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Disponibile il quaderno 'Antifascisti sempre'

E' disponibile il quaderno “Antifascisti sempre”. Si tratta di una pubblicazione della Rete dei Comunisti indirizzata soprattutto ai più giovani, con analisi, documentazione e inchiesta per combattere i fascisti del terzo millennio

Per averne delle copie e organizzare presentazioni, dibattiti pubblici o seminari nelle varie città, potete scrivere a:  Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

Sommario:

Il rischio di un movimento reazionario di massa

Il doppio standard degli apparati dello Stato

I tentativi di contaminare e inquinare le iniziative antimperialiste e contro l’Unione Europea

La discriminante sul ruolo dell’Europa

L'Unione Europea produce fascismo 

Antifascisti oggi. Perché?

Il lavoro sporco dei fascisti del terzo millennio

Le due facce del “lavoro sporco”

Appendice: le connessioni dimostrate tra neofascisti e criminalità organizzata

Piste nere nella malavita organizzata

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Dalla introduzione di Antifascisti Sempre

I fascisti del “terzo millennio”, così si definiscono, puntano a costruire soprattutto nelle metropoli socialmente devastate, un insediamento stabile per la loro presenza, così come sono riusciti a fare in questi anni in numerose città italiane di piccole o medie dimensioni (in particolare a Verona e in alcuni “cuori neri” della Toscana). Nel Nord soffrono la competizione e la concorrenza con il blocco reazionario della Lega, dentro la quale si sono pure riciclati parecchi fascisti in “libera uscita” e che oggi frizionano non poco con la leadership leghista (vedi Tosi a Verona). Come si spiega questa determinazione a voler mettere le mani e i piedi nelle principali aree metropolitane? Casa Pound, ad esempio, in questi anni ha varato un sistema che somiglia molto ad una sorta di franchising, aprendo in molti centri urbani di grandi e piccole dimensioni proprie sedi, costituendo una fitta rete di associazioni rivolte “al sociale” e coordinandone le attività a livello centrale. Una diffusione capillare che rivela l'estensione della rete nera e la consistenza degli appoggi economici, istituzionali e politici di cui gode. Ma a cosa possono essere utili i fascisti “nel terzo millennio”? Non essendoci all'orizzonte rivoluzioni proletarie o l'Armata Rossa pronta ad abbeverare i propri cavalli nelle fontane di piazza San Pietro, come si spiegano l'esistenza, il rafforzamento, il sostegno che i gruppi neofascisti ricevono  da parte di settori non irrilevanti della borghesia italiana?

Lasciate in pace Antonio Gramsci

Un estratto del primo editoriale di Antonio Gramsci per “L’Unità” che ha appena compiuto i suoi 90 anni. 

Sarebbe ora, o meglio, è da tempo l'ora, che il nome di Antonio Gramsci deve essere tolto da sotto a questa testata.

“[...] Quali sono le prospettive che si aprono oggi ai lavoratori? Qual è la natura e la consistenza del regime fascista? Quali sono i mezzi, quali le risorse, per una opposizione efficace? Per un certo tempo i riformisti, specie dirigenti confederali hanno atteso una conversione a sinistra di Mussolini; hanno sperato nel contrasto tra i fascisti della prima e quelli dell’ultima ora; hanno contato sulle pressioni degli industriali… intelligenti contro le «esagerazioni» del regime. Oggi ancora tutta la loro attenzione, tutte le loro speranze sono rivolte alla opposizione costituzionale, dalle cui file sperano di veder saltare fuori il cavaliere senza macchia e senza paura, che giunga a rompere l’incanto, a strappare i denti del drago fascista ed a togliere dall’orrido carcere la giovinetta libertà che vi sta piuttosto malconcia.

Una tale speranza e la politica che se ne ispira, lungi dall’essere un modello di avvedutezza o di abilità politica, dimostrano il totale disorientamento dei socialisti, l’assenza in loro di ogni fiducia nel movimento operaio. Essi si aggrappano alla corrente borghese e democratica perché i consensi delle masse sono venuti loro a mancar. Oggi la classe lavoratrice ha scarsa possibilità di muoversi e di riunirsi: il lavorare con essa e per essa implica grandi difficoltà, metodi nuovi di lavoro, e l’abbandono di tutte le abitudini di comodità e di parassitismo che i facili successi del passato avevano nutrito. Raggruppare dieci operai in una sezione politica, cento in un sindacato richiede oggi un dispendio di energie morali che i dirigenti socialisti sono ben lungi dall’aver accumulato. 

Essi sono ancora oggi per la soluzione più facile, quella che permette di continuare il gioco ristretto a cui hanno per trent’anni affidata la loro fortuna e perciò hanno spostato il campo della loro azione verso i fraticelli meno calpestati, della democrazia e della costituzione.

Noi crediamo invece che la lotta di classe, la lotta cioè del proletariato contro i capitalisti, sia la sola capace di battere in pieno il fascismo. È perfettamente vero che la cosiddetta fraseologia del fascismo, o meglio le varie forme che sono state inalberate volta a volta dal fascismo, riecheggiano di affermazioni e principi che furono in altre situazioni, adoperati nelle lotta contro le classi dominanti. Ma ciò non fa che confermarne da un lato l’incapacità assoluta della piccola borghesia a darsi una dottrina peculiare ed omogenea, dall’altra la sua incapacità a portare a termine da sola uno Stato. [...]

Per lottare contro il fascismo la strategia più intelligente è quella che costituisce i suoi piani, che cerca le sue risorse unicamente nelle classi lavoratrice, che non permetterà manovre molto brillanti, ma porterà dei risultati positivi.
Come raggiungere lo scopo di mobilitare gli operai e i contadini in una unione di difesa dei loro interessi politici ed economici? Noi pensiamo che i margini dell’azione possibile siano ancora abbastanza ampi. Occorre soltanto sapere adattare la forma di resistenza e di lotta alla situazione. La tattica del fronte unico degli operai e dei contadini che noi ardentemente propugniamo, può creare nuove possibilità. Già a tale scopo mirava il programma delle sinistre sindacali che può essere utilmente ripreso e rinnovato! Se i sindacati di mestiere sono immobilizzati dal terrorismo fascista, dalla complice passività dei dirigenti confederali, dalla vecchia e nuova tutela prefettizia, essi possono rispondere col rifugiarsi nelle fabbriche, nelle aziende. Le fabbriche devono diventare i fortilizi del sindacalismo rosso, i fortilizi che il fascismo non potrà incendiare e dove il manganello ed i «decreti» devono arrestarsi davanti al blocco dell’operaio e delle sue macchine, strumenti insopprimibili della produzione.

La politica interna del fascismo offrirà al fronte unico operaio occasioni frequenti di agitazione e di lotte sul terreno concreto degli interessi della classe proletaria. Dalla applicazione del decreto per il lavoro straordinario, alla disoccupazione, dai gravami sui consumi, alla libera contrattazione degli affitti, dalle falcidie dei salari, al sabotaggio delle previdenze sociali; tutti i momenti della vita degli operai e dei contadini hanno subito il contraccolpo dell’offensiva capitalista. Piantando le sue radici e traendo le sue ragioni di essere nelle condizioni stesse di esistenza dei lavoratori, l’azione politica e sindacale per cui si attuerà il fronte unico non accorcerà il suo respiro, né limiterà i propri orizzonti…

Nella situazione italiana odierna le lotte ingaggiate per gli obiettivi più modesti impegnano a fondo, pongono ad ogni passo il problema del regime, collegano il duro travaglio delle classi italiane a quello del proletariato internazionale.
Per cui il fronte unico che si salda in tale lotta non vive alla giornata, non si spezza dopo i primi passi in comune. Quello che oggi si costruisce sta alla base del lavoro di domani, perché una stessa smina ci cresce dentro a mano a mano che si fanno i muscoli ed i nervi al duro cimento. I lavoratori italiani troveranno in esso i quadri efficienti della milizia a cui la loro coscienza di classe imperiosamente li chiama.

(Antonio Gramsci, editoriale del num. 1 del quotidiano «L’Unità» 12 febbraio 1924)

Segnalazioni editoriali: “Utopie Letali”

Ci piace raccomandare ai lettori del nostro sito l’ultimo lavoro editoriale di Carlo Formenti che con il suo libro “Utopie Letali” Jaca Book edizioni fa un’incursione nel paludato dibattito della sinistra nel nostro paese.

Pubblichiamo la prefazione scritta dall’autore condividendone gran parte dell’impostazione teorico/politica.


Utopie Letali è un titolo spiazzante, che suscita curiosità e perplessità.

Questo perché si tratta in qualche modo di un ossimoro, visto che siamo soliti associare un significato positivo alla parola utopia, usandola come sinonimo di sogni, desideri e speranze in un mondo migliore. Perché dunque affiancarle quell’aggettivo: letali? Eppure sappiamo che, a volte, le utopie producono effetti imprevedibili, se non catastrofici. Le destre, per esempio, ce lo ricordano continuamente, soprattutto dopo la caduta dei regimi socialisti dell’Est Europa: avete visto quanti orrori ha generato l’utopia comunista? Un ritornello che, in campagna elettorale, viene usato per proiettare un’ombra inquietante su una sinistra socialdemocratica che ha scontato da tempo i suoi peccati e che, della parola comunista, non ricorda nemmeno il significato, mentre, negli attacchi alle sinistre radicali, acquisisce il sapore di un esorcismo contro il vecchio spettro che non si decide sparire.

Ma le utopie letali con cui polemizza questo libro sono di tutt’altro genere: anche queste sono utopie “di sinistra”, ma hanno poco a che fare con l’utopia comunista che ancora spaventa il capitale, si tratta delle utopie di quelle sinistre “movimentiste” postmoderne, postideologiche, postmateriali, postindustriali (l’elenco potrebbe andare avanti per pagine e pagine, ma ve lo risparmio) che hanno sostituito le velleità rivoluzionarie con il sogno di un crollo indolore del capitalismo che dovrebbe essere provocato da improbabili mutazioni della psicologia e dell’antropologia individuali, oppure dalle lunghe marce per i nuovi diritti, o dall’invenzione di “terze vie” che ci proiettino oltre la dicotomia fra pubblico e privato, oppure da tutto questo assieme e da altro ancora.

 

La lista delle ideologie chiamate in causa è lunga e, apparentemente, eterogenea: neo e postoperaisti, neo anarchici, benecomunisti, girotondini, parte dei movimenti femministi, ecologisti e pacifisti; soggetti in cerca di riconoscimento identitario; entusiasti della democrazia di Rete; paladini dei nuovi diritti, ecc. Ho detto apparentemente eterogenea perché, in realtà, le schegge di questa galassia presentano molti tratti comuni: danno per scontata la necessità di “andare oltre” (non di ripensare criticamente) la storia e la cultura politiche del Novecento (dopodiché rispolverano ideologie ottocentesche); sono antigerarchici e antiautoritari (ma si organizzano in piccole sette guidate da piccoli leader carismatici); sono più attenti ai diritti personali e individuali che ai diritti sociali e collettivi; esaltano il ruolo democratizzante dei nuovi media (ignorando il fatto che sono stati ormai colonizzati da governi e corporation); hanno occhio solo per il lavoro immateriale di knowledge workers, creativi o per il lavoro autonomo (che scambiano per una nuova avanguardia politica e culturale, in barba all’incapacità di questi soggetti di esprimere coscienza antagonista); rifiutano l’idea stessa di partito come organizzazione degli interessi di una parte sociale contro il “bene comune”, alla quale sostituiscono vaghi modelli movimentisti; infine sono radicalmente “antistatalisti”, pretendendo di condurre la lotta contro la proprietà privata in nome di un concetto di bene comune proiettato “oltre il pubblico e il privato”.

La tesi di fondo che troverete nel libro che avete in mano, è che tali caratteristiche attribuiscono a queste culture politiche un alto livello di contiguità con l’ideologia liberale che vorrebbero combattere. Sono utopie letali perché, invece di canalizzare l’energia antagonista che abita in un corpo sociale martoriato da trent’anni di “guerra di classe dall’alto”, la disperdono su obiettivi illusori o marginali e, quindi, indeboliscono le possibilità di ripartenza di una “guerra di classe dal basso”.

 

Questa la pars destruens del libro, la parte propositiva si articola viceversa su quattro tesi di fondo che vengono argomentate in altrettante sezioni del libro:

1) la crisi in corso segna un mutamento irreversibile del modello di accumulazione capitalistica e ha provocato il definitivo divorzio fra democrazia e mercato, per cui oggi viviamo sotto regimi postdemocratici in cui gli interessi del capitale globale governano direttamente, senza mediazione politica, le nostre vite;

2) le nuove classi medie occidentali, che negli anni Novanta avevano accarezzato il sogno di una economia della conoscenza e di un superamento pacifico del capitalismo, sono state letteralmente fatte a pezzi dalla crisi; in compenso, oggi assistiamo a una controtendenza alla concentrazione del proletariato globale che ha i suoi nuclei di condensazione nella classe operaia dei Paesi in via di sviluppo, e nei nuovi poveri dei Paesi occidentali, perciò il fronte di opposizione antagonista al sistema capitalistico può e deve essere ricostruito a partire da lì;

3) le esperienze dei movimenti degli ultimi decenni insegnano che spontaneismo, orizzontalismo organizzativo e culturalismo (si parte dalle identità e non dall’appartenenza di classe) non pagano; occorre quindi tornare a riflettere sull’idea di partito come organizzazione antagonistica degli interessi di classe, un concetto che va tuttavia adeguato alle attuali condizioni di frantumazione delle soggettività, inventando nuove forme organizzative e nuove procedure decisionali; 4) il capitalismo non cade da solo, né possiamo illuderci che siano le richieste di diritti e riconoscimenti identitari a rovesciarlo, quindi non basta tornare a ragionare sul partito, occorre tornare a ragionare, con Gramsci, anche sul “farsi stato” delle classi subordinate e sulla loro capacità egemonica, se si vuole gestire la transizione a una civiltà postcapitalista.

Carlo Formenti

Ucraina: contro la guerra civile e la disinformazione

Sulla situazione Ucraina è in atto da mesi una vasta campagna di disinformazione da parte dei media occidentali. Pubblichiamo come contributo alla discussione un appello del leader del Partito Comunista dell'Ucraina e una interessante testimonianza/commento di Giulietto Chiesa.

Lettera aperta del PC di Ucraina al movimento comunista, operaio e di sinistra internazionale

Cari compagni!

L'Ucraina si è aggiunta alla lista dei paesi che sono diventati vittima delle "rivoluzioni colorate". Le riprese degli impressionanti massacri, degli atti di vandalismo, dei disordini e delle occupazioni degli edifici amministrativi in Ucraina hanno fatto il giro del mondo attraverso i mass media.

In numerosi scontri, diverse centinaia di manifestanti e di agenti delle forze dell'ordine sono stati gravemente feriti, così come durante gli attacchi alle forze dell'ordine diversi manifestanti sono stati uccisi. Non dimentichiamoci inoltre dei sequestri di massa di cittadini e delle violenze fisiche contro di loro da parte dei manifestanti radicali.

I recenti avvenimenti hanno distrutto il mito secondo cui nella capitale ucraina si muovono un’opposizione al "regime criminale" composta da "pacifici euromanifestanti".

In realtà, i fatti accaduti sono il risultato della lotta dei clan ucraini per il potere, e in particolare per la carica di Presidente dell'Ucraina. Gli avvenimenti in corso rappresentano di per sé un colpo di stato. Ciò è confermato dalle recenti azioni dell’"opposizione", atte a creare istituzioni di potere parallele in nome del popolo, con atti anticostituzionali, che alimentano ulteriormente lo scontro in Ucraina e costringono le autorità a misure sempre più radicali.

D’altra parte, merita attenzione la crescente attività delle forze politiche dell’ultradestra, neonaziste e ultranazionaliste colpevoli di atti di violenza, illegalità e scontri. Queste organizzazioni comprendono in particolare il "Tridente", "UNA-UNSO" (“Assemblea Nazionale Ucraina - Autodifesa Nazionale Ucraina, NdT) , "Pravyj Sektor", il partito "Svoboda", ecc. Quest'ultimo occupa un ruolo speciale nell’escalation dello scontro, in quanto si tratta di un partito parlamentare, al potere in alcune regioni occidentali, che ha una reale opportunità di continuare a perseguire una politica di sovversione contro l'ordine costituzionale in Ucraina.

Tutte queste organizzazioni sono unite ideologicamente, seguono l'esempio dei complici dei nazionalsocialisti tedeschi Bandera e Shukhevich, e ne utilizzano gli stessi slogan.

Ad esempio, oggi è molto popolare e viene utilizzato spesso lo slogan "Gloria all’Ucraina - Gloria agli Eroi", usato durante la Seconda Guerra Mondiale dai collaborazionisti fascisti ucraini durante la strage dei pacifici abitanti polacchi e ucraini del territorio dell’Ucraina occidentale.

Il Comitato Centrale del Partito Comunista d’Ucraina ha già informato il movimento comunista, operaio e di sinistra di tutto il mondo degli atti di vandalismo, quando i neonazisti hanno distrutto le statue di Lenin e i monumenti di epoca sovietica: ora gli atti di vandalismo vengono commessi addirittura contro i monumenti agli Eroi della lotta contro il fascismo.

Contemporaneamente a tutto questo, diventa evidente il costante coinvolgimento dell’Ucraina in una ancora maggiore escalation di violenza. Con il sostegno informativo e politico di una serie di Ambasciatori degli stati occidentali in Ucraina, così come di politici dell'Europa occidentale, sta diventando sempre più chiaro chi c'è dietro al rinfocolamento del conflitto in Ucraina.

Allo stesso tempo, il Dipartimento di Stato degli USA richiede costantemente che le autorità scendano a negoziare con l'opposizione, ritirino tutte le forze dell'ordine da Kiev e diano la possibilità all’"opposizione" di impadronirsi della sede del governo, come pure di annullare le recenti leggi "antidemocratiche e dittatoriali", approvate dal Parlamento dell'Ucraina.

Eppure queste leggi sono pienamente conformi alle norme democratiche occidentali, di fatto sono la traduzione e sono del tutto identiche alla legislazione vigente nell’UE e negli USA. Ad esempio, in base alle nuove leggi, le organizzazioni sociali ucraine finanziate dall'estero, e che in gran parte hanno contribuito all'allargamento del conflitto, sono obbligate a registrarsi come agenzie estere. Nella legislazione statunitense tale disposizione è in vigore sin dagli anni '30. Il parlamento ucraino ha semplicemente preso in prestito l'esperienza americana.

Le norme di legge adottate che vietano ai manifestanti pacifici di nascondere il volto sono identiche a quelle dell'UE. Così in Germania è considerato di responsabilità penale coprire il volto, indossare il casco, utilizzare degli scudi durante le manifestazioni. In Francia, per le stesse violazioni, sono previsti 3 anni di carcere e una multa di 45.000 euro. Tale divieto vige anche negli Stati Uniti, in Canada e in altri paesi. Per chi infrange le regole dello svolgimento delle manifestazioni pacifiche: in Gran Bretagna è prevista una multa fino a 5.000 sterline e fino a 10 anni di carcere; negli Stati Uniti, ancora 10 anni di carcere Negli Stati Uniti, colpire o aggredire un agente di polizia può comportare una condanna da 3 a 10 anni di carcere. In Francia, l’occupazione delle carreggiate per qualsiasi scopo e qualsiasi dimostrazione è vietato.

Per un qualche motivo, i politici occidentali, che manifestano indignazione e preoccupazione per la situazione in Ucraina, e anche per l’”irrigidimento” della legislazione dell’Ucraina, non vogliono ricordarsi di questi fatti.

In queste circostanze, il Partito Comunista d’Ucraina ritiene che la responsabilità per le violenze ricada ugualmente sulla leadership del paese, le cui azioni hanno spinto il popolo ucraino a prendere parte alle proteste di massa, e sui leader della cosiddetta "opposizione" , dei raggruppamenti neonazisti dell’ultradestra, delle organizzazioni di militanti nazionalisti e sui politici stranieri che hanno esortato la popolazione alla "radicalizzazione delle proteste" e a " combattere ad oltranza".

Siamo convinti della correttezza delle precedenti iniziative dei comunisti per il Referendum in Ucraina, la cui attuazione avrebbe completamente eliminato la base del malcontento popolare e avrebbe permesso al popolo ucraino di determinare l’indirizzo futuro del proprio sviluppo.

Il Partito Comunista d’Ucraina dichiara la necessità di porre fine all'uso della forza, di garantire la non ingerenza negli affari interni dell'Ucraina degli stati stranieri e dei loro rappresentanti, e di riprendere i negoziati. Allo stesso tempo, eventuali tentativi di creare strutture di potere parallele e incostituzionali non potranno che rafforzare lo scontro e creare una vera minaccia per l'escalation del conflitto verso la guerra civile. Una parte della popolazione sosterrà l'attuale governo, e l'altra sosterrà l'autoproclamatasi cosiddetta “opposizione” e questo porterà inevitabilmente a una finale divisione dell’Ucraina.

In queste circostanze, il Partito Comunista d’Ucraina presenta delle proposte concrete per risolvere la situazione:

- Indire il referendum nazionale sul tema della definizione della politica economica estera di integrazione dell'Ucraina.

- Attuare le riforme politiche, eliminare l'istituzione del presidente e varare una repubblica parlamentare, espandere in modo significativo i diritti delle comunità territoriali.

- Adottare una nuova legge elettorale e tornare al sistema proporzionale per l’elezione dei deputati nazionali.

- Al fine di superare il caos amministrativo e di garantire uno stretto controllo sul governo e sui politici, istituire un organo civile indipendente, il "Controllo Popolare", dandogli i più ampi poteri.

- Realizzare la riforma giudiziaria e introdurre l'istituzione di elezione dei giudici.

Con questa occasione, vi chiediamo di portare il vostro contributo alla riconciliazione nella società ucraina, di sostenere con ogni mezzo possibile le nostre proposte, di aiutarci a far conoscere diffusamente la reale situazione politica in Ucraina.

Vi chiediamo di condannare le azioni estremiste, la propaganda del fascismo, del nazionalismo e del neonazismo in Ucraina, così come l’interferenza esterna negli affari interni dell'Ucraina e l'ulteriore escalation di violenza.

Il Primo Segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista d’Ucraina,

Petro Simonenko

(Traduzione dal russo di Flavio Pettinari per Marx21.it)

 

Il baratro europeo di Kiev

Giulietto Chiesa

Scrivo queste note di ritorno da Mosca, e la prima cosa che mi colpisce è l'enorme divario tra ciò che stanno vedendo gl'italiani (e gli europei insieme a tutto il resto del mondo occidentale) e quello che vedono i russi. Non è solo questione di quantità. È che qui (quasi) non si vedono le squadre armate dei dimostranti della piazza Maidan e dintorni. Non si vedono i poliziotti bruciare vivi. Non si vedono le armi delle squadre - palesemente bene organizzate - di assalitori. Non si vedono i lancia-fiamme e le bombe molotov degli assalitori. Non si vedono le grandi catapulte che lanciano sugli schieramenti delle forze speciali antisommossa bombe incendiarie in quantità e di qualità tale che non è possibile pensare improvvisate.

Qui, nella civile Italia democratica, dove tutto il mainstream freme di sdegno contro i Notav «violenti», si descrivono le squadracce fasciste che ormai dominano la protesta di Kiev come vittime, come coloro che «muoiono per l'Europa». Anche a Mosca ci sono quelli che li definiscono «liberali», «democratici». Sono i «figli del capitano Grant» (grant in inglese vuol dire prebenda). Io vado, come al solito, controcorrente. E dico: Dio ci salvi da questi "nuovi europei". Presto ne avremo notizia anche dalle nostre parti, e saranno guai per tutti. Ma questo sarà il dopo.

Colpiscono la cecità e l'ignoranza - quasi peggio della menzogna - di gran parte dei commenti. Che pure vengono sparse a larghe mani. È il «popolo ucraino» quello della Maidan? Ecco, questa è la prima domanda da farsi. Invece tutti, qui, senza eccezione, hanno già deciso che il popolo ucraino è quello e non ce n'è altro. Povera Ucraina che ormai se ne va in pezzi! E poveri ucraini che saranno mandati allo sbaraglio, a massacrarsi tra di loro sul pianerottolo di casa nostra.

Allora viene subito un'altra domanda da porsi: chi ha eletto, a grande maggioranza, Viktor Janukovic presidente dell'Ucraina? Dove sono andati a finire i suoi elettori? Hanno tutti cambiato idea? Si sono accorti solo negli ultimi mesi che era un corrotto e un dittatore? Certo, un pasticcione indifendibile, che ora sarà cacciato tra gli applausi di Bruxelles e di Washington). Ma quanti di questi commentatori nostrani hanno ricordato che l'Ucraina non è solo la parte sud-occidentale, che è quella che in gran parte si chiamava Galizia, e che apparteneva al territorio polacco? Hanno dimenticato tutti che c'è un'altra Ucraina, quella dell'est e del nord, quella industriale delle grandi città di Kharkov, di Dnipropetrovsk, per esempio, quella che parla ancora adesso il russo e che ha una storia di milioni di famiglie intrecciate alla Russia.

Certo, si direbbe (se i commentatori di Repubblica, del Corsera , perfino del Fatto Quotidiano avessero letto i libri di storia) che fu «colpa» di Stalin, che promosse il Patto Molotov-Von Ribbentrop, se la Galizia venne incorporata nell'Ucraina Sovietica. Vero, verissimo. Come fu vero che le formazioni militari di Stepan Bandera combatterono al fianco dei nazisti. E in piazza Maidan sono proprio i «banderovzy» a guidare la danza.

Ma allora che cosa proponiamo all'Ucraina? Di tornare alle frontiere del 1943? Cedendo la Galizia alla Polonia? E quanti sarebbero gli ucraini d'accordo con questa idea? E poi che ne sarebbe della frontiera tra la Lituania e la Polonia? Perché sarà bene ricordare che, in questa eventualità, oltre un terzo dell'attuale Lituania, inclusa la capitale Vilnius, dovrebbe tornare in Polonia. Ma l'Europa di Altiero Spinelli non nacque proprio, anche, per avviare una fase pacifica di cooperazione che cancellasse tutte le frontiere? Certo - dicono i Ponzio Pilato che abbondano in questa Europa dell'austerità, che sta mettendo in ginocchio tutto il sud-Europa, a cominciare dalla Grecia - è il popolo ucraino che deve decidere da che parte stare: se con la Russia o con l'Europa.

Ma è solo questa l'alternativa? C'è anche - ma chissà perché nessuno ne parla - l'ipotesi di una Ucraina indipendente e sovrana, che sta in buoni rapporti con gli uni e con gli altri, che ne trae vantaggio per sé, contribuendo alla pace e alla sicurezza comune europea, senza farsi assorbire, per esempio, nella Nato.

 

Ecco, a me pare che stia qui la risposta - una delle risposte - a quello che sta accadendo in queste ore a Kiev e, ormai, in diverse altre province dell'ovest ucraino. L'Ue ha forzato la situazione in modi e forme inaccettabili per una politica di buon vicinato. E non è una ipotesi. Ben 34 leader europei si sono affaccendati in questi mesi sulle piazze ucraine, per premere su Yanukovic e per incitare (e foraggiare) le opposizioni. Si attende ora il commissario all'allargamento Fuele, poi la signora Ashton, poi una delegazione parlamentare europea. Cosa offrono? Un pesantissimo prestito del Fondo Monetario Internazionale che legherà l'Ucraina al carro dei mercati finanziari dell'Occidente. È aiuto? Io lo chiamerei ingerenza negli affari interni di un paese vicino.

Invece - due pesi e due misure - si condanna il cattivissimo Putin, che ha concesso 15 miliardi di dollari di prestito a tassi d'interesse ridicolmente più bassi di quelli dei mercati occidentali e, in più, regala due miliardi di dollari all'anno di sconti sul prezzo dell'energia. Anche questa è ingerenza? Probabilmente. Ma costa meno. E poi ci si dovrebbe chiedere: ma perché una tale accelerazione da parte europea? Non sanno che l'Ucraina è divisa? Perché forzare? Chi si vuole portare al potere a Kiev? Un altro gruppo di oligarchi (come fu fatto in Russia nel 1991) che chiederanno protezione alle banche svizzere e tedesche, offrendo in cambio l'Ucraina alla Nato? E chi è il pazzo, o l'irresponsabile, che pensa che la Russia di Putin accetterà, arrendendosi, a un gigantesco avvicinamento dell'alleanza militare ostile alla propria capitale?

Qualcuno punta a trasformare l'Ucraina in un mostruoso casus belli al centro dell'Europa: quello che si delinea è la rottura di tutti gli equilibri della sicurezza europea collettiva. È l'inizio di una rottura strategica tra Russia ed Europa. Agli ucraini non sarà dato di decidere pacificamente. Sarà un passaggio violento, e scorrerà il sangue. È stata l'Europa - promettendo sogni che non potrà soddisfare (e i primi a saperlo siamo proprio noi) - a volerlo.

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