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Alternanza scuola-lavoro. Sfruttamento e disciplinamento sociale nella scuola del mercato

 

La giornata di studio del 9 marzo, tenutasi a Milano e promossa da USB scuola, sul tema "Alternanza Scuola Lavoro: come e perché cambia la scuola italiana”, ha permesso di fare focus sugli effetti dell’alternanza scuola – lavoro, resa obbligatoria in tutta la scuola secondaria, e sullo stravolgimento dell’impianto stesso dell’istruzione, determinato dalla ristrutturazione complessiva dell’architettura formativa ed educativa della scuola.

La legge 107 e la connessa introduzione dell’alternanza scuola-lavoro è solo l’ultimo tassello di un intreccio sempre più stretto tra “la filiera produttiva e la filiera formativa”. Fin dagli anni ottanta, il capitalismo europeo ha considerato la scuola l’ambito strategico per la ristrutturazione della produzione, soprattutto nell’ottica del superamento dei momenti di crisi.

Negli anni novanta, la nascente UE si è data politiche sempre più organiche in materia di istruzione ed educazione. A partire dall’Atto Unico Europeo, passando dal trattato di Maastricht del 1992, per giungere infine al trattato di Lisbona del 2000, l’Unione Europea ha dettato linee guida sempre più cogenti in materia di educazione e istruzione.

Tutti i relatori intervenuti hanno concordato sull’impossibilità di comprendere la mutazione genetica della scuola in assenza di un’approfondita analisi del contesto più ampio della competizione produttiva globale alla quale il capitale ha sottoposto l’intero continente. Per dirla con Nico Hirtt, citato più volte durante il convegno, “Questo ambiente si caratterizza per un inasprimento delle lotte di concorrenza su scala mondiale, per il ricorso accelerato all’innovazione tecnologica e per la dualizzazione sociale. L’accumulo di conoscenze induce un’accelerazione costante del ritmo di cambiamento tecnologico. Nella loro corsa alla competitività, le industrie e i servizi si saturano di tali innovazioni per ottenere vantaggi produttivi o conquistare nuovi mercati... La guerra tecnologica, a sua volta, inasprisce le lotte concorrenziali, il che si traduce in un moltiplicarsi di fallimenti, ristrutturazioni, razionalizzazioni, chiusure aziendali e delocalizzazioni. La fuga in avanti della globalizzazione dell’economia, anch’essa favorita dallo sviluppo delle tecnologie della comunicazione, non fa che acuire questa lotta mortale tra imprese, settori e continenti. Di contro, l’inasprimento delle lotte concorrenziali spinge gli industriali ad accelerare lo sviluppo e l’introduzione di nuove tecnologie nella produzione e sul mercato di massa. All’aviazione commerciale ci sono voluti 54 anni per conquistare il 25% del suo mercato potenziale negli Stati Uniti, il telefono ne ha impiegati 35, la televisione 26. Il personal computer ha conquistato ¼ del suo potenziale mercato in 15 anni, il telefono portatile in 13 e Internet in appena 7. Così, l’ambiente economico industriale è divenuto più instabile, più cangiante, più caotico di quanto non sia mai stato. L’orizzonte di prevedibilità economica si restringe senza posa”.

È stato sottolineato da più parti come questa nuova ingegneria della competitività si serva sempre più della scuola per modificare i rapporti sociali. L’alternanza scuola-lavoro occupa un posto privilegiato in questa forma di ristrutturazione, da un lato introducendo “le mani dei privati nelle scuole”, dall’altro facendo degli studenti dei veri e propri “gorilla ammaestrati”. Se Gramsci con la locuzione citata si riferiva alla perdita di autonomia cognitiva e produttiva, sempre più marcata nell’epoca del modo di produzione taylorista – fordista, oggi un ruolo chiave di ammaestramento viene svolto da una didattica sempre più centrata sulle competenze e dalla messa al lavoro coatta.

Come è stato sottolineato, il mondo dell’istruzione è ormai un’indispensabile “stampella” del mercato sotto diversi aspetti. Da un punto di vista socio – economico, la scuola è un enorme serbatoio di manodopera gratuita. L’Italia, infatti, pur avendo perso buona parte della grande industria, è ancora la seconda manifattura della UE. In tale contesto economico, il mercato non richiede più livelli di competenze eccessivamente elevati, ma predilige un ingresso al lavoro precoce, una sempre maggiore flessibilità e una formazione progressivamente orientata alla mera esecutività.

Altro aspetto, non certo secondario, più volte sottolineato, è quello della dimensione ideologica portata avanti tramite gli strumenti dell’alternanza scuola – lavoro e della didattica per competenze. La Buona scuola punta a costruire un nuovo tipo di uomo, completamente asservito alle logiche di mercato e del tutto organico alla dimensione dell’esecutività, della produttività e della gerarchizzazione.

A coronamento di questo “nuovo” impianto educativo, assume un ruolo sempre più centrale e decisivo la dimensione valutativa, interamente incentrata sulla quantificabilità degli apprendimenti e sulla loro pretesa misurabilità. Il paradigma formativo, ispirato alla quantificazione delle competenze e alla loro connessa misurabilità, è infatti del tutto funzionale alle logiche d’impresa che chiedono una crescente produttività e un’esasperata competitività. La fisionomia della scuola per competenze ha sempre più i tratti della competizione che si dipana a tutti i livelli e che assume una dimensione endogena ed esogena. Esiste infatti una competizione tra istituti, tra studenti, tra insegnanti e tra potenziali lavoratori e studenti.

Il paradigma dominante della scuola del mercato è il seguente: misurare, confrontare e gerarchizzare i risultati. Gli studenti, così come gli insegnanti e i dirigenti, vengono sottoposti a valutazione prestazionale periodica, i cui indicatori di efficienza sono dettati dai parametri della produttività. Non a caso, nel nuovo esame finale della scuola secondaria avrà un ruolo centrale, per il conseguimento del diploma di Stato, l’esito valutativo del percorso di alternanza scuola – lavoro intrapreso dallo studente. L’istituto dell’alternanza diventa requisito indispensabile per l’ammissione all’esame e la valutazione della prestazione al lavoro diviene, a sua volta, parte integrante del colloquio e della valutazione finale dello studente.

Non è possibile parlare di alternanza senza parlare di sfruttamento, di lavoro e di manodopera gratuita. Gli studenti vengono avviati al lavoro nelle sue più disparate forme, dal settore pubblico al settore privato, dall’ambito commerciale a quello turistico, dal comparto assistenziale a quello del terziario. Ci sono amministrazioni nelle quali, da tempo, non si fanno concorsi e che si avvalgono massicciamente di studenti in alternanza per colmare i vuoti d’organico. Queste dinamiche, oltre a configurare il tanto decantato percorso di alternanza come una vera e propria messa al lavoro dello studente, innescano una forma di concorrenza al ribasso tra coloro che lavorano gratis da un lato, e lavoratori con contratto o giovani disoccupati, di fatto esclusi dal continuo ricambio degli studenti, dall’altro.

Oltre alla cruda dimensione dello sfruttamento materiale, dell’offerta di lavoro gratuito e della concorrenza al ribasso, non va sottovalutato, infine, l’aspetto ideologico – formativo dell’alternanza. Lo studente della scuola della misurazione quantitativa delle competenze e della performance lavorativa perde ogni connotazione di soggetto autonomo in grado di rivendicare diritti e spazi di formazione libera e disinteressata, per assumere il profilo del soggetto ammaestrato ad eseguire al meglio e più velocemente possibile una serie di operazioni e di compiti assegnati. La scuola del mercato forma individui proni alle logiche della produttività e della competitività ed elimina ogni possibilità di pensiero alternativo. In quest’ottica la formazione diviene la stampella più potente di replicazione del reale e del pensiero unico neoliberista.

Se è vero che il termine formazione, derivante latino “forma”, significa  letteralmente “prendere forma” attraverso un processo complesso, continuo e dialettico di trasformazione che sia gramscianamente  disinteressato, istruttivo e al tempo stesso creativo, libero ma anche  disciplinato (non spontaneistico), in grado di sviluppare l’autonomia morale, la coscienza politica, il senso critico, oggi ci troviamo, invece, di fronte a uno spostamento di baricentro  e a una massima semplificazione dei processi. Da un lato, infatti, la centralità si sposta dal soggetto in formazione al mercato, dall’altro la complessità formativa viene massimamente semplificata. C’è una sola forma ed è quella imposta dal mercato, una vera e propria rivoluzione copernicana in cui lo studente è ridotto a funzione satellitare. La sottrazione di tempo scuola sacrificato all’alternanza scuola – lavoro porta con sé la perdita di un diritto fondamentale: il diritto allo studio e al sapere libero, critico e formativo.

L’opposizione alla scuola del mercato non può rimanere confinata tra le mura scolastiche, ma deve necessariamente passare dalla ricomposizione di tutti i soggetti coinvolti in questo modello di sfruttamento: studenti, lavoratori danneggiati dall’alternanza scuola – lavoro, disoccupati e insegnanti. È necessario uscire dalla semplice critica pedagogica per avviare un processo di mobilitazione collettiva contro un tipo di scuola imposto da un modello di sviluppo fondato su competitività, lavoro gratuito, sfruttamento e autoritarismo di mercato.

 

Giorgio Lonardi (Rete dei Comunisti)

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