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Parigi insegna: a Trump l’Europa risponde con più Unione Europea

Emmanuel Macron non si è neanche insediato all’Eliseo che già i manifestanti che scendevano in piazza contro il nuovo inquilino al grido di ‘En Marx’ e dietro gli striscioni del ‘Front social’ venivano duramente malmenati dalla polizia in tenuta antisommossa nelle strade di Parigi. Tanto per ricordare ai francesi quali sono le priorità, con le maniere spicce concesse alle autorità da un infinito stato d’emergenza.

Tra i primi atti del nuovo presidente della Repubblica Francese, Emmanuel Macron, ci sarà un’immediata visita a Berlino per suggellare la relazione con la Germania che fa dei due paesi il motore, il nucleo, il direttorio dell’Unione Europea. Qualcuno in questi giorni ha scherzato sulla vittoria del banchiere e tecnocrate francese, affermando che la vincitrice della competizione elettorale di Parigi è stata in realtà proprio Angela Merkel (appena rinfrancata dal risultato delle regionali nel land dello Schleswig Holstein, dove ha vinto la Cdu) e quindi la Germania.

Se si rimane nel regno delle suggestioni e dei meme che circolano sui social network una interpretazione certamente accettabile. Ma se si vuole essere maggiormente rigorosi occorrerebbe dire che si tratta di una vittoria dell’Unione Europea, all’interno della quale Berlino e i suoi interessi non possono fare a meno di Parigi. Da tempo, e sempre più, ormai, il processo di integrazione europea non è più la sommatoria spuria di diversi interessi nazionali, ma ha saputo costruire una classe dirigente, un’agenda e una impalcatura politica, economica e ideologica transnazionale e sovranazionale, impegnata certamente a dirimere le controversie e le contraddizioni che scaturiscono dalla coesistente di decine di stati ma al tempo stesso speditamente avviata verso una dimensione sovra-statuale sempre più coesa e organica.
Dopo la vittoria dei liberali e degli europeisti in Olanda, anche in Francia prevale una “nuova” famiglia politica che fa dei diktat dell’unificazione ordoliberista continentale il suo nucleo identitario e il suo programma. E come abbiamo già avuto modo di scrivere dopo il primo turno delle presidenziali due settimane fa, il sistema è riuscito a bypassare la crisi verticale dei partiti tradizionali d’ordine – socialisti e repubblicani – inventando un movimento politicamente centrista ma ideologicamente estremista nella sua visione liberista dei rapporti sociali ed economici. Alla candidata del “populismo di destra euroscettico” l’establishment ha efficacemente opposto un candidato populista di centro; alla Renzi, per intenderci, o alla Rivera, il leader e fondatore del movimento nazionalista spagnolo Ciudadanos che ha permesso ai popolari di Rajoy di riprendere fiato e di tornare in auge trattenendo voti altrimenti in fuga.

Basta dare uno sguardo rapido alla storia del giovane Macron e alle sue dichiarazioni in campagna elettorale per spegnere i facili entusiasmi di quegli sprovveduti “antifascisti della domenica” che hanno esultato per i risultati di domenica. Un misto di darwinismo sociale, di classismo, di odio per i lavoratori salariati e i disoccupati, associato ad un atteggiamento colonialista nei confronti dei paesi della periferia dell’Unione Europea: facile prevedere un rilancio delle politiche draconiane e dei ricatti del nucleo duro dell’Ue nei confronti di tutti gli altri partner. Magari all’interno di un rinsaldato rapporto con Berlino dalla quale forse Macron riuscirà a ottenere qualche sconto rispetto alla pretese degli ambienti più rigoristi tedeschi che rischiano però, con la loro intransigenza, di tirare troppo la corda e quindi di rompere il giocattolo.

Marine Le Pen ha ottenuto ben 11 milioni di voti al ballottaggio, il suo massimo storico, ed è riuscita ad arrivare in testa in numerose regioni d’oltralpe – un segnale più che inquietante - ma ha perso di nuovo la sfida con un establishment al cui interno aspirava ad entrare. Se la leader della destra nostalgica e sciovinista francese non ha ottenuto di più è stato soprattutto grazie ad una campagna elettorale, quella di Melenchon e della sua ‘France Insoumise’, che seppure con alcune contraddizioni e ambiguità ha messo in dubbio la Nato e la permanenza di Parigi nell’Ue da un punto di vista classista e di sinistra, puntando tutto su un programma sociale che ha fatto breccia nelle periferie delle grandi città e nei ceti popolari squassati dalla crisi.
Come detto, in attesa dello scontato risultato delle elezioni tedesche, tanto l’Olanda quanto la Francia segnano un elemento di stabilizzazione del panorama politico favorevole al progetto di integrazione europea. Alla vittoria di Trump negli Usa e alle sue politiche interventiste e protezioniste, l’Europa sta rispondendo con più Unione Europea, altro che crisi.

Il che non vuol dire che i giochi siano chiusi. L’enarca Macron ha vinto ottenendo solo il 44% dei voti del corpo elettorale, mentre decine di milioni di francesi si sono astenuti al secondo turno oppure hanno votato scheda bianca o nulla respingendo lo strumentale richiamo al ‘fronte repubblicano’ di una classe dirigente liberista e guerrafondaia che si riscopre ‘antifascista’ solo durante le campagne elettorali. In molti, tra due candidati di destra – diversi, ovviamente, ma altrettanto pericolosi – hanno deciso di non scegliere.
Il sistema presidenzialista francese concede molte chance ad un leader ‘senza partito’ che, se avrà difficoltà a formare una solida maggioranza parlamentare alle prossime imminenti legislative, potrà sempre contare su quelle larghe intese, sulla ‘grande coalizione’ che ormai rappresenta il modello prevalente della governance in tutta Europa.
Ma le politiche liberiste e autoritarie annunciate da Macron – d’altronde in continuità con quelle dell’ormai seppellito Hollande – a base di privatizzazioni, licenziamenti, tagli, precarietà e guerra, non faranno altro che aumentare la rabbia sociale, la povertà, l’opposizione all’interno della società francese. Il rinnovato e rinsaldato asse franco-tedesco non potrà non creare contraddizioni tra i paesi della periferia europea, con buona pace di Tsipras e Varoufakis che si sono detti entrambi assai contenti della vittoria del candidato delle classi dominanti.
Se la sinistra di classe e i comunisti non sapranno dare una risposta contundente ed efficace, indicando concretamente la via della rottura dell’Unione Europea, a beneficiarne - magari in una versione riveduta e corretta, più “moderata” - sarà l’estrema destra, sconfitta nel voto del 7 maggio ma affatto indebolita.

Rete dei Comunisti

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