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Deriva autoritaria e aziendalizzazione della scuola

La deriva autoritaria della scuola ha radici lontane. Già a partire dalla legge 59/1997 sull’autonomia, con la trasformazione dei presidi e dei direttori in dirigenti, il sistema scolastico si è avviato verso un modello sempre più monocratico e autoritario di gestione.

Tale modello, progettato dalla legge succitata, è stato implementato e coerentemente sviluppato grazie a un susseguirsi di norme, fino ad arrivare all’attuale struttura organicistica della scuola-azienda nella quale nulla è lasciato al caso e tutto è funzionale alla gerarchizzazione e alla produttività, esercitate tramite livelli sempre più sofisticati e stratificati di governance.

Elemento chiave della catena di comando e dell’aziendalizzazione in corso è lo stretto raccordo tra agenzie nazionali come il Sistema Nazionale di Valutazione, i direttori degli Uffici Scolastici Regionali, i dirigenti scolastici, il Comitato di Valutazione, gli insegnanti. Ogni piano s’incarica di tradurre in atto e d’implementare, a vari livelli, le indicazioni nazionali, che altro non sono se non promanazioni del pensiero unico neoliberista, traducibili in produzione di competenze, efficienza, efficacia di gestione delle risorse umane e materiali.

I criteri generali ai quali la Buona scuola si ispira, si rifanno sostanzialmente a quelli dell’European Foundation for Quality Management – per capirsi quelli della certificazione ISO 9001 - strumento ideologico del capitale europeo, nato per la certificazione di qualità delle aziende e delle organizzazioni. Che l’aziendalizzazione della scuola sia un disegno complessivo perseguito dall’imprenditoria europea nel più ampio scenario della competitività tra poli produttivi, lo si evince peraltro dalle stesse analisi del nemico di classe (leggi qui http://www.econopoly.ilsole24ore.com/2015/06/04/perche-la-buona-scuola-e-unazienda/?refresh_ce=1).

L’architrave dell’intero processo di gerarchizzazione e aziendalizzazione della scuola è la valutazione, strumento premiale/punitivo, metro discriminante riguardo ogni forma di “non conformità”. A ogni livello, scuole, dirigenti, insegnanti e ATA, ritenuti poco produttivi, finiscono con l’essere sottoposti a pratiche meritocratiche che vanno dalla valutazione dei dirigenti da parte degli Uffici Scolastici Regionali, all’umiliazione mediatica della cosiddetta “Scuola in chiaro” che compara i risultati delle scuole a livello nazionale, per giungere infine all’assegnazione del bonus premiale ai docenti ritenuti più organici, produttivi e meno “contrastivi”.

Nella catena premiale della valutazione non c’è spazio per il confronto, per la discussione e per la democrazia collegiale. Tali “obsolete” pratiche democratiche di analisi, di discussione e di decisione condivisa, vengono sostituite dalla managerialità, dalla competitività, dal merito e dalla produttività. Il Piano Triennale dell’Offerta Formativa, stilato dal dirigente e semplicemente ratificato dal Collegio dei Docenti, diviene l’obiettivo - in termini di produzione - al quale devono adeguarsi gli insegnanti, lavorando sodo e in silenzio per cercare di raggiungere gli obiettivi stabiliti e rendersi “meritevoli” del bonus premiale. Ne consegue il completo svilimento del ruolo del docente, ridotto a mero certificatore e produttore di competenze. L’insegnante tratteggiato dalla 107 è sostanzialmente un operaio cognitivo che ha perso ogni possibilità d’incidere sui processi decisionali della scuola e di attuare in modo professionalmente autonomo il dettato costituzionale sulla libertà d’insegnamento che, come tale, si configura anche come pluralismo educativo e libertà di apprendimento.

Ulteriore tassello della pratica meritocratica aziendalista e della gerarchizzazione, attuate dalla legge 107, è costituito dalla cosiddetta chiamata diretta: “Il dirigente scolastico formula la proposta di incarico  in coerenza con il piano triennale dell'offerta formativa. L'incarico ha durata triennale ed è rinnovato purché in coerenza con il piano dell'offerta formativa. Sono valorizzati il curriculum, le esperienze e le competenze professionali e possono essere svolti colloqui”.

Il dirigente manager può assumere insegnanti ritenuti “idonei” in base ai criteri contenuti nel PTOF e metterli sotto contratto per tre anni. Non c’è bisogno di sottolineare l’assoluta asimmetria introdotta da contratti di questo tipo: i docenti sotto contratto a termine sono assolutamente ricattabili e sottoponibili a ogni tipo di pressione, nella speranza di essere riconfermati dal dirigente.

Il corollario necessario di questa articolazione aziendalistica, verticisticamente strutturata, è lo svuotamento degli organi collegiali, trasformati in organi di mera ratifica della pianificazione dall’alto. La stessa funzione docente viene completamente svuotata della sua autonomia. Gli organi collegiali diventano cinghia di trasmissione, organo collaterale di esecutività e applicabilità delle esigenze di mercato, mentre l’insegnante, a sua volta, non può che veicolare tale dimensione strutturale nella sua azione educativa e didattica.

Il think tank al servizio del capitale che ha progettato l’attuale modello di scuola, persegue ovviamente un disegno complessivo di trasformazione della società: l’abitudine alla gerarchia, alla produttività, alla parcellizzazione dei processi, sono evidentemente funzionali alla dismissione del modello democratico – paritetico e alla soppressione di ogni forma di pensiero critico che possa mettere in discussione il modello di società autoritaria di mercato propugnato.

Il processo di taylorizzazione cognitiva in atto fin dai tempi della scuola dell’autonomia porta con sé un palese paradosso che demistifica la narrazione dominante: al crescere dell’autonomia degli istituti consegue un uguale e contrario decremento di spazi democratici e di libertà dell’insegnamento/apprendimento. 

 

Patrizia Buffa (Rete dei Comunisti)

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