla borghesia.

Tutto è storia, anche la matematica è storia se è vero che gli enti matematici non sono connotati da fissità ma traggono senso da quella processualità che ha attraversato i secoli che vanno dall’agrimensura degli antichi egizi, alla geometria euclidea per arrivare alle matematiche contemporanee.

Eppure, le riforme degli ultimi anni hanno immolato questa disciplina e, più in generale, la cultura umanistica in nome del paradigma dell’hic e del nunc, un’anoressia storica costruita con lucida coerenza perché funzionale alle logiche del mercato da cui la formazione viene concretamente e totalmente eterodiretta.

Dalla riforma dell’esame di Stato, che prevede la soppressione del tema di Storia, alla riforma degli istituti professionali che vedono nel nuovo quadro orario l’insegnamento della Storia ridotto a una sola ora a settimana (l’unica disciplina che prevede una sola ora settimanale), la volontà politica che sottende tali cambiamenti non si presta certo al bisogno di particolari decodifiche. Il messaggio politico è chiaro e monodirezionale: la pianificata obsolescenza della storia produce la perdita di consapevolezza del nesso stretto esistente tra causa ed effetto, tra ciò che è stato prima di noi e la possibilità di poter imprimere nel presente i propri significati, rimuovendo, in ultima istanza, la filosofia della prassi. Espellendo gli individui dal flusso della storia, parcellizzandoli e separandoli, l’ideologia del capitale esercita il proprio potere assoluto sulle classi subalterne, imponendosi come indiscutibile, unico e univoco senso comune.

La rimozione della storia non è solo un problema di contenuto ma anche di metodo. La scuola delle prove INVALSI impone infatti un metodo che riduce l’apprendimento al test, al qui e ora, ovvero alla didattica dell’istantaneità. Il dinamismo della processualità storica risulta così segmentato in tanti fotogrammi statici. In tal modo, alla dimensione sequenziale/formativa dei saperi viene sovrapposta una modalità di apprendimento puramente operativa, garanzia di esecutività misurabile e quantificabile. In ultima istanza, viene prodotto quel “capitale umano”, espressione tanto cara al registro neoliberista, flessibile alle richieste della grande impresa e prono all’accettazione dei paradigmi dell’occupabilità e dell’assoluta flessibilità.

L’apprendimento diventa puntiforme, vengono meno l’approccio critico e la capacità di comprensione dei fenomeni in termini di causazione.

A conferma di questa tendenza il nuovo esame di Stato prevede la cancellazione anche della terza prova, che non era certo la più perfetta delle prove possibili ma era, senza dubbio, l’unica fondata sulla sedimentazione delle conoscenze. Per sedimentazione s’intende la risultante di una stratificazione progressiva e dinamica, complessa e non lineare, capace anche di sollecitare una feconda interazione tra saperi e finalizzata a un’interpretazione organica della realtà. In luogo della terza prova, campeggia sempre più l’ideologia autoritaria di mercato che si concretizza nella relazione dei candidati sull’esperienza dell’alternanza scuola-lavoro.

Infine, tra le tante novità introdotte dalla riforma dell’esame di Stato, apparentemente consolatoria, possiamo riconoscere la presenza della filosofia in prima prova. In verità, basta davvero poco per spegnere gli entusiasmi dei difensori del cosiddetto “spirito critico”: “I filosofi hanno soltanto diversamente interpretato il mondo, ma si tratta di trasformarlo.”5

 

di Patrizia Buffa (Rete dei Comunisti)

 

1André Leroi Gourhan, Il gesto e la parola

2 Jorges Luis Borges, Funes o della memoria

3Jacques Le Goff, Storia e memoria

4Antonio Gramsci-Lettera XXXVI

5Marx, Tesi su Feuerbach

"Formazione, Ricerca e Controriforme": resoconti ed interventi

Le presentazioni del nuovo numero di Contropiano, contenente gli Atti del Convegno "Formazione, Ricerca e Controriforme" tenutosi a Bologna il 30 aprile 2016, sta portando a vari confronti ed interventi. Di seguito i riferimenti a resoconti ed interventi ad alcune delle numerose presentazioni dell'ultimo numero di Contropiano che si stanno svolgendo in Italia.

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Roma 29 novembre - Presentazione di Contropiano "Formazione, Ricerca e Controriforme"

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Relazione introduttiva Scuola e Formazione

 

Convegno "Formazione Ricerca e Controriforme" - Bologna il 30 aprile 2016

Intervento introduttivo di Massimiliano Piccolo

I processi di ristrutturazione capitalista in atto a livello internazionale da qualche decennio e la fase costituente dell’Unione Europea in polo imperialista hanno avviato – forse in modo definitivo – una fase nuova nella storia. Dopo la sconfitta dell’Unione Sovietica, l’Europa si è, infatti, ritagliata un ruolo diverso da quello che aveva svolto finché l’imperialismo nord americano poteva esercitare nei suoi confronti una politica volta a una subordinazione quasi meccanica della sua funzione nello scacchiere geopolitico internazionale. La politica del contenimento aveva nei fatti prodotto un’Europa asservita ma anche partecipe di tale condizione. La prima idea di unità europea (il MEC e la CEE dopo) prende corpo, infatti, in contrapposizione al blocco socialista e, quindi, la scelta di campo all’interno del conflitto capitale-lavoro è da subito netta. Identità ideologica, ragioni economiche e comunanza strategica nell’atlantismo sono le coordinate comuni dei paesi che vi aderirono. Nasce, così, un’Europa di organismi sovranazionali e dei governi che procede verso un’unificazione più stringente con l’elezione popolare del parlamento di Strasburgo, con l’integrazione monetaria e del mercato del lavoro, con l’unificazione delle due Germanie e con la conseguente annessione di pezzi dell’ex blocco socialista.

Sul processo in atto oggi che tende a costituire l’Unione Europea in un polo imperialista che contrasta ma anche collabora con il tradizionale imperialismo americano, abbiamo già scritto parecchio; si tratta, adesso, di puntare l’attenzione su quell’insieme di politiche che hanno nei processi di formazione dei giovani un punto cruciale d’insistenza. Giovani intesi come forza lavoro e come portatori di complessive ‘visioni del mondo’ assoggettabili a questo ruolo nuovo dell’Unione Europea e funzionale alla contemporanea divisione internazionale del lavoro. Da questo punto di vista, infatti, la mancanza di specifici progetti nazionali sulla formazione è la spia dell’adeguamento a un paradigma unico europeo sulla formazione in subalternità perché tarato sulle necessità dei paesi dominanti e della costituenda borghesia europea.

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