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Scuola delle competenze e ideologia del capitale (parte seconda)

Sempre dal documento di sintesi del rapporto OCSE, emerge in maniera prepotente la dimensione politico - economica sottesa alla ristrutturazione per competenze della scuola italiana che va avanti ormai da vent’anni.

A pagina 5 leggiamo: “In questo rapporto, la performance delle competenze dell’Italia è valutata non solo in confronto a quella degli altri paesi dell’OCSE, ma anche rispetto alle proprie aspirazioni a trarre vantaggio dagli investimenti sulle competenze, ad adattarsi a un mondo caratterizzato da una crescente competizione economica e tecnologica”. Chiarissimo e trasparente è il legame istituito tra la dimensione competitiva dei poli produttivi e la necessità di adeguare il sistema dell’istruzione ai mutamenti congiunturali e all’andamento dei mercati: la scuola dovrà diventare una palestra nella quale sperimentare tutte le forme possibili di occupabilità, flessibilità, e produttività. Le prove OCSE – PISA, i test Invalsi e le “esperienze” di ASL coopereranno nell’addestrare gli studenti a una miriade di compiti operativi e, nel contempo, li educheranno a percepirsi come costantemente sottoposti a valutazione prestazionale.

La tanto sbandierata centralità dello studente sarà certamente tale, ma non nella forma del soggetto libero di conoscere e sperimentare la dimensione culturale e formativa dei saperi, bensì in quella della prestazione operativa, della competizione, della valutazione misurata oggettivamente e solo sulle prestazioni oggettive. Un vero processo di mutazione genetica che riduce lo studente a una sola dimensione: quella quantificabile e misurabile in termini di produttività e di “capitale umano”. Come ogni altra merce, lo studente verrà parametrato in base a un valore potenziale di appetibilità da parte del mercato. Questa forma di standardizzazione e reificazione dello studente intende favorire al massimo, come è evidente dall’esame del documento, l’allineamento tra domanda e offerta, la facile intercambiabilità della forza lavoro e l’integrabilità/fluidità nel passaggio dal mondo della scuola a quello del mercato.

Il prezzo di tale trasformazione è la rinuncia alla dimensione culturale, formativa ed educativa della scuola, in nome delle esigenze e degli interessi del profitto. Sulle macerie della scuola della Repubblica si impone “la buona scuola” dell’industria 4.0, produttrice di competenze e organica all’attuale società autoritaria di mercato, che richiede forza lavoro - manuale e cognitiva - flessibile, obbediente e potenzialmente riqualificabile e ricollocabile all’infinito.

La scuola propugnata dal rapporto OCSE e dagli stakeholder, i cui suggerimenti vengono ripetutamente citati nel documento, diverrà il laboratorio nel quale sperimentare il gigantesco armamentario di sfruttamento messo in atto dal neoliberismo: “In particolare, le politiche e i programmi per le competenze sono percepiti come complessi e mutevoli, rendendo difficile agli stakeholder, e in particolare al business, l’interazione efficace con le autorità pubbliche. Sono stati identificati come problemi chiave la mancanza di coordinamento e cooperazione nel settore pubblico e tra le autorità pubbliche e il settore privato”.  

Traspare dal rapporto la pianificazione della compenetrazione totale e totalizzante tra pubblico e privato oltreché l’auspicio di una gestione dell’insegnamento e dell’apprendimento piegata esclusivamente a criteri di governance privatistica. Così esplicita il documento: “Come possibile soluzione per la sfida della (multi-level) governance che condiziona le politiche delle competenze in Italia, gli stakeholder hanno identificato la creazione di una struttura nazionale di coordinamento (cabina di regia) che possa operare in senso trasversale attraverso politiche settoriali e tra i vari livelli di governo.

Competenze, Alternanza scuola – lavoro, tirocini formativi e professionalizzanti, stage, hanno tutti una matrice comune: la governance del capitale, unico e solo committente del “nuovo” modello di scuola. La retorica del low skills equilibrium è la cinghia di trasmissione dell’ideologia della grande impresa, finalizzata all’assoluta subordinazione dell’apprendimento alle esigenze del mercato e del profitto.

 

di Patrizia Buffa e Giorgio Lonardi (Rete dei Comunisti)

 

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