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RENZISMO: UN'ARMA DI “DISTRAZIONE DI MASSA”

La funzione dei partiti personali in un’epoca di crisi organica. Serve una alternativa a tutto campo. Apriamo il confronto

Nella volatilità dei dati elettorali che di anno in anno si modificano, è necessario trovare una “bussola” che sappia interpretare le tendenze reali e non quelle che ci vengono di volta in volta rappresentate. Nell’ultimo anno ne abbiamo viste di tutti i colori, dalla crisi “finale” del PD, al recupero di Berlusconi, dall’affermazione irresistibile del Movimento 5 stelle alla crisi irresistibile del Movimento 5 stelle. I fatti ci dicono che il PD è oggi al suo massimo storico e Berlusconi è sul Viale del tramonto, mentre Grillo non sfonda. E’ chiaro che questa chiave di lettura “just in time” è fatta ad uso e consumo della manipolazione politica ed è un’arma di distrazione di massa che va demistificata.

1) I risultati elettorali nei paesi dell'Unione Europea. Il nucleo centrale “tiene”

Intanto va detto che una lettura realistica ci viene dalla dimensione europea che, seppure ha riflettuto negli esiti elettorali le diverse situazioni nazionali, manifesta alcuni elementi comuni. Il primo elemento comune è quello dell’astensionismo che va dal 42% Italiano, non poco per le nostre abitudini elettorali, all’87% della Slovacchia. Va detto che i paesi dell’est hanno tutti percentuali di astensionismo enorme, la minore è la Lituania con il 63%, ma anche quelli occidentali arrivano fino al 66% del Portogallo. Questo è un primo dato significativo che accomuna tutti i popoli del continente.

L’altro elemento che accomuna diversi paesi è la dimensione delle forze di opposizione radicale, sia di quelle collocate a sinistra che a destra, che varia dal 20 al 30%. I paesi coinvolti sono il Portogallo, la Spagna, la Grecia, la Francia e l’Inghilterra. Certamente nei primi tre paesi l’affermazione delle forze di sinistra è evidente, in Grecia si arriva oltre il 32%, mentre le forze di destra, anche se non accomunabili tra loro, si affermano in due grandi paesi come Francia e Gran Bretagna a scapito delle attuali classi dirigenti. Questo elemento di opposizione radicale si ridimensiona invece nettamente nei paesi “centrali” che ruotano attorno alla Germania, ovvero dal Belgio all’Olanda, dall’Austria alla Danimarca.

Se si associano i dati relativi all’astensionismo - esteso soprattutto per i paesi dell’est - alle forze di opposizione in alcuni paesi storici per l’Unione Europea ed alla tenuta politica nei paesi “centrali”, la fotografia che emerge è una profonda diseguaglianza nella costruzione della UE che comincia, seppure in modo ambiguo, a produrre effetti politici. Questo “sintomo” è il riflesso della costruzione di un nuovo (sovra)Stato imperialista che nasce per sostenere la competizione globale e che si attrezza per far pagare alle classi subalterne i costi di questa competizione. E’ il sintomo di una crisi sistemica che produce anche una crisi di Egemonia che comincia a filtrare sul piano politico, anche se in forme spesso difformi da quella che è stata storicamente la sinistra di classe e che mostra una crescente divaricazione tra rappresentati e rappresentanti.

2) Si ripete “l'anomalia italiana”

In questo contesto va collocato anche il risultato italiano che appare anomalo, in quanto il nostro paese, pur facente parte dei Pigs, sembra reagire politicamente in modo difforme dalla sua collocazione materiale. I dati ci dicono che l'Italia non è un Pigs come gli altri, anzi punta più a collocarsi come “ultimo ma tra i primi” (visione di Prodi e del blocco europeista) piuttosto che “primo ma tra gli ultimi” (visione berlusconiana). Il volume della ricchezza privata esistente, i redditi spurii, il peso dell'economia extralegale (che adesso verrà incorporata nel calcolo del Pil), hanno mantenuto in piedi un blocco sociale centrale e moderato che ha scommesso sul governo Renzi. Ciò non significa una assenza del processo di proletarizzazione e impoverimento sociale, ma la sua dimensione quantitativa è neutralizzata dalla disgregazione e debolezza dell'identità di classe. Se ci atteniamo ai dati elettorali stretti quello che emerge è che in Italia l’opposizione alle politiche europee va oltre il dato del 20%, se vogliamo considerare anche una parte della Lista Tsipras, e l’astensionismo è comunque significativo. L’esaltazione del 41% al PD di Renzi non può nascondere un dato che ha una sua rilevanza politica. Certo, se Grillo pensava di andare al governo e di stracciare il PD non può che vivere questo 20% come una sconfitta, ma dal punto di vista quantitativo questo dato appare comunque interessante per chi si pone il problema di costruire una opposizione nel paese.

Il rischio che si corre valutando questi dati in Italia, che viene incrementato dalla vulgata ufficiale, è che si da alla politica la stessa funzione che ha avuto nei decenni precedenti ovvero quella della Rappresentanza del sociale. In realtà la situazione è completamente diversa e la “politica” legata alla rappresentanza dei blocchi sociali ormai non esiste più; forse l’ultimo esempio è stata l’esperienza di Berlusconi che però è sempre stata presentata come pericolo reazionario a prescindere dai caratteri strategicamente deboli del suo blocco sociale. Anche questo è un esempio di manipolazione riuscita per disorientare chi all’epoca votava comunista ed a sinistra.

3) La “politica” ai tempi della crisi. I partiti personali

La politica attuale non è più rappresentanza ma uno strumento di disorientamento per le classi subalterne che non devono capire le dinamiche economiche e sociali effettive ma devono correre appresso alle “farfalle” che possono chiamarsi di volta in volta Berlusconi, Grillo, Renzi e poi vedremo i prossimi personaggi. E’ il partito personale, con le assurdità che tutti possono vedere, e non quello socialmente radicato che può attuare la miglior politica possibile per le classi dominanti in un epoca di crisi organica. In questo momento il “Renzismo” rappresenta in modo eccellente questa necessità tanto da arrivare al 41% dei votanti nonostante l’inconsistenza dell’individuo. I motivi di questa condizione di “incoscienza” da parte dei settori sociali sono diversi e convergono tutti verso l’obiettivo della manipolazione politica poiché quella che era stata la redistribuzione della ricchezza prodotta in funzione dell’egemonia borghese, i governi DC sono durati quasi 50 anni, oggi non è più possibile.

Il primo motivo di questa situazione, quello strutturale, è il ribaltamento dei rapporti di forza tra le classi che non è un dato eminentemente politico ma l’introiezione per la gran parte delle classi subalterne della sconfitta, dell’impotenza e dell’impossibilità di una alternativa allo stato attuale delle cose. A questa condizione corrisponde la crisi delle soggettività politiche antagoniste che non sono state in grado negli ultimi venti anni di opporsi in qualche modo a questa deriva.

Questa condizione di debolezza sommata alla crisi, che è tutta dello sviluppo capitalista, spinge verso derive autoritarie dove la politica così come l’abbiamo conosciuta gradualmente diviene del tutto superflua; dunque prendono potere i dati “oggettivi” dello sviluppo capitalista e dunque la tecnocrazia europea decide le vere politiche finanziarie, economiche e sociali oltre e contro i parlamenti nazionali. Gli apparati dello Stato vengono gestiti dai “funzionari” siano questi magistrati che arrestano i corrotti o chi lotta, vedi l’ideologia giustizialista che aleggia anche tra i grillini, o i poliziotti che devono svolgere la loro funzione repressiva a prescindere dalle forze politiche.

4) La comunicazione come arma di distrazione di massa

Naturalmente dietro tutto ciò non c’è un complotto ma il prevalere di una visione del mondo tutta borghese che diviene egemonia in assenza di una alternativa. E’ dentro questa condizione di crisi complessiva ma di assenza dello storico nemico di classe che i gruppi dirigenti del nostro paese devono obbligatoriamente orientare la cosiddetta “opinione pubblica” con operazioni politiche anche spregiudicate. Ad esempio la sconfitta di Bersani alle ultime elezioni politiche, prodotta dal fenomeno Grillo improvvisamente esploso a fine 2012 con le elezioni siciliane e riportato quotidianamente ed ossessivamente sulle prime pagine di tutti i giornali, è stata una operazione che intendeva fare fuori quel minimo di politica concertativa che quel gruppo dirigente del PD sosteneva e che era uno ostacolo oggettivo all’espletarsi di una politica tout court liberista che doveva essere però sostenuta dall’unico apparato che mantenesse una sua credibilità e consistenza nazionale, cioè appunto il PD, visto che le altre forze politiche andavano verso la disgregazione.

La funzione principe in questa manipolazione sistematica, ed a causa dell’assenza di organizzazione politica di classe, viene svolta dai mass media, che oggi dovrebbero invidiare il pluralismo della stampa sovietica dei tempi andati vista l’omogeneità scandalosa dell’informazione di regime attuale. In questo Il gruppo editoriale de La Repubblica svolge indubbiamente una funzione di avanguardia. In altre parole si potrebbe dire, con Gramsci, che l’informazione oggi per i gruppi dominanti svolge quella funzione di “intellettuale organico” che una volta era ad appannaggio di singolo pensatori.

Sulla base di queste valutazioni e con queste coordinate, nelle prossime settimane la Rete dei Comunisti intende promuovere degli incontri pubblici di confronto nelle varie città.

 

5) Accettare la sfida con il governo Renzi

Lo spessore delle questioni che oggi l’avversario ci pone con la costruzione dell’Unione Europea sono una sfida per i comunisti e per tutto il movimento di classe, una sfida che non si può ignorare dove l’obiettivo principale non può che essere un processo ricompositivo non solo dei settori e delle organizzazioni politiche ma anche e soprattutto di quel blocco sociale oggi penalizzato. Questa è stata la strada che si era intravista nelle due giornate del 18 e 19 Ottobre, per un periodo dimenticata ma che oggi ripropone tutta la sua necessità. La proposta strategica di rottura e fuoriuscita dall'Unione Europea mantiene la sua validità, anche se richiede un approfondimento dell'inchiesta e analisi sulla composizione di classe e il peso dei fattori sovrastrutturali - ideologici e del sistema della comunicazione di massa – sulla società italiana. In questo scenario ricomposizione di classe e costruzione della identità antagonista rimangono i passaggi da costruire con pazienza e determinazione.

Questo percorso la RdC non lo intende fare da sola, ma ad esempio con e dentro Ross@ intesa come percorso politico autonomo, a cominciare dal controsemestre popolare e di lotta con il quale intendiamo ingaggiare la sfida con il governo Renzi, con la manifestazione nazionale del prossimo 28 giugno – alla cui promozione abbiamo dato un contributo decisivo sin dall'inizio – e nei mesi di iniziative e confronto previste dal controsemestre popolare.

 

Roma, 31 maggio 2014

La segreteria nazionale della Rete dei Comunisti

Come lottare nel paese più “stabilizzato” dell’Unione Europea?

La martellante retorica e l’opera di marketing da parte dell’establishment politico non possono nascondere come i risultati delle elezioni europee rivelino che ogni paese ha votato prendendo in considerazione esclusivamente o soprattutto i temi e i problemi nazionali. Il che – ed è la buona notizia – vuol dire che siamo ancora lontani da quella dimensione comune europea che i tecnocrati di Bruxelles cercano di imporre in tutti i modi con le buone e con le cattive.

1)     Il dato che emerge al di là di ogni valutazione specifica sui risultati dei diversi schieramenti, afferma una assoluta distanza dell’elettorato continentale rispetto all’Unione Europea, ai suoi progetti e alla sua retorica. L’enorme astensionismo, l’altissimo numero di schede bianche e nulle e i consensi massicci per i partiti cosiddetti “euroscettici” – categoria che ingloba sia le forze della sinistra radicale che quelle xenofobe, populiste di destra o apertamente fascistoidi – parlano da soli.
Mentre i risultati in Germania e Italia hanno premiato la cosiddetta stabilità (i partiti di governo), in Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda e in Francia hanno evidenziato una forte insofferenza nei confronti dell’austerità imposta dalla troika e in generale contro la preminenza e tracotanza tedesca all’interno del progetto di integrazione europea. Ma a guardar bene i risultati elettorali se il voto mette sulla graticola l’Europa tedesca non si prefigura finora, come un no frontale ed esplicito all’Unione Europea in quanto tale.

2)      Se il progetto di integrazione del continente vorrà continuare a marciare dovrà necessariamente operare un riequilibrio degli assetti interni. Il che significa che nei prossimi mesi la Germania e i suoi più stretti alleati dovranno allentare in parte la morsa dei vincoli finora imposti ai paesi restanti e dovrà accettare un aumento del peso di alcuni dei propri partner, Italia e Francia in particolare. E’ da questo punto di vista significativo che tra i parametri di ricalcolo – e di aumento automatico del Pil (che quindi diminuirà “come per magia” il rapporto con il debito pubblico e il deficit del 3%) sono state inserite anche attività economiche illegali come la prostituzione, il traffico di stupefacenti e il contrabbando.

3)      In Italia, nello specifico, abbiamo assistito all’affermazione di un PD che, nella sua versione renziana e “populista di governo”, ha saputo attrarre consensi sociali ampi e trasversali. Un consenso stabilizzante intorno ad un blocco moderato ed una investitura popolare (per quanto relativa, visto il tasso di astensionismo) che consentirà ora a Renzi e al governo di procedere come schiacciasassi sulla via dell’adeguamento del paese ai parametri sociali, economici e politici imposti da Bruxelles, a partire dalla riforma elettorale, dalla riduzione delle libertà sindacali fino alla controriforma della Pubblica Amministrazione, un’opera di “normalizzazione” che però utilizzerà, alla bisogna, anche gli arnesi della cassetta keynesiana.

4)      Alla storica affermazione del blocco moderato renziano fa da contraltare l’innegabile stop dell’ipotesi grillina che comincia a pagare dazio ad un messaggio incentrato esclusivamente sul ruolo dei propri leader carismatici e alla mancanza di un progetto strategico di cambiamento che vada al di là delle parole d’ordine anticasta. Se il Movimento 5 stelle non saprà dotarsi di un progetto politico, di un’identità complessiva e di una sedimentazione organizzativa, rischierà la consunzione o, nella peggiore delle ipotesi, una disgregazione ad opera dei richiami governisti che il PD ha già lanciato ai suoi elettori e ai suoi rappresentanti istituzionali.

5)    A sinistra la Lista Tsipras ce l’ha fatta per un pelo, nonostante la perdita secca di consensi rispetto alle precedenti europee ma grazie alla diminuzione drastica degli elettori che sono andati al voto. Se da un lato l’esperienza unitaria della Lista Tsipras permette alla sinistra di tornare all’interno delle istituzioni dopo una lunga assenza, dall’altro riporta a galla una contraddizione mai affrontata fino in fondo e quindi mai risolta: il rapporto della sinistra radicale con il PD e con il suo sistema di alleanze e di potere. Oltretutto, la ventilata trasformazione dell’alleanza elettorale per le europee in una coalizione politica permanente e stabile con Sel e altri ambienti della sinistra filo-Pd legati a La Repubblica, porterebbe all’ingabbiamento della sinistra radicale all’interno di una logica collaterale al blocco moderato e all’ipotesi europeista per quanto nella sua versione riformista.

6)    In questo quadro, per quanto reso niente affatto facile dai risultati elettorali,  riteniamo prioritario continuare a lavorare e a far convergere forze ed energie intorno ad una ipotesi reale di rottura dell’Unione Europea e al suo sistema ideologico, economico e politico per continuare a costruire  una rappresentanza politica nettamente  indipendente dal PD e dalle sue alleanze. L'invito è affinchè le forze antagoniste sul piano politico, sindacale e sociale rimettano in campo la convergenza e l’alleanza realizzata con successo nella giornate di mobilitazione del 18 e 19 ottobre, per renderla duratura e capace di misurarsi sia con le contraddizioni sociali che con i poteri forti nel paese “più stabilizzato” d’Europa.

Rete dei Comunisti, martedì 27 maggio 2014

Da Napoli il grido delle cittadine ucraine: “Fermate il fascismo”

Ieri pomeriggio una cinquantina di persone hanno partecipato a Napoli ad un incontro organizzato dalla Rete dei Comunisti dal titolo ‘Giù le mani dall’Ucraina’ e svoltasi nella sala di Ross@ all’interno della Galleria Principe. 

Un momento di riflessione e dibattito, hanno sottolineato Giovanni Di Fronzo e Marco Santopadre, per concentrare l’attenzione su un evento che non va affrontato con il punto di vista del tifoso ma va analizzato a partire dalla complessità delle dinamiche che l’intervento occidentale a sostegno del golpe nazionalista evidenzia. Dinamiche che ci parla di un intervento complementare di due potenze imperialiste – gli Stati Uniti e l’Unione Europea – entrambe interessate a mettere le mani sul paese da integrare nella Nato e nello spazio economico europeo e che una volta tolto di mezzo il governo Yanukovich ora sembrano adottare due strategie diverse. Mentre gli Stati Uniti continuano a soffiare sul fuoco della contrapposizione con la Russia, l’Unione Europea, e in particolare la Germania, cerca un accordo con Mosca per non rimanere prigioniera dell’intervento di Washington che proprio approfittando della crisi ucraina si propone come sostituto del gas di Putin e riprende la militarizzazione dell’Europa orientale e settentrionale frustrando così la ricercata indipendenza militare da parte di Bruxelles.
Entrambi gli interventi citato i massacri di Odessa e di Mariupol ed hanno denunciato l’atteggiamento inaccettabile dell’establishment europeo che se da una parte si propone come baluardo all’affermarsi di forze xenofobe e populiste all’interno dell’UE, dall’altra non esita a servirsi in Ucraina di forze ultranazionaliste ed apertamente neonaziste per perseguire i propri interessi egemonici. Non sono mancate critiche a quei settori della sinistra radicale che hanno in qualche modo parteggiato per la rivolta di EuroMaidan descritta impropriamente – e attraverso una chiave di lettura tutta ideologica e precostituita – come una ‘rivoluzione’ contro un potere oligarchico di tipo dittatoriale e criminale. In questo senso è stato sottolineato che praticamente tutti i maggiori oligarchi del paese, anche quelli che hanno più o meno sostenuto la precedente amministrazione Yanukovich nei confronti della quale non è proprio il caso di simpatizzare, ora appoggiano a spada tratta il nuovo corso nazionalista e filoccidentale, alle quali si oppongono nel sud-est del paese delle soggettività che non possono essere scambiate per ‘socialiste’ ma che, sull’onda di un assedio e di continui attacchi da parte delle milizie fasciste di Pravyi Sektor e dell’esercito agli ordini della giunta, hanno risvegliato una identità antifascista che si ancora alla lotta di liberazione contro gli invasori tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale e a un modello di integrazione tra diverse nazionalità in qualche modo alimentato durante l’epoca sovietica. Interessanti sono anche le accentuazioni antioligarchiche degli insorti antigolpisti, la mobilitazione di minatori e operai nelle regioni orientali e la minacciata nazionalizzazione dei settori chiave da parte dei governi ‘popolari’. 
Non va però sottaciuto il rischio, hanno avvertito i due interventi della RdC, che le repubbliche di Donetsk e Lugansk diventino il ‘vaso di coccio’ tra i vasi di ferro rappresentati dalle grandi potenze e che le loro spinte antifasciste e antimperialiste possano quindi essere sacrificate sull’altare di un accordo tra la Russia e l’Unione Europea da entrambi ricercato per troncare le ali alle aspirazioni egemoniche statunitensi nell’area.
Molto interessanti ed emotivamente forti sono state le testimonianze di tre cittadine ucraine che hanno partecipato al dibattito. Da sottolineare che ognuna di loro proveniva da una zona diversa dell’Ucraina, non solo dall’est ‘insorto’ e russofono, ma anche dal nord e dall’ovest, a dimostrazione che l’opposizione al golpe e alle violenze dei fascisti ucraini prescinde il mero dato territoriale o etnico-linguistico. 
“Chi avrebbe mai immaginato solo pochi mesi fa che una parte della popolazione del paese sarebbe stata improvvisamente descritta e considerata composta da ‘invasori’ o ‘occupanti’?” ha esordito la prima testimone, originaria di Donetsk, in riferimento alle popolazioni russofone che vivono nell’est e nel sud del paese. “Noi non vogliamo affatto dividere un paese che sentiamo nostro fino in fondo ma abbiamo tanti parenti e amici in Russia e ci sentiamo popoli fratelli. Se loro vogliono farsi governare dai nazisti lo facciano pure, ma noi non ci stiamo, non vogliamo subire questa sorte” ha spiegato in merito ai referendum per l’autodeterminazione tenuti nelle regioni del Donbass. L’intervento della prima cittadina ucraina è stato un vero e proprio atto d’accusa nei confronti della politica  e della stampa: “Come è possibile che Napoli, il cui popolo ha combattuto armi alla mano contro i nazisti e che si è liberato da solo, oggi permetta che un estremista di destra sventoli la bandiera rossa e nera dei nazisti di Stepan Bandera in piazza Garibaldi? Dopo aver assistito a quella scena ho scritto al sindaco De Magistris e a tre diversi giornali ma non ho ottenuto né spazio né risposte”.
“Io sono dell’ovest del paese – ha spiegato un’altra cittadina ucraina, Svetlana – ma non ho mai pensato che i russi fossero invasori. I nostri nonni ucraini hanno combattuto insieme ai russi, ai bielorussi, agli armeni, ai kirghizi contro gli occupanti nazisti e contro i collaborazionisti”. Molti dei combattenti di Pravyi Sektor, che seminano il terrore nelle città e nei villaggi dove compiono omicidi, furti e stupri, sono stati assoldati tra i criminali liberati dalle prigioni in occasione del golpe di febbraio. Molti di loro sono andati ad infoltire, insieme a migliaia di neonazisti di Svoboda e di Settore Destro, le file della cosiddetta Guardia Nazionale, oppure sono diventare mercenari agli ordini dell’oligarca Kolomoiski. “A volte le incursioni i miliziani filo golpisti li compiono a bordo di automobili e mezzi di Privat Bank, il gruppo finanziario di cui è proprietario il miliardario” ha raccontato. 
Il dibattito è continuato con altri due interventi. Il primo, di Gianmarco Pisa (attivista No War) ha ricordato le somiglianze tra quanto avvenne nei Balcani e quanto sta avvenendo oggi, invitando coloro che denunciano le vicende di Kiev a lavorare assieme per attivizzare settori sociali larghi a partire da una prospettiva realmente democratica, antifascista e antimperialista che riesca a smuovere anche quei settori del movimento pacifista che finora non si sono mobilitati.
Il secondo intervento, di Nicola Vetrano (responsabile immigrazione dell’Acu), ha teso a sottolineare che il golpe di febbraio è stato reso possibile da una vasta crisi che ha investito la popolazione ucraina e che ha generato un malcontento sociale rivolto contro una gestione economica del governo Yanukovich improntata comunque ai diktat del Fondo Monetario Internazionale e accompagnata da diffuse ruberie da parte degli oligarchi e della classe politica nel suo insieme. E’ su questo terreno di coltura che si sono innestate le manovre destabilizzatrici e poi apertamente golpiste dietro le quali, ha tenuto a precisare Vetrano, ci sarebbero più che l’Unione Europea in quanto tale soprattutto la Francia e la Polonia, e naturalmente gli Stati Uniti. Vetrano ha invitato i presenti e le forze della politiche della sinistra a mobilitarsi per evitare la balcanizzazione dell’Ucraina e una divisione del paese foriera si scontri fratricidi così come accadde nell’ex Jugoslavia.

* Contropiano.org

Cercano ostaggi!

Gli arresti, a Roma, del compagno Paolo Di Vetta – ed in contemporanea del compagno Luca Fagiano – rappresentano un preoccupante salto di qualità dell’escalation repressiva contro i movimenti di lotta e l’insieme dell’opposizione politica e sociale di questo paese.

Le modalità spettacolari ed intrise di autentica provocazione con cui la Questura di Roma ha effettuato il fermo di Paolo sono il segno di una protervia che va oltre il mero dato dell’esecuzione di un provvedimento giudiziario e si attestano su un crinale che evoca l’esplicita volontà di cancellare qualsiasi ostacolo tenti di frapporsi al rullo compressore delle politiche di austerity del governo Renzi e dei pescecani dell’Unione Europea.

Le settimane che stanno alle nostre spalle hanno visto montare un livore securitario – a partire dalle continue esternazioni di Alfano post 12 Aprile – contro le manifestazioni di piazza ed il complesso delle espressioni del conflitto sociale.

I continui richiami alla necessità di estendere il cosiddetto Daspo anche ai partecipanti alle manifestazioni, le richieste di vietare i centri delle città ai cortei, le varie inchieste delle Procure contro attivisti e militanti, la quotidiana dose di terapia del manganello sono gli atti concreti con cui gli apparati repressivi dello stato si apprestano ad una ulteriore blindatura delle istituzioni e dell’insieme delle forme della contrattazione politica, sindacale e sociale. Una esigenza vitale, per il capitale, per adeguare la sua forma stato ai tornati della crisi e della competizione globale internazionale.

Contro questa accentuazione del corso repressivo non esistono – come è noto – ricette miracolose a cui possiamo attingere.

L’articolazione e la generalizzazione delle lotte, l’organizzazione del conflitto nei posti di lavoro, nei territori, nell’insieme della società e la ricerca della connessione sociale più ampia sono gli unici antidoti per far pagare, al capitale e ai suoi esecutivi, un costo politico e materiale il più alto possibile ogni volta che si innesta una spirale repressiva e criminalizzante.

Con questa consapevolezza denunciamo l’operato della Magistratura, la gestione dell’ordine pubblico a Roma e nelle altre grandi aree metropolitane e rivendichiamo la scarcerazione di Paolo, di Luca e di tutti gli altri compagni inquisiti.

La piena libertà di lotta, di organizzazione e l’opposizione netta al restringimento delle agibilità politiche e sociali saranno al centro degli obiettivi e delle ragioni del Controsemestre Europeo che ci apprestiamo, in sinergia con altre organizzazioni e reti di movimento, a costruire già a partire dai prossimi giorni.

 

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