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Scuola delle competenze e ideologia del capitale (parte prima)

Lo scorso 5 ottobre, al Ministero dell’Economia e delle Finanze a Roma, è stato presentato l’OECD National Skills Strategy Diagnostic Report – Italy”, un report che individua le sfide e le aree di intervento per lo sviluppo delle competenze e che vuole individuare una strategia per affrontare il low skills equilibrium in cui si trova l’Italia, cioè quella situazione in cui un basso livello di competenze possedute si accompagna a una debole domanda da parte delle imprese”.

Questa che riportiamo è la presentazione fatta dall’INDIRE (Istituto Nazionale Documentazione Innovazione Ricerca Educativa) di un evento che pianifica il sistema educativo integrato dello sfruttamento, gettando le basi della strategia formativa per i prossimi anni.

Il rapporto è stato presentato al ministero dell’Economia, a sottolineare, se ancora ce ne fosse bisogno, che l’istruzione e la formazione sono ormai sussunte in logiche puramente economicistiche.

A rimarcare la dimensione strategica del piano si devono citare alcune presenze istituzionali di livello nazionale e internazionale: Pier Carlo Padoan, Angel Gurrìa,Segretario generale dell’OCSE, Marianne Thyssen, Commissario Europeo per l’occupazione, gli affari sociali, le competenze e la mobilità dei lavoratori.

L’INDIRE assieme all’INVALSI – unite nel Sistema Nazionale di Valutazione - costituisce, da anni, la cinghia di trasmissione delle politiche neoliberiste e, al contempo, il bastione ideologico e la “Santa Alleanza” a difesa della scuola delle competenze.

È infatti evidente nel documento di sintesi il carattere cogente delle linee direttrici impartite dal capitale e l’insieme dei compiti che la scuola e la formazione devono svolgere in una prospettiva legata ai principi dell’occupabilità, della mobilità e della flessibilità della forza lavoro.

La fortissima valenza ideologica del rapporto si manifesta fin dall’esordio del documento di sintesi: la disoccupazione viene imputata al low – skills equilibrium. Al di là del linguaggio tecnocratico applicato alla formazione, colpisce il grado di mistificazione ideologica dell’analisi: “Attualmente l’Italia è intrappolata in un low-skills equilibrium, un basso livello di competenze generalizzato: una situazione in cui la scarsa offerta di competenze è accompagnata da una debole domanda da parte delle imprese. Accanto a molte imprese, relativamente grandi, che competono con successo sul mercato globale, ve ne sono tante altre che operano con un management dotato di scarse competenze e lavoratori con livelli di produttività più bassi”.

C’è qui la pretesa di imputare lo stato di carente occupazione e la stagnazione economica alla mancanza di competenze richieste dal mercato del lavoro. La crisi occupazionale sarebbe dunque legata soprattutto alla debolezza dell’offerta e alla poca appetibilità dei lavoratori italiani, privi delle competenze richieste dal mercato.

A fronte di questo deficit di competenze lamentato dall’OCSE, si sottolinea entusiasticamente, come una possibilità di svolta, il più recente pacchetto di riforme, utili, nella storytelling istituzionale, all’implementazione delle stesse e al superamento dello squilibrio (skills – mismatch) tra le competenze del lavoratore e quelle richieste dal mercato: “Riconoscendo queste sfide e l’importanza di cogliere le opportunità offerte da un mondo interconnesso e digitale, gli ultimi governi hanno introdotto una serie di riforme ambiziose nel mercato del lavoro (2014, Jobs Act), nel sistema dell’istruzione (2015, La Buona Scuola) e dell’innovazione (2015, Piano Nazionale Scuola Digitale e, per il triennio 2017-2020, il Piano Nazionale per l’Industria 4.0). Queste riforme vanno nella giusta direzione e hanno il potenziale per generare quelle sinergie e complementarità tra le politiche di cui il paese ha bisogno per rompere l’attuale equilibrio di bassa produttività e basse competenze, e generare posti di lavoro produttivi e gratificanti, in tutto il paese. Tutti gli stakeholder coinvolti nei workshop organizzati dall’OCSE hanno evocato la necessità di proseguire nell’attuazione di queste riforme”.

Il dettato dell’OCSE è chiarissimo: l’obiettivo chiave consiste nel rendere istruzione e formazione più organiche possibili alle esigenze del capitale. La finalità della scuola delle competenze consta dunque nell’assecondare le richieste del mercato, coerentemente col suo dinamismo, e nel formare i futuri lavoratori ai paradigmi dell’occupabilità e dell’assoluta flessibilità.

In quest’ottica di assoluto allineamento viene dunque strategicamente proposto un modello di formazione fondato sulla corsa inarrestabile all’implementazione delle competenze. Il risultato è la perdita di autonomia dei percorsi formativi e il traghettamento degli stessi dallo sviluppo di conoscenze all’asservimento ai bisogni e agli interessi dell’impresa.

Il documento di sintesi prosegue col panegirico sulla legge 107 e sulle controriforme neoliberiste: “La riforma della “Buona Scuola” include diverse misure che mirano a migliorare le competenze, a migliorare le pratiche di gestione scolastica, a riconoscere il ruolo importante degli insegnanti e a facilitare la transizione degli studenti dalla scuola al mondo del lavoro […] Un’altra importante componente della riforma è rappresentata dall’Alternanza Scuola Lavoro (ASL), che introduce una serie di misure e rende obbligatoria l’esperienza formativa in ambienti di lavoro durante gli ultimi tre anni di istruzione secondaria superiore, che diviene un pre-requisito per l’ammissione agli esami di Stato. Queste misure rafforzano gli incentivi per la cooperazione tra le scuole ed il mondo del lavoro […] Il Jobs Act è una pietra miliare del recente processo di riforma. Tra gli obiettivi chiave del Jobs Act c’è quello di ridurre la dualità del mercato del lavoro introducendo un contratto a tutele crescenti. Inoltre, Il Jobs Act riduce l’incertezza sui costi dei licenziamenti, limitando le circostanze in cui è previsto il reintegro nei casi di licenziamento economico e specificando la cifra della compensazione dovuta in caso di licenziamento senza giusta causa. Un altro elemento importante del Jobs Act è la creazione dell’Agenzia Nazionale per le Politiche Attive del Lavoro (ANPAL), la prima agenzia nazionale che lavora sulle politiche attive del mercato del lavoro.

L’organicità e la consequenzialità dichiarate tra Buona scuola, Alternanza scuola – lavoro e Jobs Act, non possono lasciare dubbi sul fatto che la scuola sia ormai diventata un luogo privilegiato di pianificazione e sperimentazione strategica finalizzato alla costruzione della società di mercato presente e futura. Di questo si deve e si dovrà tenere conto nelle prossime battaglie politiche, per non separare ambiti (istruzione, formazione, lavoro, welfare) che nella concezione del nemico di classe sono organici e integrati.

di Patrizia Buffa e Giorgio Lonardi (Rete dei Comunisti)

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