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Germania, il cuore nero dell’Unione Europea

Doveva essere ‘una passeggiata’ per Angela Merkel ma il risultato del voto tedesco sarà fonte di non pochi crucci per la classe dirigente tedesca e per la governance europea. 

Dopo aver colpito vari paesi, alla fine l’instabilità politico-istituzionale generata dal traumatico processo di integrazione e gerarchizzazione condotto dalla borghesia continentale a guida tedesca ha contagiato anche Berlino.
E’ una vittoria amara quella del partito di Merkel e Schaeuble, che cede una parte importante dei propri voti ad Alternativa per la Germania, forza di estrema destra nata da una scissione della Cdu in polemica con l’impegno tedesco nell’Ue. La stampa definisce questa formazione come ‘antisistema’ e ‘anti-Euro’, ma la realtà è un po’ diversa. Afd mette insieme i nostalgici neonazisti, gli ultranazionalisti xenofobi e le correnti antisemite con settori sociali spaventati da quella che vive come una ‘islamizzazione della Germania’, protagonisti delle manifestazioni di Pegida; la classe dirigente di Afd è formata certamente da nostalgici e negazionisti, ma è anche espressione di una nuova destra ‘moderna’, liberista sul piano economico e non necessariamente reazionaria sul piano dei diritti individuali, simile a quella già affermatasi in altri paesi dell’Europa centro-settentrionale. La formazione, guidata da una giovane e rampante ex collaboratrice della Goldman Sachs ha conquistato quasi il 13% dell’elettorato a suon di slogan contro gli stranieri e i profughi, ma anche difendendo una Germania ancora più forte e ‘sola al comando’ che non debba scendere a patti con i suoi partner europei e farsene condizionare. Afd mette insieme le paure e le insicurezze delle classi popolari alle prese con una condizione materiale che negli ultimi anni è notevolmente peggiorata e le pulsioni di una parte della classe media che aspira a guidare una Germania ‘con le mani libere’.
Se è vero che Berlino ha visto la sua economia prosperare grazie a una Unione Europea costruita sulla base delle esigenze del capitale tedesco, è anche vero che alla crescita economica non è corrisposta una redistribuzione sociale. La precarietà è aumentata, e anche tra chi lavora è cresciuto notevolmente il disagio economico, mentre un welfare sicuramente migliore che nel resto d’Europa ma sforbiciato in nome dell’avanzo di bilancio ha lasciato “scoperti” numerosi settori sociali. L’epoca Merkel ha accresciuto le diseguaglianze sociali e accelerato il preesistente processo di concentrazione della ricchezza e del potere che anche in Germania.
In questi anni la divaricazione di classe è cresciuta insieme all’insicurezza e alla rabbia sociale contro il governo che si è manifestata con una punizione elettorale tanto dei cristiano-democratici quanto dei socialdemocratici. Questi ultimi, complici dell’ultimo governo Merkel, sono stati letteralmente stritolati dalle elezioni di domenica. Se è vero che conservano comunque un certo capitale elettorale, così come nella maggior parte degli altri paesi europei – dalla Grecia alla Spagna passando per la Francia - i socialisti sono i più colpiti dai processi di polarizzazione sociale e politica. Il fatto che la sinistra della Linke abbia guadagnato qualche decimale ma non sia riuscita a sfondare in un contesto favorevole al voto di protesta e contraddistinto dallo sfaldamento dell’elettorato socialista ci parla dell’inadeguatezza di una sinistra che, anche in Germania, è sostanzialmente incapace di intercettare e incanalare lo scontento sociale verso opzioni di rottura.
Anche una superficiale analisi del voto evidenzia che nei territori dell’est l’estrema destra ha ottenuto quasi il doppio di quanto l’Afd abbia conquistato ad ovest. Il voto di ieri conferma che il tempo non ha affatto ricomposto la frattura economica, sociale e culturale tra le regioni occidentali e quelle orientali: in queste ultime il processo di colonizzazione seguito alla cosiddetta riunificazione, processo funzionale al rafforzamento della Germania che ha reso possibile il passaggio dalla Comunità Economica Europea all’Unione Europea, ha lasciato profonde ferite che non sembrano affatto rimarginarsi.
Il risultato è, come detto, l’instabilità del quadro politico-istituzionale interno che potrebbe avere ripercussioni sul programma franco-tedesco di rlancio dell’Ue. L’alleato migliore per i democristiani sarebbero certamente i socialdemocratici, che però si stanno tirando indietro per tentare di evitare un nuovo tracollo. I due altri partner possibili – i verdi e i liberali – saranno complessi da gestire insieme per Merkel e soci: i primi sono fieramente europeisti mentre i secondi, in tema di Ue e di economia, hanno un programma non dissimile da quello di Afd.
Inoltre, per quanto Alternativa per la Germania non possa definirsi tout court un partito neonazista, è evidente a tutti la pericolosità di una formazione politica che legittima, sdogana e amplifica i deliri dei settori nostalgici e violenti dell’estrema destra. Anche in Germania, così come nei paesi suoi alleati all’interno del nucleo duro dell’Ue o di quelli che hanno subito le sue devastanti politiche, il processo di unificazione europeo basato sull’ordoliberalismo e sul massacro sociale produce una crescita dell’estrema destra, della xenofobia e in ultima istanza del fascismo. La Germania si unisce così alla Francia andando a costituire un vero e proprio ‘cuore nero’ dell’Unione Europea: nero per le politiche antipopolari e i progetti imperialisti delle sue classi dirigenti, ancora più nero per le “alternative” che l’estrema destra fascista e nazista rappresenta.
Il risultato del voto tedesco è una ulteriore conferma che prima rompiamo con la gabbia europea, dell'eurozona e della Nato, meglio è.

 

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