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Taylorismo cognitivo e professione docente

 

Negli ultimi vent’anni la figura dell’insegnante ha subito una mutazione genetica progressiva e, al tempo stesso, radicale. Le ragioni di questo cambiamento sono ovviamente molteplici, sebbene riconducibili sostanzialmente alla nuova mission assegnata alla scuola dal sistema politico – economico ordoliberista, vigente in tutta l’Unione Europea.

La funzione docente è ormai limitata a 360° da una serie di vincoli esterni, di norme e di prescrizioni, che hanno il compito d’imbrigliare la libertà d’insegnamento, di depotenziarne la funzione culturale ed educativa e, soprattutto, d’istituire una nuova forma di “professionalità”, tutta incentrata sui vigenti valori del mercato, della competitività, dell’auto –imprenditorialità.

Il cambiamento più evidente consiste nella nuova funzione assegnata all’insegnante dalle varie agenzie sovraordinate che stabiliscono le finalità del sistema educativo nazionale ed europeo. Il docente, a partire dagli anni novanta, è stato trasformato in un mero produttore e certificatore di competenze. Non importa quale sia il campo, cognitivo, pratico o civico, il fine dell’attività formativa è quello di generare competenze più o meno specifiche.

L’istanza suprema per eccellenza e l’orizzonte ultimo dell’attività educativa vanno ravvisati nel raggiungimento delle cosiddette “competenze chiave” stabilite dall’Unione Europea:

Comunicazione nella madrelingua: capacità di esprimere e interpretare concetti, pensieri, emozioni, fatti e opinioni sia oralmente che per iscritto;

comunicazione nelle lingue straniere: come sopra, ma comprende abilità di mediazione (ossia riassumere, parafrasare, interpretare o tradurre) e di comprensioni interculturale;

competenza matematica e competenze di base in scienza e tecnologia: solida padronanza sicura delle competenze aritmetico-matematiche, comprensione del mondo naturale e capacità di applicare le conoscenze e la tecnologia ai bisogni umani percepiti (quali la medicina, i trasporti o le comunicazioni);

competenza digitale: uso sicuro e critico della tecnologia dell’informazione e della comunicazione in ambito lavorativo, nel tempo libero e per comunicare;

imparare a imparare: capacità di gestire efficacemente il proprio apprendimento, sia a livello individuale che in gruppo;

competenze sociali e civiche: capacità di partecipare in maniera efficace e costruttiva alla vita sociale e lavorativa e di impegnarsi nella partecipazione attiva e democratica, soprattutto in società sempre più differenziate;.

spirito di iniziativa e imprenditorialità: capacità di trasformare le idee in azioni attraverso la creatività, l’innovazione e l’assunzione del rischio, nonché capacità di pianificare e gestire dei progetti;

consapevolezza ed espressione culturale: capacità di apprezzare l’importanza creativa di idee, esperienze ed emozioni espresse tramite una varietà di mezzi quali la musica, la letteratura e le arti visive e dello spettacolo[1].

Queste otto competenze chiave sono funzionali al fine strategico dell’apprendimento permanente e alle sue ricadute applicative, quali la mobilità della forza lavoro entro i confini UE e l’occupabilità permanente, a prescindere dall’età, dalla condizione professionale o sociale dei potenziali lavoratori. Altre quattro finalità strategiche nella prospettiva della competizione globale tra poli produttivi sono contenute nel recente documento Cooperazione comunitaria nel settore dell’istruzione e della formazione (ET 2020), che così recita: “L’apprendimento permanente e la mobilità devono diventare una realtà, con sistemi di istruzione e formazione professionale più reattivi al cambiamento e al resto del mondo;

La qualità e l’efficacia dell’istruzione e della formazione devono essere migliorate prestando maggiore attenzione al miglioramento del livello delle competenze di base come la lettura, la scrittura e il calcolo, rendendo la matematica, le scienze e la tecnologia più allettanti, nonché rafforzando le competenze linguistiche.

L’equità, la coesione sociale e la cittadinanza attiva vanno promosse in modo che tutti i cittadini, a prescindere dalla propria situazione personale, sociale o economica, possano continuare a sviluppare le competenze professionali per tutta la vita.

La creatività e l’innovazione, nonché l’imprenditorialità, dovrebbero essere incoraggiate a tutti i livelli di istruzione e formazione, dato che questi sono fattori chiave per uno sviluppo economico sostenibile. In particolare, gli individui dovrebbero essere aiutati ad acquisire le competenze digitali, a sviluppare lo spirito d’iniziativa, l’imprenditorialità e la sensibilità ai temi culturali”.

Quello sopra delineato è ovviamente il quadro entro il quale deve svolgersi ogni azione didattica, formativa o educativa. Si tratta, in poche parole, dell’orizzonte valoriale di riferimento al quale i sistemi educativi nazionali, le agenzie di valutazione, le scuole e, in ultima istanza, gli insegnanti, devono obbedire. Possiamo assimilarlo a un piano strategico di competizione stilato da una holding, l’Unione Europea, che stabilisce le linee guida della futura composizione socio – economica del continente e dei limiti entro i quali è tollerabile una manodopera di riserva a obsolescenza di mercato, potenzialmente rigenerabile o riciclabile mediante l’apprendimento permanente e l’auto-imprenditorialità.

Non deve allora stupire, predisposto questo enorme progetto d’ingegneria sociale, il crescere delle pressioni su  tutta la filiera educativa e il loro aumentare a misura che si scende lungo di essa. Il sistema scolastico è stato coerentemente trasformato in un gigantesco produttore di competenze a servizio del mercato e della competitività. Per ottenere questo risultato, è stato però necessario, prima di tutto, spazzare via ogni velleità di autonoma elaborazione culturale e progettuale da parte della scuola.

La potenza dell’operazione propagandistica per la scuola delle competenze, iniziata ormai molti anni fa, è oggi più che mai percepibile.  Nonostante i vent’anni di controriforme che hanno portato alla distruzione della scuola della Repubblica, si sente continuamente risuonare il leitmotiv, coniato non a caso negli anni novanta, sulla distanza tra scuola e mondo del lavoro, sull’inutilità dei saperi e della didattica fondata sulle conoscenze, sull’inutilità della cultura classica e, non certo da ultimo, sull’importanza di subordinare il mondo dell’istruzione alle esigenze produttive del mercato e del territorio.

Coerentemente con questo disegno, è stata portata a termine anche la distruzione della figura del docente, ultimo anello produttivo della filiera educativa. Negli anni è stato messo in piedi un gigantesco armamentario propagandistico, volto a smontare l’immagine classica dell’insegnante come punto di riferimento, mediatore culturale, modello formativo ed espressione, nella sua singolarità disciplinare e umana, di una visione pluralistica e multiforme della realtà. Si è sapientemente costruita la figura del docente “sfigato” e depositario di un sapere inutile e antiquario. L’insegnate è stato in mille modi dipinto come una sorta d’impiegato, avulso dalla realtà e dedito a un’azione educativa sostanzialmente inutile, fallimentare e, in ultima analisi, parassitaria.

Contestualmente a questa demolizione professionale, etica e didattica, è stata offerta ai lavoratori della scuola una nuova possibilità di “carriera”, tutta incentrata sulla possibilità di abbracciare senza riserve il nuovo corso della scuola per competenze. L’insegnante che si adegua, diventa allora un dinamico promotore, pronto a mettere in pratica e ad agevolare ogni “innovazione” normativa e tecnologica, contrapponendosi al paludato e naftalinico collega che si attarda ancora a far leggere Omero, Cicerone o Shakespeare e a far riflettere i suoi studenti sui grandi nodi problematici, esistenziali, politici e sociali, posti dai classici della cultura.

La nuova professione docente deve incardinare i ragazzi nel solco della competitività e della performance. Da qui il proliferare della partecipazione studentesca, sempre più spasmodica e parossistica, a selezioni, gare d’istituto, olimpiadi disciplinari, certificazioni linguistiche e informatiche. Ne esce un nuovo modello d’insegnamento, fatto di step, di competitività, di gradi di competenza, di compiti esecutivi, di estenuante rincorsa alla certificazione, di portfolio dello studente.

In questo nuovo modello formativo, la centralità della funzione d’insegnamento/apprendimento non sta né nella figura del docente, né in quella dello studente o nella loro relazione, bensì nel livello di output del prodotto che esce dal processo di formazione, ovvero nella quantità e nella qualità delle competenze prodotte.

È dunque chiarissima la mission affidata alla “nuova” professionalità docente: segmentare, gerarchizzare, monitorare e certificare gli apprendimenti – ovviamente in termini di competenze chiave stabilite da istanze superiori – nel modo più sequenziale e coerente possibile. In questo processo produttivo, al nuovo insegnante non viene lasciata nemmeno la mera autonomia, intesa in termini strettamente funzionali: libri, apparati didattici, nuove tecnologie e dispositivi normativi, sono ormai talmente integrati e pervasivi da rendere il docente un esecutore speculare allo studente che va a formare. Manuali, CD rom, strumenti per il CLIL, LIM e “sussidi” didattici, dettano modi, tempi e strumenti per sezionare, monitorare e certificare l’acquisizione delle più disparate competenze. Il lavoro dell’insegnante, nella frammentarietà, nella sequenzialità produttiva acefala, nella perdita di significato complessivo del suo fare, somiglia sempre di più a quello di un operaio cognitivo.

Siamo entrati ormai nell’era educativa del taylorismo cognitivo, nella catena di montaggio, virtualmente infinita, delle competenze che servono o che potrebbero servire al mercato e che il docente s’incarica di certificare e stampigliare come codici a barre su macchine “intelligenti”.

Per invertire la rotta e spezzare le catene della sudditanza formativa e dell’alienazione professionale create dalla dittatura del mercato, è indispensabile comprendere che, pur essendo necessarie e imprescindibili, le sole dimensioni della rivendicazione sindacale e della mobilitazione sociale non sono sufficienti.

Bisogna indicare e combattere, a livello politico generale, il nemico principale, ovvero il capitale che, mediante le direttive UE e le diverse agenzie nazionali e periferiche, ha l’ambizione di trasformare l’Europa in una società autoritaria di mercato, educata, formata, piegata e assoggettata agli interessi del profitto. Povertà, disoccupazione, perdita di dignità del lavoro, alienazione professionale, sfruttamento e lavoro gratuito, sono tutte facce della stessa medaglia e possono essere combattute solo in un’ottica di opposizione sistemica.

di Giorgio Lonardi (Rete dei Comunisti)

[1] Raccomandazione 2006/962/CE relativa a competenze chiave per l’apprendimento permanente

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