7 Novembre? Rivoluzione d’Ottobre. Il ‘neobolscevico’ Lenin? Come Prometeo.

La sera tra il 24 e il 25 ottobre (secondo l’allora calendario giuliano utilizzato dai russi, 6 e 7 novembre di quello gregoriano), la rivoluzione russa diventa bolscevica.

E, come sempre accade per i grandi avvenimenti, questo fatto determina un prima e un poi. Sorprendendo molti (nel terzo anno della prima guerra mondiale), spaventando tanti ma facendo sì che il Novecento non fosse solo il secolo delle guerre mondiali ma anche quello dei più grandi progressi civili, politici e sociali che l’umanità abbia mai conosciuto. Se anche l’Occidente capitalista, infatti, ha conosciuto il suffragio universale ovunque e il welfare o la decolonizzazione ha potuto avere inizio, tutto questo è il prodotto di quel grande balzo rappresentato dall’Ottobre. Balzo e rottura e non, invece, irruzione di un evento dal nulla.

Al suo arrivo a Pietroburgo, Lenin doveva convincere tutti i dirigenti bolscevichi che l’appoggio alla “democrazia rivoluzionaria” di febbraio doveva terminare. Il ‘neobolscevismo’ delle Tesi di aprile non fu per nulla compreso subito. La logica di un marxismo algido e accademico da sterile filologia avrebbe preferito che in un dato paese si sarebbe dovuto aspettare che il capitalismo raggiungesse lo stadio più elevato in cui entra in contraddizione con lo sviluppo delle forze produttive. Ma Lenin non era algido o accademico e non si occupava di filologia: per fortuna fece così uscire il movimento operaio da una lunga serie di sconfitte. I ‘vecchi’ bolscevichi – tra l’altro – contrapponevano spesso a Lenin argomentazioni prese dalla cassetta degli attrezzi dei menscevichi. La guerra, la fame, avevano messo la Russia in una condizione inedita; e i marxisti – proprio perché tali – non possono prescindere dalla realtà materiale dei processi. Ecco dunque la formula che fa di Lenin (e di ogni leninista autentico) l’anticorpo di tutte le ossificazioni dogmatiche: le domande cui rispondere sono dettate dalla realtà effettuale. Tattica e strategia.

Chi voleva ostacolare l’Ottobre metteva spesso in luce le presunte opportunità per il partito bolscevico di conquistare almeno un terzo dei seggi nelle elezioni per l’Assemblea Costituente. Eppure non si poteva continuare a ragionare sulla Russia con idee e concezioni del periodo prebellico. L’originalità del caso russo – spiegava Lenin – consiste nel passaggio dalla prima fase della rivoluzione, che aveva dato il potere alla borghesia, alla seconda fase, che deve dare il potere al proletariato e ai contadini poveri. Ormai non era più questione di mutamento nella forma del governo, ma di cambiare il regime dalle fondamenta: niente repubblica parlamentare – ritornare a essa dopo i Soviet era come fare passi indietro – ma repubblica dei soviet. La situazione della Russia del 1917 era profondamente cambiata; e non si trattava solo di questo. La rivoluzione socialista se scoppiava in Russia, paese arretrato cui gli stessi bolscevichi in precedenza avevano affidato solo prospettive democratico-borghesi, avrebbe posto la rivoluzione socialista all’ordine del giorno in tutto il mondo, e non solo nei paesi capitalisticamente avanzati (come la storia mostrerà ampiamente). Alla situazione inedita della Russia, però, si poté dare quella risposta perché il movimento rivoluzionario era sufficientemente forte, munito di una teoria rivoluzionaria e organizzato. Le Tesi di aprile segnano, dunque, la fine del vecchio bolscevismo tanto quanto la Rivoluzione d’Ottobre segna la fine delle prospettive democratico-borghesi come orizzonte ultimo dell’emancipazione umana. E rende pure quelle più avanzate.

Bastarono dieci giorni perché le proposte di Lenin si affermassero nell’organizzazione bolscevica e anche per sconvolgere il mondo, come narrerà nel 1919 John Reed.

Come Prometeo, simbolo di ribellione alle imposizioni, libera gli uomini e muta forma, così l’Ottobre c’insegna che interpretare bene i rapporti di forza e gli interstizi della necessità equivale a plasmare la storia.  

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