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Internazionalismo e potere popolare. Ciclo nazionale di incontri

La questione nazionale negli ultimi anni è tornata al centro del dibattito pubblico: dalle storiche lotte in Euskal Herria (Paesi Baschi), Kurdistan e Palestina fino alle vicende più recenti in Donbasse e in Catalogna.

Episodi che troppo spesso sono stati ignorati, banalizzati, incompresi o strumentalizzati per legittimare l’unica opposizione comoda ai mercati e all’establishment, quella dei cosiddetti “sovranisti”, termine con il quale si cerca di racchiudere uno spettro troppo ampio di soggettività e che di base richiama nell’immaginario il conservatorismo nazionalista che tanto male fa alle classi popolari e al movimento dei lavoratori.
In Europa, che è il contesto in cui agiamo, la lotta per l’autodeterminazione dei popoli appare legarsi con il problema più generale di perdita di potere popolare causata dalla costruzione dell’Unione Europea come polo imperialista in grado di avere un ruolo in un’arena globale sempre più competitiva.
Un’erosione della possibilità di incidere nella sfera pubblica che si manifesta sia nella quasi inesistente capacità di scelta nelle politiche economiche e sociali, vista l’applicazione del “pilota automatico” da parte di Bruxelles, sia nell’annullamento del ruolo della democrazia rappresentativa: i governi di qualsiasi orientamento dentro la sfera di influenza dell’Ue possono essere messi in discussione se non ne rispettano i diktat. A titolo meramente esemplificativo, rappresentativi di quest’ultimo aspetto sono stati l’alzata di scudi di Mattarella in favore “dei mercati e dell’UE” a fine maggio, così come il vero e proprio colpo di stato sostenuto dalla Troika in Ucraina del 2014, ma anche la riuscita sottomissione del governo greco dopo il trionfante esito referendario del luglio 2015.

Sentiamo quindi l’esigenza di iniziare un ragionamento che sappia mettere in relazione i due aspetti appena tratteggiati, tenendo conto del contesto globale per riuscire ad analizzare i casi concreti senza dogmatismo per essere in grado di mettere in campo un internazionalismo di classe.

In questo senso può essere utile l’approfondimento di due conflitti recenti: la lotta attorno al referendum in Catalogna e la Marcia del Ritorno del popolo palestinese.
Entrambi rappresentano anche un’opportunità per mettere a fuoco chi sono gli effettivi nemici della volontà popolare e i loro complici. In particolar modo l’esplosione della vicenda catalana ha rivelato lo stato spagnolo e l’Unione europea esattamente per quello che sono: l’uno ha represso con ferocia il diritto democratico di voto di un paese e l’altra ha giustificato tanta brutalità nascondendosi dietro la legalità di una Costituzione, quella spagnola, scritta durante il passaggio di transizione alla “democrazia” ma che in realtà è la diretta dimostrazione della continuità con il regime franchista.
Nel caso catalano complici più o meno consapevoli sono stati poi quei pezzi di sinistra che si sono schierati solo contro la repressione senza esprimersi sul resto, che hanno ridotto il problema a una “mala gestione” da parte di Rajoy, o quelli che -per paura o incapacità di analisi- hanno finito per difendere lo status quo, l’unione a tutti i costi dello Stato spagnolo e di un’UE che poco ha a che fare con i popoli e tanto con gli interessi economici dei mercati.

In modo analogo abbiamo visto l’Unione europea non muovere un dito di fronte alla decisione di Trump di spostare l’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme, a eccezione delle vuote parole di Federica Mogherini, l’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza europea, secondo cui gli stati europei non avrebbero seguito l’esempio USA, alle quali però non sono seguite decisioni concrete in senso contrario o prese di posizione di delegittimazione rispetto a questa operazione infame. Nemmeno abbiamo visto reazioni di fronte alle centinaia di palestinesi uccisi durante le legittime proteste ma anzi l’Europarlamento ad aprile aveva ‎criminalizzato le proteste esortando ‎l’esercito dello Stato ebraico ad ‎usare ‎«strumenti proporzionati‎» per rispondere alla “Marcia del ritorno” ‎dei palestinesi.
Complici di una narrazione tossica sono stati anche i media mainstream sia quando parlavano di “scontri” mentre i cecchini di uno degli eserciti più potenti del mondo ammazzavano un popolo disarmato e sia quando omettevano le ragioni di un popolo che è stato colonizzato e cacciato dalle proprie terre.
In questo contesto di incomprensione o banalizzazione crediamo sia importante analizzare la realtà senza dogmatismo, tenendo alta l’attenzione su quello che succede sia all’interno che alle porte dell’UE, mettendo in campo un’analisi il più possibile lucida, che non ci faccia cadere nella mera tifoseria ma che ci aiuti a capire le ragioni che alimentano i focolai di tensione, quali sono gli interessi in campo e quali opportunità di rottura queste situazioni producono.
Per questo proponiamo la presentazione di tre recentissime pubblicazioni: il libro “la sfida catalana” di Marco Santopadre, il libro di Stefano Mauro “Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP): tra ideologia e pragmatismo” e infine il numero della rivista di Contropiano dal titolo “Competizione globale, competizione interimperialista?” che contiene un approfondimento storico-teorico sulla questione nazionale.

 

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