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A Napoli un anno di formazione e di ricerca politica

Quest’anno alcuni studenti, giovani ricercatori e docenti della facoltà di Filosofia dell’Università di Napoli Federico II sono stati protagonisti di percorsi di studio e formazione che sono confluiti nel mese di dicembre nella pubblicazione di un’antologia di scritti di filosofia politica e in un seminario di due giorni su “Le traiettorie dell’operaismo nel ‘lungo ‘68’ italiano”.

Tali iniziative si inseriscono in una lunga serie di seminari, gruppi di studio e pubblicazioni che nel corso degli ultimi anni hanno cercato di intervenire in una “zona grigia” tra Università e movimenti al fine di produrre punti di vista teorico-politici utili all’attualità.

 

Era il 2013 quando per la prima volta un gruppo di studenti di Filosofia della Federico II iniziarono un percorso di studio e formazione sulla storia e le teorie del marxismo nei suoi diversi sviluppi da Marx al post-operaismo. Il movimento dell’onda era ormai in pieno riflusso, almeno così sembrava ad alcuni di noi che lo avevano attraversato, chi completamente dall’interno chi soltanto indirettamente bazzicando all’epoca intorno agli spazi occupati e ai collettivi studenteschi. Anche chi non fu protagonista di quell’ondata di lotte sociali e contestazioni tuttavia ne rimase profondamente segnato e fu marxista prima ancora di scoprire da vicino cosa fosse in effetti il marxismo come teoria e prassi della trasformazione sociale. Vivevamo un po’ tutti il dramma della precarizzazione, dell’assenza di prospettive future, dell’impoverimento delle nostre famiglie: qualcuno aveva il padre disoccupato, licenziato durante gli anni più duri della crisi, qualcun’altro, senza case di famiglia e senza raccomandazioni di alcun tipo non sapeva proprio come uscirsene da quel dramma sociale che iniziava a risuonare alle nostre orecchie come crisi sistemica del capitalismo con connessa disoccupazione di massa. Fu così che bisognosi di capire più nei dettagli ciò che stava accadendo intorno a noi, ancora studenti iniziammo un percorso di studio del capitalismo a partire dalla sua fase più recente di sviluppo: dalla globalizzazione alla crisi del 2008. Dopo alcuni seminari e lunghe giornate di studio pubblicammo il libro Crisi, Governance e Imperialismo (Napoli, 2016, La città del sole), che fu un primo traguardo nel nostro percorso.

 

Quell’esperienza è poi continuata per ognuno di noi, attraverso diversi percorsi di militanza e di ricerca, per poi intrecciarsi di nuovo quest’anno in due percorsi nuovi: un gruppo di studio su operaismo e post-operaismo animato dal prof. Giuseppe Antonio Di Marco, e un progetto seminariale - costruito con la collaborazione del Groupe de Recherches Matérialistes di Parigi - intenzionato a sperimentare modalità di ricerca politicizzata nella convergenza tra scienze storiche, filosofia e pratiche politiche.

 

Protagonisti indiscussi di questo lungo percorso di formazione e sperimentazione, gli studenti vecchi e nuovi, già laureati o non ancora di Filosofia, con l’aiuto sempre preziosissimo di alcuni “cattivi maestri” e di ricercatori politici attivi in diverse Università d’Europa. Alcuni di loro hanno contribuito in maniera rilevante, nei modi più disparati, alla realizzazione dei nostri obiettivi: tra questi Giovanni Sgro’ e Irene Viparelli, curatori del volume Da Marx al Post-operaismo. Soggettività e pensiero emergente (Napoli, 2018, La città del sole), in cui i giovanissimi ricercatori e militanti napoletani hanno espresso un primo punto di vista su taluni pensatori politici di tradizione marxista che possono ancora oggi informare la ricerca teorico-politica. Sono ancora da menzionare Fabrizio Carlino, del Groupe de Recherches Matérialistes, Alessandro Arienzo e di  nuovo Giuseppe Di Marco, dell’Università di Napoli Federico II, che, invece, hanno variamente partecipato al gruppo di studio e/o all’organizzazione della due giorni su “Le traiettorie dell’operaismo nel lungo ‘68 italiano”, il 20 e 21 dicembre nel Dipartimento di Lettere e Filosofia.

 

La due giorni napoletana (organizzata con la collaborazione del Groupe de Recherches Matérialistes di Parigi) ha costituito un momento ricco di contenuti e interessante dal punto di vista del metodo. L’intenzione degli organizzatori era quella di ragionare sulle possibilità di una ricerca storica e filosofico-politica orientata all’esplicitazione di posizioni metodologiche di ricerca e di azione virtualmente ancora funzionali alla politica di emancipazione delle classi subalterne, guardando alla storia dei movimenti di classe del secolo scorso. Ciò che ci interessava era la sperimentazione di modalità di ricerca collettiva che guardando con un occhio al passato con l’altro al presente potessero esprimere posizioni politiche e critiche ideologiche funzionali alla demistificazione di narrazioni e posizioni reificate e spesso riprodotte automaticamente nella prassi politica quotidiana. In questa direzione in particolare sono andati alcuni interventi che hanno ragionato sul rapporto tra operaismo, leninismo e movimenti negli anni ’60, ’70 (Marco Bazzan, Marco Grispigni). Altre relazioni hanno esposto le ragioni della dissidenza di taluni intellettuali militanti nei confronti dei partiti operai tradizionali (PCI e PSI),  ricostruendo alcune traiettorie alle origini della nuova sinistra italiana, tra la fine degli anni ’50 e i primi anni ’60 (Mariamargherita Scotti). In particolare, è stato posto l’accento sulla storia e lo statuto teorico-pratico dell’inchiesta come strumento di conoscenza diretta della realtà sociale del proletariato da parte degli intellettuali e, al contempo, mezzo di politicizzazione, organizzazione e agitazione della classe operaia, nel tentativo di instaurare un rapporto di internità e reciproca utilità (conoscitiva e politica) tra intellettuali e masse (Cristiana Boscarelli, Andrea Cavazzini, Fabrizio Carlino). Altre relazioni, invece, hanno tracciato le biografie politiche e intellettuali di alcuni militanti dell’epoca, rivelando aspetti inediti e sottaciuti dalle ricostruzioni macrostoriche che, ahinoi, spesso hanno prodotto brutali semplificazioni della storia della sinistra rivoluzionaria e delle lotte di classe degli anni ’70. A tal proposito, Diego Melegari ha esposto dettagliatamente la storia e la produzione politico-teorica di Marco Melotti, mentre Gilda Zazzara si è soffermata sulle vicende della lotta e della vita del proletariato veneto, con particolare riferimento a due dirigenti di Potere Operaio: Sbrogiò e Finzi. Irene Viparelli, invece, si è soffermata sul rapporto tra il pensiero di Tronti e quello di Negri, mostrando come il passaggio negriano dall’operaio massa all’operaio sociale, lungi dal poter essere interpretato come una semplice applicazione del metodo trontiano-operaista ad una differente fase della produzione capitalista, rappresenta il risultato di una riformulazione e ridefinizione delle principali categorie trontiane, quindi la base per l’elaborazione di un nuovo metodo d’analisi, ontologico-costituente. Michele Filippini ha voluto soffermarsi sulla produzione teorica trontiana del decennio 1959-1968, da un angolo prospettico che ne ha esplicitato gli elementi di rottura con la tradizione comunista e di sinistra, seguendo l’ipotesi teorica che tale rottura (iniziata dopo il 1956) sia stata alla base delle condizioni di possibilità del ’68 e della sua durata straordinaria in Italia. Da menzionare, infine, la relazione di Giovanni La Guardia sulla conversione di Fortini al socialismo, a partire dalla quale il relatore ha ricostruito le motivazioni e i percorsi che hanno spinto questo intellettuale al sentimento di un dovere politico nei confronti degli sfruttati: il dovere di rendere conto del proprio sapere agli occhi della classe, donde la vocazione all’impegno politico.

 

Ci auguriamo che questi laboratori possano continuare e perfezionarsi fino a trovare le modalità più efficaci di convergenza tra ricerca storica, elaborazione teorica e pratica politica, magari ambendo alla creazione di un modello seminariale che possa rispondere alle esigenze di formazione delle “giovani leve” della ricerca politica e della militanza, unendo studio del metodo, ricostruzione storica e riflessione sull’attualità.

 

Intanto qui di seguito pubblichiamo, per gentile concessione dell’autore, l’introduzione di Giovanni Sgro’ al volume Da Marx al post-operaismo. Soggettività e pensiero emergente, edito per La Città del Sole (Napoli, 2018).

 

 

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Giovanni Sgro’

 

Introduzione

 

 

«Perché gli è offizio di uomo buono, quel bene che per la malignità de’ tempi e della fortuna tu non hai potuto operare, insegnarlo ad altri, acciocché, sendone molti capaci, alcuno di quelli, più amato dal Cielo, possa operarlo»(Niccolò Machiavelli, Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio, libro secondo, proemio).

 

 

I contributi raccolti nel presente volume sono il risultato di un processo di formazione, allo stesso tempo, individuale e collettivo, accademico e politico, condotto da alcune “giovani leve” della riflessione filosofica e si propongono di offrire differenti declinazioni della tradizione teorico-politica che va da Marx al post-operaismo.

       A Karl Marx, in particolar modo al cosiddetto “giovane” Marx, sono dedicati i contributi di Maria Rosaria Iovinella e di Luca Mandara.

       Iovinella si propone di analizzare il carattere “apocrifo” de L’ideologia tedescadi Marx ed Engels tracciando una storia politica delle sue edizioni, dalla prima pubblicazione incompleta di Gustav Mayer del 1921 all’edizione completa e filologicamente più attendibile preparata da David Borisovič Rjazanov e poi pubblicata da Vladimir Viktorovič Adoratskij nel 1932. Secondo Iovinella, attraverso la storia politica delle edizioni de L’ideologia tedesca è possibile mostrare come nella prima metà del Novecento il tendenzioso processo della diffusione delle opere di Marx ed Engels e l’assenza di una loro edizione critica e integrale, insieme con la originaria incompiutezza che caratterizza alcune loro opere e con la rielaborazione postuma degli editori, siano state le cause principali di un costante snaturamento del pensiero di Marx ed Engels e della nascita di un’ideologia che si ispirava a degli autori le cui opere erano, in gran parte, ancora sconosciute.

       Mandaraanalizza, invece, la formazione del concetto di bisogno nei Manoscritti economico-filosofici del 1844 di Marx, soffermandosi sul rapporto critico che Marx intrattenne con l’economia politica inglese e con la filosofia classica tedesca, le quali, sebbene per vie diverse, tendevano ad associare il “bisogno” ‒ e gli annessi concetti di sensibilità, corporeità e attività lavorativa ‒ soltanto alla sfera necessaria e immutabile della immediata naturalità e al particolarismo egoistico dell’uomo. Nei Manoscritti Marxmostra, da un lato, come tali prospettive teoriche borghesi siano “vere”,se intese come espressioni del fatto “attuale” del lavoro alienato: in quanto soggetto-oggetto dell’alienazione, infatti, al lavoratore è preclusa la possibilità non solo di soddisfare i cosiddetti bisogni “fisici”, ma soprattutto di sviluppare bisogni e organi di senso al di là dell’immediata necessità corporea. Dall’altro lato, però, nei ManoscrittiMarxmostra anche il carattere storico e quindi transeunte del lavoro alienato, dipendente a sua volta da ben determinati rapporti di produzione e di dominio dell’uomo sull’uomo, esi dedica quindi a una rielaborazione del concetto di lavoro e di bisogno nell’«ipotesi del socialismo». Secondo la ricostruzione di Mandara, una volta che l’oggetto sensibile è diventato proprietà sociale e una volta che l’uomo è stato liberato dalle immediate necessità grazie allo sviluppo delle forze produttive della società, il nuovo soggetto storico potrà dedicarsi allo sviluppo onnilaterale e sociale della propria individualità e potrà configurare così una nuova forma di ricchezza non più misurata mediante le astrazioni del denaro, bensì secondo il bisogno concreto di una «totalità di manifestazioni di vita umane».

       Un interessante “intermezzo” non marxista è rappresentato dal contributo di Marcello Boemio.

       Concentrandosi soprattutto su Il concetto di Politico e su L’epoca delle neutralizzazioni e delle spoliticizzazioni, Boemio cerca di fare emergere come nella teologia-politica di Carl Schmitt la questione della secolarizzazione sia strutturalmente legata a ciò che lo stesso Schmitt definisce “spoliticizzazione”, ovvero al sogno europeodi dare vita a un mondo senza politica.Eliminare la possibilità della lotta e del conflitto significa, secondo Schmitt, che lo sforzo della filosofia europea è stato orientato alla ricerca di una pacificazione globale, in modo da dare vita a una terra senza più la fondamentale distinzione “polemica” tra amico e nemico. Nel concetto di progresso-processo, la necessità-razionalità della storia riduce a nulla la scelta, comportandol’occultamento della decisione sovrana e trasformando il nemico in criminale da eliminare (in quanto negatore delle leggi dello sviluppo storico). Secondo Boemio, Schmitt rifiuta tale orizzonte, riportando piuttosto il problema in un quadro politico-esistenziale che precede quelli di ordine essenziale e dando vita a una concezione dell’uomo come essere “problematico” e, dunque, non determinato da nessuna natura o logos. In tale prospettiva schmittiana, gli uomini si trovano immersi in una contingenza storica priva di fondamento e di sostanza e sono spinti ad associarsi e a combattersi senza potersi legittimare facendo ricorso a leggi storiche o naturali.

       Il ricollegamento alla tradizione marxista novecentesca è rappresentato dai contributi di Marco Morra e di Milena Morabito, dedicati a due autori riconducibili, in senso lato, alla cosiddetta “Scuola di Francoforte” o teoria critica della società.

       Nell’ambito delle numerose e diverse interpretazioni di cui è stato fatto oggetto il pensiero di Walter Benjamin, Morra distinguedue linee interpretative principali: 1) l’interpretazione che, nutrita delle riflessioni schmittiane sul katéchon, fa dell’«interruzione messianica» il principio di un “potere frenante” intenzionato a rallentare il progresso capitalistico con una sorta di politica del negativo o della resistenza perpetua; e 2) l’interpretazione che vuol vedere nel rapporto tra messianismo giudaico e materialismo storico una visione utopistica, escatologica e attendista dell’avvento del comunismo come evento di redenzione di una realtà senza via di scampo. Secondo Morra, entrambe le interpretazioni non sono corrette, perché rinunciano a pensare la politica dell’emancipazione come pratica di rottura nel divenire presente della storia. A ben vedere, precisa Morra, la filosofia della storia di Benjamin si delinea parallelamente alla critica delle concezioni positivistiche del divenire storico inteso come “progresso” lineare in un «tempo omogeneo e vuoto» e come fiducia nella perfettibilità «incessante» delle forze produttive. Rispetto al paradigma positivistico della socialdemocrazia tedesca, assunto come esempio negativo della sussunzione della politica del proletariato nel “progressismo” quantitativo delle riforme economiche in regime capitalistico, Benjaminvuole invece costruire una «storiografia autentica» come modalità di narrazione e di riappropriazione della tradizione (o memoria) dei vinti per costruire una modalità autenticamente rivoluzionaria di prassi politica, un’istanza cairologica di presa-di-posizione e di presenza nella storia. Nel suo contributo Morra mostracome Benjamin elabori un’interpretazione materialistica della storia che si nutre della tradizione giudaica, le cui pratiche di “rammemorazione” del proprio passato di oppressione e di sofferenza costituisconouna modalità di presenza attuale nella possibilità incombente dell’avvento redentivo.

       Nel suo contributo su Marcuse, Morabito parte, invece, dalle premesse teoriche del marxismo sovietico, al fine di verificarne le conseguenze e il grado di incidenza ideologica e sociologica sulla realtà sovietica. Alla luce dell’analisi marcusiana,il “marxismo” sovietico non si presenta come una mera ideologia, funzionale alla politica repressiva del partito. Essendo dotato di una propria intima vitalità e coerenza logica, esso si qualifica, piuttosto, come l’espressione di una «ragione storica operante». Piuttosto che esserela negazione del capitalismo, il socialismo sovietico partecipa, invece, alla sua stessa funzione di sviluppo industriale. Nell’analisi marcusiana di Soviet Marxism non vi è, secondo Morabito, l’idea di un marxismo tradito, perché a mutare sono il contesto storico e la funzionalità di alcuni principi all’interno di un sistema teorico cherisulta comunque essere coerente con le sue premesse marxiste.

       Alla tradizione strutturalista francese sono dedicati poi i contributi di Valeria Gammella e di Irene Viparelli.

       Gammella prende in esame il Taccuino persiano di Michel Foucault, leggendovi una tappa importante dell’itinerario filosofico di Foucault e un documento significativo dell’approccio che egli viene maturando ai temi della politica. Ripercorrendo gli articoli apparsi sul «Corriere della sera», Gammella mostra come l’analisi delle vicende iraniane degli anni 1978-1979 offra a Foucault l’occasione per mettere alla prova lo schema “governo-rivolte di condotta”, elaborato come alternativa teorica al modello “repressione-liberazione”. Gammella mostra poi anche come il Taccuinopersiano testimoni di una fase di transizione negli studi foucaultiani, in cui il tema della soggettivazione matura al crocevia tra il piano della forza – l’immediatezza della sollevazione senza prospettive precise – e quello laborioso della costruzione pratica del sé attraverso l’adesione a un culto che viene modellandosi sull’esigenza di contrapporsi al governo esistente. A tal proposito Gammella chiarisce come l’interesse foucaultiano per la religione sia legato alla sua capacità di funzionare specificamente come leva di soggettivazione.

       Viparellisi propone, invece, di mettere in luce l’importanza teorica della raccolta di inediti di Louis Althusser Écritssur l’histoire (Paris, PUF, 2018). Secondo Viparelli, tali scritti finora inediti permettono di chiarire il legame tra l’interpretazione althusseriana dell’opera di Marx come “scienza della storia” e la sua rappresentazione dell’“aleatorio” come nucleo essenziale di ogni filosofia veramente materialista. Dall’accurata analisi di Viparelli si evince come gli inediti sulla storia permettano di dimostrare che l’ipotesi filosofica del materialismo aleatorio, lungi dall’appartenere all’“ultimo” Althusser, sia piuttosto presente fin dagli esordi della sua riflessione e che svolga, nei confronti della scienza marxiana della storia, una duplice funzione: da un lato, in quanto critica radicale di ogni fondazione trascendentale della storia, il materialismo aleatorio rappresenta il presupposto logico-storico che rende possibile l’analisi scientifica della storia e, nello specifico, del modo di produzione capitalistico; dall’altro lato, conclude Viparelli, in quanto è “pensiero della congiuntura”, il materialismo aleatorio si afferma come necessario complemento pratico-politico della scienza della storia, capace di rivelarne il nucleo rivoluzionario.

       Chiudono il volume i contributi di Andrea Pascale, Raffaella Limone e Ugo Calvaruso, dedicati alle diverse fasi della riflessione filosofico-politica di Antonio Negri.

       Pascale indaga specificamente lo statuto di Amore elaborato da Negri, che intende l’Amore come l’unica potenza generativa in grado di attuare la democrazia assoluta della moltitudine, da cui sgorga la vita stessa della moltitudine. Concentrandosi in primo luogo sui due grandi incontri di Negri con Spinoza e Foucault, dai quali ricaverà una fisica delle passioni, la carne della resistenza su cui innestare il discorso su Amore, Pascale passa poi a presentare il materialismo di Negri nel segno dell’eccedenza costituente della moltitudine come prodotto dell’Amore, per mettere infine a fuoco la potenza della moltitudine dei poveri che, attraverso l’Amore, può costituire comune e definire un piano di democrazia assoluta irriducibile e dinamica.

       All’analisi della teoria della democrazia assoluta, elaborata da Negri nell’ultima fase del suo pensiero,è dedicato specificamente il contributo di Limone, la quale vede anticipate concettualmente ne Il potere costituente (1992)le tesi espresse poi successivamente da Negri (insieme a Michael Hardt) in Impero (2002)e in Moltitudine(2004):il conflitto tra il potere costituente, inteso come forza democratica di innovazione istituzionale, e il potere costituito, inteso come fissazione del potere nelle costituzioni formali e nell’autorità centrale dello Stato. Nella cosiddetta fase post-operaista la riflessione negriana apre, in questa traiettoria teorica, all’analisi di una nuova maniera attraverso cui organizzare la potenza e l’azione delle masse, non abbandonando di fatto il rovesciamento operaista di Mario Tronti, che poneva la resistenza come antecedente al rapporto capitalistico. Come emerso in Comune (2010), la discussione intorno alla possibilità stessa di una democrazia assoluta dovrà, secondo Negri, essere dislocata dal piano dell’essere della moltitudine al piano del divenire e del fare della moltitudine, intesa non come un soggetto costituito, bensì come un programma di organizzazione politica.

       Calvaruso si sofferma, infine, sull’analisi dei problemi terminologici e metodologici che hanno caratterizzato lo sviluppo del pensiero operaista. Mentre Mario Tronti ritiene che l’operaismo nascacon i «Quaderni rossi» (1961-1966) e che si sviluppi, si consolidi e si concluda soprattutto con l’esperienza di «Classe operaia» (1964-1967), laboratorio in cui si consolida uno “stile” e un “modo di pensare politico” caratteristico, relegando le proposte pratico-teoriche di «Potere operaio» (1967-1973) e di «Autonomia operaia» (1973-1979)nella fase “post-operaista”, Negri ritiene, invece, che proprio tale passaggio costituisca un salto qualitativo, che ha portato l’operaismo da uno stato “grezzo”, privo di rielaborazioni ontologiche e di rilevamenti delle nuove composizioni di classe, a uno stato “nuovo”, caratterizzato dagli aggiornamenti teorici che hanno riscontrato nuove potenzialità all’interno delle soggettività rivoluzionarie contemporanee. Calvaruso giunge alla conclusione che, nonostante le innumerevoli diversità, l’operaismo sia caratterizzato da una “continuità rotta” (che ne definisce due fasi o periodi), ma che, in ogni caso, sia in termini di “stile” sia in termini di “metodo”, permanga invariata una costante: l’esigenza di porre,prioritariamente e programmaticamente, la propria attenzione sull’antagonismo di classe e sul momento politico.

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