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Qualche osservazione all’articolo 'Per una definizione del regime cinese'

Il denso articolo prodotto da Casacchia e Gullotta, pubblicato nel sito della Rete dei Comunisti (http://www.retedeicomunisti.org/index.php/interventi/2094-per-una-definizione-del-regime-cinese) è un punto di vista da tenere conto e con cui, volentieri, interloquisco. Di certo, gli autori, che frequentano la Cina, e questa è una cosa da tenere presente, hanno però, a mio giudizio, una sorta di ansia classificatoria forse troppo legata alle categorie classiche del nostro pensiero. Tale attitudine è da tener presente nell’approccio analitico complessivo che i due autori hanno esposto.

 

La repressione del dirigente in ascesa, nel 2011, Bo Xilai, la carcerazione della moglie, la misteriosa morte dell'uomo d'affari Usa ad essi vicino – vicende che hanno segnato l’ultimo corso politico cinese - come mai non vengono narrati o presi in esame nell’esposizione di Casacchia e Gullotta?

Ricordate questa vicenda, io ora la traggo da Wikipedia:

Bo, tra il 2007 e il 2012, è stato membro del Politburo e presidente del partito nella municipalità di Chongqing.

A Chongqing, Bo ha condotto una campagna contro il crimine organizzato, ha aumentato i programmi di spesa sociale, ha mantenuto alte percentuali di crescita del Pil e si è mostrato favorevole ad un ritorno della "cultura rossa" tipica della Grande rivoluzione culturale. Le sue lotte per la promozione di valori egualitari e i risultati del "modello Chongqing" lo hanno reso il campione della "nuova sinistra cinese", composta da maoisti e da social-democratici delusi dalle recenti riforme economiche di matrice neoliberista e dalla crescente diseguaglianza economica. Tuttavia, la percezione dell'illegalità delle campagne anti-corruzione di Bo, insieme alle preoccupazioni per la sua forte personalità e per le sue tendenza da "battitore libero", lo hanno reso una figura controversa.

Le fortune politiche di Bo Xilai sono terminate bruscamente in seguito ad uno degli scandali di maggiore portata che abbiano interessato la leadership cinese dal clamore legato alla morte di LinBiao nel 1971. WangLijun, il capo della polizia di Chongqing, tra i maggiori sostenitori di Bo e uomo di punta della sua campagna anti-criminalità, dopo aver scoperto l'omicidio ai danni di un uomo d'affari inglese, Neil Heywood, cercò asilo presso il consolato degli Stati Uniti a Chengdu, rivelando dettagli su un presunto coinvolgimento di Bo. WangLijun e la moglie di Bo, GuKailai, sono stati condannati rispettivamente a 15 anni di reclusione e alla pena capitale (con sospensione della pena), commutata in ergastolo, per l'omicidio di Heywood. Dopo la sentenza, Bo è stato rimosso dall'incarico di capo del Partito di Chongqing (marzo 2012) e sospeso dal Politburo il mese seguente. Bo era considerato un candidato probabile per la promozione al Comitato permanente del Politburo. Il rinnovo dei membri del Comitato era previsto per l'ottobre 2012, durante il XVIII Congresso nazionale del Partito Comunista Cinese. Ma, a causa della condanna, il 28 settembre 2012 è stato espulso dal partito e lasciato al giudizio della magistratura cinese con l'accusa di corruzione, abuso di potere, reati sessuali e favoreggiamento. Il 21 settembre 2013 è stato dichiarato colpevole di corruzione e condannato all'ergastolo, poi confermato in via definitiva il 25 ottobre successivo.

Lì sembrava ritornare in campo una opzione neomaoista. E di certo la vicenda nacque da fatti reali, anche se la celerità dei processi svoltisi, ai nostri occhi induce ad una critica delle verità processuali acquisite, ma una cosa è certa: tra il 2011 ed il 2012, mentre imperversava già la crisi globale, ed essa toccava anche la Cina, una diversa opzione di organizzazione del lavoro, che aveva avuto successo, fino a sfondare nel pur controllato sistema dell’informazione cinese, è crollata con il crollo e la condanna all’ergastolo di chi la sosteneva.

Negli anni successivi, se da un lato la Cina ha accentuato, anche con scelte effettive, il ruolo di guida economica ed ambientalistica dei Paesi Brics, mantenendo pure uno stretto rapporto con Cuba ed i Paesi non allineati, dall’Iran al Venezuela, la sfera politica interna, tutta gestita da maschi al vertice del partito, si è ristretta e si è decisa la Presidenza di fatto a vita dell’ attuale leader Xi Jinping, quale metodo per garantire sia la prosecuzione del lavoro sulla riconversione ecologica dell’economia, un dato che emerge come veritiero anche da studi molto importanti di taglio accademico 1 sia per reagire all’accerchiamento che comunque gli USA, attraverso l’estensione del ruolo della NATO fino in Afganistan ed Asia Centrale, sia attraverso la Conferenza del Pacifico, perseguono verso la Cina, e che ha subito una pesante battuta d’arresto colla vicenda della nuova relazione tra le Coree.

I temi cui gli autori dell’ articolo provano a dare risposta sono da un lato il tasso di sfruttamento del lavoro degli operai, ed in particolare di quelli di origine contadina, dall’altro l’emergere di questioni che attengono alla gerarchia sociale ed alla concentrazione delle ricchezze in uno strato ristretto della popolazione, in particolare i vertici del Partito, le loro famiglie allargate ed alcuni capitalisti emersi da questa ultima tumultuosa fase di sviluppo, i quali si affacciano sulla scena della competizione globale, da Jack Ma, che ora ha lasciato la guida di Alibaba, ai proprietari dell’Inter Calcio, pure se l’azione di questi capitalisti sembra sempre guidata e coordinata con le strategie politiche del vertice del Partito.

I richiami al Machiavelli della “sconfitta della Repubblica” ed allo Spinoza moltitudinario (di Negriana memoria) danno conto di ricchezza ed eterodossia dei riferimenti culturali degli autori dell’ articolo e questo, lungi dallo spaventarci, deve indurci invece ad approfondire il confronto con le loro tesi.

E’ vero che la Cina di oggi ha una fisionomia simile a quella di Usa ed UE,  gli altri poli principali  in competizione  interimperialistica tra loro oggi? Un raffronto di Wang Hui 2 tra le vicende europee del Secondo Novecento e quelle cinesi dopo la fine della Rivoluzione Culturale darebbe ragione a questa tesi, almeno come suggestione di questo importante politologo, tra i più accorsati nel Mondo, del quale il quotidiano “il Manifesto” ha pubblicato nel 2016 un testo, a cui richiamo, e che non manca di rifarsi alla lectio maoista, anche sulla “Contraddizione” recentemente riproposto sul sito della RdC. (http://www.retedeicomunisti.org/index.php/documenti/2099-mao-tse-tung)

Nell’articolo di Casacchia e Gullotta l’analisi della strutturazione della riforma denghista verso il sistema di mercato, fallita la spinta della Rivoluzione Culturale cinese, sia in termini produttivi, che di autosufficienza dello Stato a restare in piedi in un mondo sempre più tempestoso sul finire degli anni Sessanta e dopo la rottura con l’URSS, è corretta nel testo.

I passaggi sono ben descritti, in particolare la gestione del credito, al servizio dello sviluppo di grandi “aree locali”, gestite da funzionari di Partito, che sono anche manager, attraverso il sistema di prestiti molto agevolati, come la decentralizzazione delle decisioni, che tale sistema ha creato nella struttura economica, in contrasto con la centralizzazione politica, ancora di più ora che, emerso un ceto medio, anche dalle esperienze delle Zone Economiche Speciali, esso da un lato spinge il potere pubblico a blindarlo nelle città dall’arrivo del proletariato povero, che viene dalle campagne a fare il lavoro operaio, dall’altro pone problemi legati alla sfera immateriale, dalla fede alla struttura del cyberspazio, alle libertà sessuali. 

E’ di qualche anno fa l’outing sul Quotidiano del Popolo di un dirigente del Partito a proposito della sua omosessualità come pure la spinta, che trova numerosi riscontri letterari, all’ appropriazione di una cultura globale, per la quale l’efficiente sistema scolastico ed universitario cinese, al netto delle censure nel cyberspazio, prepara i suoi giovani e ragazze, sul piano linguistico e di appropriazione di testi.

L’ottica corretta, a mio avviso, deve essere quella di interpretare il periodo dal 1979 ad oggi come una accelerazione poderosa, che ha le sue radici intimamente contraddittorie nella svolta apertasi nel 1949, con la costituzione della Repubblica Popolare Cinese, che in 70 anni ha affrontato le sfide del passaggio ad una società modernamente industrializzata, ed anche la sfida duplice della relazione col mondo circostante in fase di decolonizzazione ed infine la drammatica attualità della sfida ecologica, che potrebbe far franare il sistema, se non attaccata alle radici del suo manifestarsi.  In Gran Bretagna questo processo ha richiesto 300 anni in ottica puramente capitalistica. In Cina meno di un secolo!

La Cina ha visto un numero tra i 300 ed i 500 milioni di persone uscire dalla povertà in questo periodo, i salari degli operai salire oggi al livello di un operaio brasiliano, quelli delle figure tecniche e professionali al livello dei Paesi dell’Europa Meridionale, il sistema di istruzione molto forte, quello sanitario in fase di definizione, con la necessità dei fondi enormi che ha un sistema del genere, vista l’utenza potenziale.

Certo, dicono gli autori, che all’insegna dell’arricchitevi denghista la Cina attuale, la sua leadership di 90.000 funzionari di vertice del Paese hanno lasciato per strada il conflitto, che era il sale del contributo della Cina al “Movimento della politica “ nel Novecento tutto.

La stessa proposizione della Via della Seta (Belt and Road Initiative), i rapporti geopolitici coi principali Paesi europei, anche l’Italia da Renzi a Di Maio, senza ingerire, ma sempre cercando punti di accordo, l’essere diventata alleata dell’UE contro la politica dei dazi di Trump, il suo proporsi rapporti con raffinate democrazie come quelle scandinave o brutali dittature, come quella eritrea, od in passato soprattutto quella birmana, senza ingerire, la chiusura (all’interno dei BRICS, e nonostante la tendenza nazionalistico-identitaria dell’ attuale leadership indiana)  dell’altro grande conflitto asiatico, quello appunto con l’India, segnano tappe di una visione diversa delle relazioni internazionali, codificata dalla recente “Dichiarazione di Shangai”, che ha coinvolto la Russia e quasi tutti i Paesi  asiatici, eccetto il Giappone, sulla centralità dell’ONU nelle relazioni internazionali.

Ed allora, forse la chiave di volta del caso cinese, sarà nella valorizzazione anche e soprattutto delle sfere che una volta si riconducevano alla dimensione della sovrastruttura, ed alle quali non basta il celebre/famigerato arricchitevi per dare risposte

D'altro canto, il giornale “il Manifesto” già da tempo, in occasione della narrazione delle vicende dell'Oriente, ad esempio in merito alla proliferazione di sette religiose di varia specie, in Cina, da conto dello svilupparsi da un lato di forme di alienazione legate ad una sfera spirituale troppo legata solo all' arricchirsi, e quindi bisognosa poi di altre vie d'uscita, anche di natura talvolta strutturalmente ambigua, come appunto nelle sette. Dall'altro versante vige, potentemente,  una borghesia che tende a creare "orti protetti" nelle grandi città: se questa borghesia tenderà sempre più ad essere legata, anche per biografia familiare, ai vertici del Partito, si rischia una atrofizzazione del Partito, in mera struttura governamentale, che ne postulerebbe la crisi nel giro di una-due generazioni.

Proprio di queste ore la costruzione, in Kenya, della ferrovia, Nairobi-Mombasa, da il senso altro di un governo cinese leader più o meno disinteressato nel Sud del Mondo. Forse gli autori dell'articolo, un pò come è capitato all’articolo di Simone Pieranni, del Manifesto, hanno un pregiudizio sul ruolo cinese in Africa, ma credo sia venuto il tempo di superare questo tipo di pregiudizio che vede nel comportamento cinese il riflesso speculare di quello occidentale. In Africa la Cina può far riaprire una fase economico sociale di sviluppo autocentrato e questo taglierebbe le radici ai fenomeni migratori, con connesse chiusure etnocentriche e razziste europee

All’interno della Cina il tema dei valori sociali si lega a quello della originale sperimentazione di forme di democrazia politica tutt’affatto originali, visto che in Cina vi è consenso ampio, al regime dominante. Tale dialettica già accade per le lotte ambientali, ma si va estendendo alla sfera giuridica di esse, dove i Tribunali sono costretti ad esercitare forme di controllo effettivo legale sul combinato tra potere economico e gestione del Partito. Nel contempo è ancora carente una forma ampia, e non repressa, di democrazia sindacale, ed ancora altri conflitti vanno aprendosi, (ad esempio con la robotica), ed il suo orientamento sociale, anche nell’ottica, traguardata al 2049, del  compimento di un modello socialista per quell’anno

Questo tema, come quello di uno sviluppo democratico politico, che nella nuova Segreteria del partito è affidato a Wang Henin,  il quale parla di pedagogia dell’esercizio democratico, sono le sfide con le quali la Cina potrà affrontare la contemporaneità. Un cimento che deve fare i conti facendo i conti con una storia millenaria, che non ha mai contemplato al suo interno la democrazia politica.

Un paese ed un sistema politico in grado di cavalcare il destriero focoso del mercato e delle concentrazioni diseguali che produce, altrimenti il mercato resterà immutato, e la critica di massa si rivolgerà alla struttura politica autoritaria, nella speranza che, se mercato deve essere, almeno le condizioni di partenza siano per tutti in astratto aperte.

di Nicola Vetrano (17/9/2018)

Nota: Vedi l’articolo dal Manifesto  “Cina e Occidente: il movimento della politica di Wang Hui” (Traduzione di Désirée Marianini) Torta Edizione del 21.12.2016

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